Leggere l'India

29 gennaio 2009

Prima visione di Ghalib

Non ne ho più parlato, ma nel tempo libero che si fa sempre più sottile, io sono sempre lì, in preda al mio innamoramento urdu, che continua disordinato, instancabile e insonne (nonché assolutamente incompreso nel mondo reale). Nel mio dolce vagare, prendo tutto quello che viene, ascolto mp3, guardo video su youtube, prendo in prestito fragili libri da scaffali remoti della biblioteca, ordino libri e dvd, scarico canzoni.

E poi due giorni fa, a mia insaputa, una meravigliosa sorpresa nella cassetta della posta: il doppio dvd con sottotitoli in inglese di una serie televisiva indiana sulla vita di Mirza Ghalib (1796-1869), il più grande poeta urdu. (La serie è del 1988, Gulzar è il regista e sceneggiatore, Ghalib è interpretato da Naseeruddin Shah, la musica è di Jagjit Singh.)
Stasera ho visto il primo dei 19 episodi (niente paura, non li racconterò tutti uno per uno, anche se già non vedo l'ora del riassuntone finale alla conclusione della serie).
Ma il primo lo devo raccontare.
Nelle nebbie dell'alba, Ghalib, ormai vecchio, cammina incerto al canto dell'azaan verso la moschea. Arrivato sulla porta, riflette su di sé, sulla vita. Non entra e torna indietro, verso casa. Ma neanche la porta di casa fa per lui, e parla con la moglie sulla soglia, senza entrare.
"È meglio che tu vada a far pace con Dio" dice lei. "E come posso andare? Mi ha chiamato per 70 anni, per 5 volte al giorno, ma non ho saputo rispondere" dice lui sconsolato, sconfitto.
Poi trova una biglia per terra, in mezzo al vicolo di fronte a casa, e torna di buon umore, pronto a giocare come un bambino.
Ma il ricordo del dolore è sempre in agguato dietro al sorriso; basta una frase e il ricordo dei sette figli non sopravvissuti ritorna. Basta un incontro a ricordagli che il suo popolo si è venduto agli stranieri.
Solo al lancio di quella biglia, ecco che veramente torna bambino, quando giocava per strada con gli amici e, ragazzo di intelligenza precoce, componeva i suoi primi versi.

Inizia bene, e male, questa storia. Sento che mi chiama, per 19 volte. Voglio rispondere.

18 gennaio 2009

La Tigre Bianca

di Aravind Adiga

La "vera India"?

Finalmente ho letto anche io La Tigre Bianca, il libro vincitore del Booker Prize 2008.
Niente da dire, il ragazzo è bravino. E sicuramente oltre ai vari primati che gli appartengono (aver vinto il Booker Prize da esordiente assoluto, come autore più giovane e via dicendo), per quanto mi riguarda si è conquistato anche altri due primati.

1) E' il libro con le recensioni più virgolettate della storia. In effetti si presta, perché solo citandolo si può dar l’idea del tono colloquiale, irriverente, sarcastico e tagliente (frasi come “cotto a metà”, “la Stia per polli”, “la Luce e le Tenebre”, “baciare i culi degli dei” compaiono a profusione in rete). Per non fare dei copia e incolla a mia volta, rimando volentieri ad altre pagine, come per esempio a questa recensione, oppure direttamente alle pagine iniziali del libro.

Mi affido a loro anche per una descrizione generale del libro (ma per chi non riuscisse proprio a staccarsi da qui: sono lettere al primo ministro cinese di un poveraccio del Bihar che è diventato imprenditore a Bangalore ammazzando il suo padrone: è una denuncia del marcio che c’è dietro lo sviluppo della nuova India).

2) E’ il libro di cui ho parlato di più ancora prima di averlo letto. Parentesi: “parlato” vuole dire “scritto”, perché su questi argomenti per me parlare a voce è difficile, ma se qualcuno volesse veramente “parlarne” - con l’audio - me lo dica che gli do subito il numero di cellulare, il mio nome su Skype, oppure gli offro una cena (indiana, ovviamente).

Infatti ne ho molto “parlato” con Paritosh (il ragazzo del blog sull’IWE), in lunghe email notturne in cui, partendo dalla questione dell’autenticità, si partiva dal realismo magico di Rushdie per arrivare agli ultimi libri di Palahniuk, attraverso il naturalismo francese dell’Ottocento (sì, un polpettone). Ovviamente (neanche da dire) neppure lui lo aveva letto.

Tutto è partito da questo articolo di The Hindu, che lo accusa, di rimando a tutte le entusiastiche recensioni occidentali che lo dipingono come il libro che finalmente descrive la "vera India", di dare al contrario un’idea distorta del subcontinente.

