Una sera in prigione

Non mi piace molto fare dei copia e incolla di poesie o testi e poi lasciarli da soli a vagare per il blog. Non che abbia niente in contrario a chi lo fa, è solo che non mi piace particolarmente farlo.

Questa sera però non ho niente di meglio di una poesia da sbattere qui, che descrive perfettamente il mio stato d'animo, la mia condizione. "Sbattere" e "battere". Perché non è proprio un copia e incolla: l'ho battuta lettera per lettera sulla tastiera e così ogni parola è diventata più lunga, ogni lettera più gentile.

E' del poeta urdu pakistano Faiz Ahmed Faiz. L'ha scritta nel 1953 mentre era in carcere. Io l'ho rubata da Le letterature del Pakistan di Alessandro Bausani (la traduzione dall'urdu è pure sua), da cui domani mi dovrò separare per riportarlo nella biblioteca in cui è solito abitare. Quindi è anche un po' un modo per dirgli addio. Ma soprattutto è un modo per ricordarmi che anche in prigione si vive e si sogna.

Una sera in prigione

Dalle ricurve stelle della sera
scalino a scalino scende leggera la notte.
La brezza mi passa d'accanto
quale parola bisbigliata da voce furtiva.
Nel cortile del carcere,
alberi senza patria, col capo chino:
(stanno intrecciando sul manto del cielo
sottili linee di immagini).
A carezzare lievissima il tetto
la dolce mano della luna scintilla.
Sulla torre riarsa si scioglie acqua di stelle,
ché l'altissimo cielo sembra dissolto in luce di luna.
E negli angoli verdi ombre fondo-azzurre
vibrano, come nel cuore
quando vi penetra l'onda del dolor dell'Addio.
E un amato fantasma discorre sempre col cuore,
gli dice quanto sia dolce la vita in questo minuto di sera
gli dice che i tiranni che versano il veleno dell'odio
potranno vincere oggi, non più domani.
Anche se han spento le lampade
han spento le lampade al banchetto lieto d'amore,
vedremo
se riusciranno a spegner la Luna.

Commenti

  1. Te invito a visitar mi blog en el podrás encontrar mis últimos trabajos en arte la dirección es la siguiente:

    www.claudiotomassini.blogspot.com


    Te saluda atentamente Claudio Tomassini

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  2. Wah, wah!

    Che meraviglia. Inchino al Bausani, oltre che a Faiz, e alla gentilissima amanuense digitale.

    E che tempismo, la settimana prossima sarebbe il compleanno di Faiz (13-02-1911)...

    Insomma, un po' di poesia ci sta proprio bene, nel blog...

    E per il libro non disperare!

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  3. Allora per una volta sono arrivata in anticipo, in genere arrivo sempre in ritardo!
    L'amanuense digitale ha ben poco merito rispetto agli altri Due.
    È vero, un po' di poesia mancava proprio, ma come si fa a parlare di poesia? Secondo me l'unica è fare parlare le poesie da sole... quindi, bene, farò un po' più l'amanuense, fra l'altro è anche istruttivo e divertente.

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  4. Beh, parlare se ne può parlare... in India, terra di sacri furori tassonomici, lo hanno fatto in modo egregio vivisezionando, codificando, catalogando... per rispondere all'eterna domanda: cosa rende poetico un testo? Cosa differenzia il linguaggio ordinario da quello poetico? Non senza un certo impegno di lettura -- e con adeguate scorte di caffeina, teobromina, teina e chi più ne ha più ne metta -- si possono trovare risposte affascinanti nel Dhvanyaloka di Anandavardhana, un trattato kashmiri del IX sec, miracolosamente tradotto in italiano (Einaudi 1983: che bei libri uscivano un tempo!). Il sottotitolo einaudiano ("la teoria indiana classica del non-detto poetico") guasta un po' la suspense anticipando la risposta, ma pazienza.
    Tutto questo per lanciare un cupo guaito contro la decadenza dell'editoria contemporanea e segnalare un libricino (si fa per dire, sulle 300 pagg, ma minuscole) densissimo e interessante, perché in fondo hai ragione tu: meglio fare gli amanuensi e tacersene. Con una poesia come quella che hai trascritto, poi...

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  5. Certo, certo, se ne può parlare.
    Un tempo ne parlavo anche troppo e leggevo chi ne parlava (scriveva) - dalle nostre parti però. Ora mi limito a leggerle direttamente.
    Ma magari un'occhiatina al Dhvanyaloka ce la darò, anche se
    ho la vaga impressione che tu mi abbia suggerito un altro testo introvabile se non in qualche polveroso scaffale di biblioteca. Io che sono arrivata troppo tardi per godermi le glorie dell'editoria italiana, mi becco solo la decadenza...

