di Aravind Adiga
La "vera India"?
Finalmente ho letto anche io La Tigre Bianca, il libro vincitore del Booker Prize 2008.
Niente da dire, il ragazzo è bravino. E sicuramente oltre ai vari primati che gli appartengono (aver vinto il Booker Prize da esordiente assoluto, come autore più giovane e via dicendo), per quanto mi riguarda si è conquistato anche altri due primati.
1) E' il libro con le recensioni più virgolettate della storia. In effetti si presta, perché solo citandolo si può dar l’idea del tono colloquiale, irriverente, sarcastico e tagliente (frasi come “cotto a metà”, “la Stia per polli”, “la Luce e le Tenebre”, “baciare i culi degli dei” compaiono a profusione in rete). Per non fare dei copia e incolla a mia volta, rimando volentieri ad altre pagine, come per esempio a
questa recensione, oppure direttamente alle
pagine iniziali del libro.
Mi affido a loro anche per una descrizione generale del libro (ma per chi non riuscisse proprio a staccarsi da qui: sono lettere al primo ministro cinese di un poveraccio del Bihar che è diventato imprenditore a Bangalore ammazzando il suo padrone: è una denuncia del marcio che c’è dietro lo sviluppo della nuova India).
2) E’ il libro di cui ho parlato di più ancora prima di averlo letto. Parentesi: “parlato” vuole dire “scritto”, perché su questi argomenti per me parlare a voce è difficile, ma se qualcuno volesse veramente “parlarne” - con l’audio - me lo dica che gli do subito il numero di cellulare, il mio nome su Skype, oppure gli offro una cena (indiana, ovviamente).
Infatti ne ho molto “parlato” con Paritosh (il ragazzo del
blog sull’IWE), in lunghe email notturne in cui, partendo dalla questione dell’autenticità, si partiva dal realismo magico di Rushdie per arrivare agli ultimi libri di Palahniuk, attraverso il naturalismo francese dell’Ottocento (sì, un polpettone). Ovviamente (neanche da dire) neppure lui lo aveva letto.
Tutto è partito da
questo articolo di
The Hindu, che lo accusa, di rimando a tutte le entusiastiche recensioni occidentali che lo dipingono come il libro che finalmente descrive la "vera India", di dare al contrario un’idea distorta del subcontinente.
Secondo l’autore dell’articolo (Amitava Kumar), Adiga è un outsider che intende raccontare l’India agli occidentali (e magari vincere qualche premio internazionale – in questo in effetti è riuscito), ma che nel farlo non descrive l’India in modo autentico. Vediamo cosa intende con un esempio. All’inizio descrive così la vita nel rurale Bihar e gli uomini, andati a lavorare in città, che tornano a casa (cito anche io…):
“Un mese prima delle piogge, gli uomini tornavano da Dhanbad, Delhi e Calcutta, più magri, più scuri, più arrabbiati, ma con qualche soldo in tasca. Le donne li aspettavano. Si nascondevano dietro la porta, e appena gli uomini entravano gli si avventavano addosso come gatti selvatici su di un pezzo di carne. Seguivano zuffe, guaiti e strilli. I miei zii resistevano, e riuscivano a tenersi qualche soldo, invece mio padre veniva pelato vivo ogni volta. – Ho affrontato la città, ma non riesco ad affrontare le donne della mia casa, – diceva lasciandosi cadere in un angolo della stanza. Le donne gli davano da mangiare dopo aver dato da mangiare alla bufala.”
L’autore dell’articolo, originario del Bihar, trova questa descrizione offensiva, nonché totalmente falsa. Non c’è niente di quell’atmosfera di malinconia, di attesa, di sofferenza del ritorno a casa che lui ha sperimentato (e mai si è visto che le bufale fossero nutrite prima degli uomini).
Lo scopo di Adiga è proprio quello di essere caustico e impietoso, ma capisco che cosa voglia dire questa accusa. In tutto il libro non c’è una sola persona che provi un sentimento di affetto, di comprensione, di amore nei confronti di qualcun altro: tutti sono corrotti, tutti servili o cannibali, perché tutti fanno parte di un sistema di sfruttamento di cui nessuno si vuole liberare.
L’autore dell’articolo poi lo trova addirittura in cattiva fede, soprattutto su alcuni punti in cui descrive, con il suo linguaggio da adolescente, le contraddizioni sociali dell’India (le caste, la servitù, la democrazia) al ministro cinese. Sono passaggi pungenti e cinici, che sembra aver scritto a mo’ di “India for dummies” per disilludere gli occidentali sul romanticismo dell’India, ma profondamente opinabili e semplicistici.
Quello che io trovo il punto debole di tutta questa critica anti-Tigre è che l’autore dell’articolo pone come alternativa a questo tipo di scrittura il realismo, secondo lui unico modo di raccontare la realtà in modo autentico.
E’ chiaro però che il realismo non è proprio lo stile di Adiga. Non lo è nei toni, nei contenuti. Adiga non pretende di essere realista e neanche realistico.
Nel tenere in vita le email notturne con Paritosh sull’argomento, è poi seguito quest’
altro articolo, che ribalta il punto di vista e che racconta di come gli ultimi tre vincitori indiani del Booker Prize (Arundhati Roy, Kiran Desai e Aravind Adiga) siano amatissimi all’estero ma non altrettanto in India. Una possibile motivazione? Il fatto che i loro libri mettono gli indiani allo specchio, a faccia a faccia con loro stessi, costringendoli a vedere quello che loro non vogliono vedere, il marcio della loro società.
Ora che finalmente l’ho letto forse posso dire la mia. E’ autentico o no? Descrive la “vera India”? Ogni libro ha un suo taglio, un punto di vista, un filtro.
La Tigre Bianca ne ha uno molto forte e deciso, ma è dichiarato, esplicito, originale e diverso. Descrive certe cose e non altre, descrive soprattutto il meccanismo di una struttura sociale, spogliando la realtà di sentimenti ed emozioni che invece nella realtà esistono e semplificando il più possibile. Non descrive “la vera India”, semplicemente perché la “vera India” non esiste (quale sarebbe mai?), come non esiste una “verità”.
Nessun libro descriverà mai la “vera India”. Ma conoscere un punto di vista diverso non fa mai male. Quindi, consiglio di leggerlo, questo libro, purché non sia l’unico, purché non pensiamo di tenere fra le mani una qualche verità.
Ma ora mi fermo qui. Perché il ragazzo è riuscito a strapparmi anche un altro primato: il post più lungo che io abbia mai scritto.