Secondo l’autore dell’articolo (Amitava Kumar), Adiga è un outsider che intende raccontare l’India agli occidentali (e magari vincere qualche premio internazionale – in questo in effetti è riuscito), ma che nel farlo non descrive l’India in modo autentico. Vediamo cosa intende con un esempio. All’inizio descrive così la vita nel rurale Bihar e gli uomini, andati a lavorare in città, che tornano a casa (cito anche io…):

“Un mese prima delle piogge, gli uomini tornavano da Dhanbad, Delhi e Calcutta, più magri, più scuri, più arrabbiati, ma con qualche soldo in tasca. Le donne li aspettavano. Si nascondevano dietro la porta, e appena gli uomini entravano gli si avventavano addosso come gatti selvatici su di un pezzo di carne. Seguivano zuffe, guaiti e strilli. I miei zii resistevano, e riuscivano a tenersi qualche soldo, invece mio padre veniva pelato vivo ogni volta. – Ho affrontato la città, ma non riesco ad affrontare le donne della mia casa, – diceva lasciandosi cadere in un angolo della stanza. Le donne gli davano da mangiare dopo aver dato da mangiare alla bufala.”

L’autore dell’articolo, originario del Bihar, trova questa descrizione offensiva, nonché totalmente falsa. Non c’è niente di quell’atmosfera di malinconia, di attesa, di sofferenza del ritorno a casa che lui ha sperimentato (e mai si è visto che le bufale fossero nutrite prima degli uomini).

Lo scopo di Adiga è proprio quello di essere caustico e impietoso, ma capisco che cosa voglia dire questa accusa. In tutto il libro non c’è una sola persona che provi un sentimento di affetto, di comprensione, di amore nei confronti di qualcun altro: tutti sono corrotti, tutti servili o cannibali, perché tutti fanno parte di un sistema di sfruttamento di cui nessuno si vuole liberare.

L’autore dell’articolo poi lo trova addirittura in cattiva fede, soprattutto su alcuni punti in cui descrive, con il suo linguaggio da adolescente, le contraddizioni sociali dell’India (le caste, la servitù, la democrazia) al ministro cinese. Sono passaggi pungenti e cinici, che sembra aver scritto a mo’ di “India for dummies” per disilludere gli occidentali sul romanticismo dell’India, ma profondamente opinabili e semplicistici.

Quello che io trovo il punto debole di tutta questa critica anti-Tigre è che l’autore dell’articolo pone come alternativa a questo tipo di scrittura il realismo, secondo lui unico modo di raccontare la realtà in modo autentico.

E’ chiaro però che il realismo non è proprio lo stile di Adiga. Non lo è nei toni, nei contenuti. Adiga non pretende di essere realista e neanche realistico.

Nel tenere in vita le email notturne con Paritosh sull’argomento, è poi seguito quest’altro articolo, che ribalta il punto di vista e che racconta di come gli ultimi tre vincitori indiani del Booker Prize (Arundhati Roy, Kiran Desai e Aravind Adiga) siano amatissimi all’estero ma non altrettanto in India. Una possibile motivazione? Il fatto che i loro libri mettono gli indiani allo specchio, a faccia a faccia con loro stessi, costringendoli a vedere quello che loro non vogliono vedere, il marcio della loro società.

Ora che finalmente l’ho letto forse posso dire la mia. E’ autentico o no? Descrive la “vera India”? Ogni libro ha un suo taglio, un punto di vista, un filtro. La Tigre Bianca ne ha uno molto forte e deciso, ma è dichiarato, esplicito, originale e diverso. Descrive certe cose e non altre, descrive soprattutto il meccanismo di una struttura sociale, spogliando la realtà di sentimenti ed emozioni che invece nella realtà esistono e semplificando il più possibile. Non descrive “la vera India”, semplicemente perché la “vera India” non esiste (quale sarebbe mai?), come non esiste una “verità”.

Nessun libro descriverà mai la “vera India”. Ma conoscere un punto di vista diverso non fa mai male. Quindi, consiglio di leggerlo, questo libro, purché non sia l’unico, purché non pensiamo di tenere fra le mani una qualche verità.

Ma ora mi fermo qui. Perché il ragazzo è riuscito a strapparmi anche un altro primato: il post più lungo che io abbia mai scritto.

14 gennaio 2009

Le dodici domande

di Vikas Swarup

Ultimamente tutti vengono da me entusiasti a dirmi che hanno visto The millionaire, il film di Danny Boyle ambientato in India. Se ne parla molto e sta indubbiamente avendo un notevole successo. Non posso quindi sottrarmi, anche se, per la verità, ho altre cose (indiane) per la testa.