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  6. cara Silvia, grazie della poesia urdu, immagino le tua mani che la vergano davvero come un'amanuense...
    mi spiace solo sapere che tu ti senta triste come il poeta...
    Quanto al Dhvanyaloka io ce l'avevo in casa e ho fatto l'errore di prestarlo a una persona che non me l'ha più restituito, però lo trovi in biblioteca, era uscito nella stessa collana einaudi che pubblicò il meraviglioso “Teoria e pratica della nonviolenza”, un'antologia di sritti di Gandhi curata da Giuliano Pontara.
    Ma se ti piace la poesia antica, perché non ti leggi Vidyapati, o Kabir? Quelli te li posso prestare, in traduzioni italiane o inglesi.
    O ancora più indietro, perché non ti leggi qualche classico sanscrito del grande Kalidasa? In italiano c'è molta roba.
    Prima di salutarti, ti invito a dare uno sguardo alle letterature indiane di oggi - passione che condividiamo: vai a vedere su Milleorienti due link ad altrettanti pezzi usciti sulle pagine letterarie di The Hindu. Li troverai molto interessanti....
    un abbraccio virtuale da
    Marco

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  7. Marco, grazie mille per i tuoi consigli poetici. In effetti la biblioteca è sempre un rifugio sicuro, ma il grande problema è quando poi devo restituire i libri a cui mi sono affezionata.
    Per i saggi o i romanzi può anche andare bene, ma per i libri di poesia è sempre un po' una sofferenza, perché non li leggo mai dall'inizio alla fine, perché non sono mai "finiti".
    In effetti Kabir l'ho proprio letto su un libro della biblioteca...
    A volte li cerco anche su internet, ma spesso mi appare la malefica scritta "Attualmente non disponibile": così è per il Dhvanyaloka! (mai prestare i libri - lo dice una che presta a destra e a manca e ogni volta se ne pente). Forse dovrei andare sull'inglese.
    “Teoria e pratica della non-violenza” invece me lo ero aggiudicato per tempo, ma quello viene ripubblicato ogni qualche anno (però non mi piace il titolo: sembra che Gandhi stesso abbia scritto una specie di manuale della non-violenza...).

    Ora vado sul tuo blog. Ho letto i due articoli: leggo sempre la pagina letteraria di The Hindu ogni prima domenica del mese, non appena viene pubblicata!

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  8. Più che altro in italiano circola uno pseudo-Kabir tagoriano (tradotto dall'inglese)... pur sempre fascinoso, come tutto Tagore, ma...
    Eh, visto che si è in argomento, una dei culmini d'impudicizia dell'editoria italiana è appunto: Kabir, Canzoni dell'amore infinito, a cura (!) di Brunilde Neroni, Marsilio. Secondo Marsilio (o secondo la curatrice) il libro sarebbe la traduzione dal sanscrito (!!!) del Bijak di Kabir. Ovviamente Kabir non scriveva neanche lontanamente in sanscrito, ma pazienza. Purtroppo, ahinoi, non è neanche il voluminoso Bijak: fin dalla prima pagina appare lampante che è la traduzione delle inglesissime "Songs of Kabir" di Tagore (MacMillan, 1915; esempio di angrez: "If thou art a true seeker, thou shalt at once see Me"). Poco male, si direbbe, anche se andrebbe specificato cosa si traduce e cosa non si traduce. Beh, sprofondando sempre di più, ci si accorge che è il calco esatto di una traduzione italiana del 1923 (note comprese!), ristampata anastaticamente (Kabir, I cento canti, SeaR, 1987). Intrepida e ispirata donna Brunilde dichiara nella introduzione: "La traduzione e la cura delle Canzoni dell'amore infinito m'hanno fatto compagnia per quasi otto anni". Chapeau!

    Meglio volgersi verso Charlotte Vaudeville o Linda Hess. Io ammiro soprattutto la traduzione del Bijak (non integrale, naturalmente) della Hess, che non edulcora, asciuga con vago gusto zen, e riesce a mantenere in qualche modo la potenza (e la durezza) dell'originale:

    Drop falling in the ocean -
    everyone knows.
    Ocean absorbed in the drop -
    a rare one knows.

    (Bijak, Sakhi, 69)

    Many sayers, but no
    graspers.
    Let the sayers flow away
    if they won't
    grasp.


    (Bijak, Sakhi, 80)

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  9. Beh, dai, per fare una operazione così ci avrà meditato sopra per otto anni...
    Solo per indirizzare il disappunto al mittente giusto (oltre che alla Brunilde), ho cercato il libro su internet e dice che la casa editrice truffaldina è la Sellerio (almeno è quella che lo ha ora in catalogo).

    In effetti quello che avevo letto io era la traduzione dall'inglese di Tagore, ma era molto esplicitamente dichiarato.

    Grazie per i versi tradotti in inglese, così solo a livello di "atmosfera", sembrano già un'altra cosa rispetto a quelli più romanticanti di Tagore.

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  10. Ops! Chiedo pubblicamente e umilmente venia, ma da sempre confondo Marsilio e Sellerio -- anche se si trovano agli antipodi geografici --, sarà per via della rima. Da sempre confondo pure i nomi Grazia e Chiara, il che è più misterioso e a volte imbarazzante, e soprattutto è una nota autobiografica che non c'entra niente con l'argomento in questione.
    Sì, il responsabile d'incauto affidamento è Sellerio. Sora Brunilde, d'altronde, è responsabile di gran parte delle traduzioni takuriane in Italì (dal sanscrito? dal pali?), per cui avrà esibito il suo curricolo e l'avranno presa in parola. Chissà.

    Ah, ora che ci penso posseggo una gemma di antica traduzione di Tagore, mò la cerco e poi magari invio un estratto...

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  11. Poco male, io invece di solito confondo il mittente con il destinatario (come infatti ho scritto prima...)! E non fanno neanche rima.

    Allora resto in attesa della gemma.

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