Quando l’ho visto, qualche settimana fa, The millionaire mi ha preso molto, con le sue riprese incalzanti, con le scene girate sempre di corsa, con la coinvolgente colonna sonora di Rahman. Ma poi nei giorni successivi, ripensandoci, non mi ha lasciato poi così tanto.
Se lo confronto con i film visti al River to River, ho preferito quei film sconosciuti, le cui immagini ancora mi accompagnano.

E sicuramente ho preferito il libro da cui è stato tratto, Le dodici domande, romanzo d’esordio di Vikas Swarup. Un romanzo che sa essere originale e accattivante, che si fa leggere tutto d'un fiato, che sa essere ironico e amaro nelle giuste dosi.

L’idea del libro è proprio quella: un ragazzo viene arrestato dalla polizia per aver riposto correttamente a tutte le domande del quiz televisivo Chi vuol essere milionario: come è possibile che un orfano che non è mai andato a scuola abbia risposto a tutte le domande?

Nel raccontare come invece, per caso e per fortuna, sapeva proprio le risposte a quelle domande, il protagonista svela la sua storia: ogni risposta coincide con un particolare momento della sua vita incerta e avventurosa.

Rispetto al film, le “dodici domande” del film sono diverse, così come è diversa la vita di Jamal (nel libro Ram Mohammad Thomas, un nome per ogni religione), nonostante qualche spunto simile, come lo sfruttamento dei bambini mandati a chiedere l’elemosina o la guida turistica al Taj Mahal.

Il libro si può leggere quindi tranquillamente anche dopo aver guardato il film, senza rovinarsi niente. Rispetto agli spunti cinematografici e all'insistenza sul quiz televisivo, nelle sue pagine vincono invece le storie raccontate, narrate (be’, ovvio, è un libro…): Ram sa le risposte giuste non solo perché le ha vissute, ma anche perché le ha sentite raccontare. Sa della guerra con il Pakistan, dei killer di Mumbai, dei riti vudù di Haiti, perché ha incontrato persone che gli hanno raccontato le loro storie. E sa molte altre cose perché è stato cameriere a casa di un diplomatico australiano e di una stella del cinema, oppure perché ha vissuto nello slum a fianco di un astronomo finito in disgrazia.

Il Ram del libro non è sempre puro e incorruttibile, in mezzo a i tragici eventi che lo circondano: è lui, nel libro, a tenere in mano il revolver, l’amore della sua vita lo conosce in un bordello, sa mentire e rubare quando serve.

Ram però così è molto più umano ed è piacevole averlo come voce narrante di questi dodici pezzi di vita, che portano, in ordine rigorosamente non cronologico, in giro per il subcontinente, che uniscono, con colpi di scena a sorpresa e con ironia, i vari mondi che come un mosaico compongono l’India.

09 gennaio 2009

Crepuscolo a Delhi e la sua storia


Provo ora a raccontare qualcosa della storia che sta dietro a Crepuscolo a Delhi di Ahmed Ali.
La faccenda è complessa e attingo a piene mani (cioè scopiazzo come al solito) dall'introduzione dell'autore scritta nel 1993, più di 50 anni dopo la prima pubblicazione, e dalla postfazione di Vincenzo Mingiardi, autore della mirabile traduzione e curatore dell'edizione italiana.

Intanto, due parole su Ahmed Ali. Nato nel 1910 a Delhi, fondò nel 1932 lo All India Progressive Writers's Movement insieme ad altri scrittori, fra cui Raja Rao e Mulk Raj Anand. Il movimento si proponeva di occuparsi delle questioni fondamentali (fame, povertà, arretratezza) per promuovere la trasformazione sociale di cui l'India aveva bisogno. Nel 1947, quando arrivò l'indipendenza e il subcontinente fu diviso in due, Ahmed Ali si trovava in Cina e gli fu negato il ritorno in patria, in quanto musulmano. Visse così da esule in Pakistan per il resto della sua vita.

Nell'introduzione Ahmed Ali sottolinea come la storia coloniale in Asia sia stata principalmente una lotta contro il nemico musulmano: al momento dell'arrivo degli inglesi, infatti, in India erano i musulmani a governare. Ma Ali ricorda anche che questo scontro ha radici più lontane che affondano dell'epocale lotta fra occidente cristiano e oriente islamico. Un nemico da "civilizzare", ovvero occidentalizzare, come "dovere morale" dell'Inghilterra.
D'altra parte, non mancava un'ambiguità fra la modernità propugnata dagli inglesi e quella auspicata dagli scrittori progressisti, schierati contro i dominatori britannici.

E' in questo contesto di ricerca di un'identità, che Ali scelse di scrivere Crepuscolo a Delhi in inglese, invece che nella sua lingua, l'urdu, perché la sua "ricerca aveva trovato una direzione, l'India aveva riscoperto la sua causa perduta e questa causa meritava un pubblico più ampio".
Quello che riusciva ad arrivare a Londra, infatti, aveva una certa risonanza e i nuovi scrittori indiani che scrivevano in inglese erano visti come ambasciatori del subcontinente in Inghilterra.
Scelta politica, dunque, prima che artistica o letteraria. Scelta dura, immagino, per chi come lui non aveva intenzione di sottomettersi ai dominatori britannici.

Crepuscolo a Delhi visse, proprio come il suo autore, una vita da esule. Paradossalmente fu considerato sovversivo in Inghilterra e reazionario dagli scrittori indiani: da una parte, troppo critico nei confronti dell'impero inglese, dall'altra troppo indulgente verso quel mondo arretrato e classista contro cui gli scrittori progressisti si battevano. Nonostante il successo ottenuto dopo la pubblicazione, la storia di Crepuscolo a Delhi dopo l'indipendenza si divide fra la censura indiana e quella pakistana: un romanzo che parla della Delhi musulmana è poco gradito dall'una e dall'altra parte del confine.

E quello che resta invece alla fine di tutta questa storia, come dice Ali, è una Delhi promiscua che balbetta lingue straniere, senza più identità, senza quelle mura di cinta che proteggevano il suo mondo. Ma restano anche, aggiungo io, la testimonianza, la ricerca e le parole magiche di questo romanzo, che nonostante tutto è sopravvissuto, lui sì, al Tempo e al Fato.


06 gennaio 2009

Crepuscolo a Delhi

di Ahmed Ali


La vecchia Delhi d'altri tempi

Scritto negli anni Trenta da Ahmed Ali, madrelingua urdu, in inglese perché potesse essere letto al di fuori dell’India, Crepuscolo a Delhi ha un certo contenuto politico, come racconta lo stesso autore nell’introduzione descrivendo le traversie che ha avuto la pubblicazione del libro. Di questo vorrei parlare, ma ora, che ho appena chiuso il libro, di questo non posso parlare. Posso solo parlare di Delhi.

Perché la Delhi di questo romanzo non è solo fatta di strade, vicoli, moschee, muri, case. E’ fatta soprattutto di notti stellate, dove le stelle sembrano danzare sulla volta celeste, di aquiloni e piccioni ammaestrati, che di giorno danzano e combattono nello stesso cielo. E’ fatta di canali di scolo, di fetori umidi, di rifiuti ammonticchiati per le strade.
E’ fatta di donne che ricamano abiti nuziali, ben nascoste dalla vista degli uomini, di matrimoni celebrati secondo le tradizioni e di spose con le lacrime agli occhi nascoste dietro a un velo.
E’ fatta di gatti che miagolano per le strade, di sabbiose folate di vento, di caldo torrido e opprimente. Di credenze popolari, di metodi miracolosi, erbe e intrugli per far guarire i malati, di jinn, gli spiriti invisibili che ogni tanto fanno capolino nella vita degli uomini.

E’ fatta di musica, quella degli azaan, i richiami alla preghiera dai minareti delle moschee, quella delle litanie cantate dai mendicanti per le strade, quella delle poesie che accompagnano la vita quotidiana. Di discussioni sugli esperimenti di alchimia e di diatribe su chi sia il migliore poeta urdu.
E’ la vecchia Delhi del 1911, che sta stancamente vivendo il suo crepuscolo, per giungere in fine alla notte di questo mondo arretrato e poetico, a una notte “che ricopre gli imperi del mondo con il suo manto di tenebra e desolazione”.

E’ una Delhi totalmente diversa da quella che ho visto io, fra il traffico delle strade e i cartelloni pubblicitari, con un accompagnatore indù e uno sikh che non si facevano mancare ogni possibile occasione per parlarmi male dei musulmani. E’ stato dolce e doloroso abitare per qualche giorno in quest’altra Delhi a me sconosciuta e persa nel tempo, una Delhi musulmana, memore ancora della grandezza moghul, ma vittima dello scorrere della storia, con il dominio inglese e l’arrivo di una nuova “modernità”. E’ stato dolce e doloroso assaporarne la decadenza.

Eppure quello scorrere della storia rimane sullo sfondo, si insinua in modo sottile e impalpabile nella famiglia di Mir Nihal, che abbandona i suoi piccioni ammaestrati, che acconsente che il sangue della sua famiglia venga contaminato dal matrimonio del figlio, che assiste alla sfilata per l’incoronazione del viceré straniero senza più ribellione e dignità, che pian piano declina anche fisicamente, come tutto il suo mondo, vittima del Tempo e del Fato.