Leggere l'India

25 febbraio 2009

Jai ho!

Sebbene in questi giorni io sia totalmente persa in un altro film, Umrao Jaan (grazie a Serena, mia guru personale per quanto riguarda il cinema indiano, che mi ha gentilmente masterizzato il dvd), e nonostante Umrao Jaan sia tutta un'altra cosa (cioè molto meglio), festeggiamo il grande tripudio agli Oscar e le otto statuette a The millionaire.

In particolare, le statuette indiane per la migliore colonna sonora a Rahman, per la migliore canzone, Jai ho, a Rahman e Gulzar e per il miglior missaggio del suono a Resul Pookutty.
Jai ho!

(Nota spudoratamente personale e quindi del tutto superflua: il fatto che Gulzar abbia vinto un Oscar mi ha completamente scagionato agli occhi degli scettici che ritenevano impossibile guardare una serie televisiva indiana degli anni Ottanta, quella su Ghalib che sto diligentemente guardando. Ora che sanno che il regista di quella serie ha vinto un Oscar è tutto più credibile, anche se resta ancora aperto il dubbio su come un regista possa essere anche un compositore.)

Lasciamo da parte tutte le polemiche che sembrano aver preso campo in India: i sentimenti di offesa di fronte alla parola slumdog del titolo inglese (Slumdog Millionaire), l'inglese con accento troppo british messo in bocca agli abitanti dello slum, la visione occidentale di un'India stereotipata e terzomondista, bambini di strada sottopagati presi a recitare nel film e poi ributtati in strada.

Lascio anche io da parte un attimo le mie riserve sul film: festeggiamo questo pezzo d'India, anche se filtrato da un occhio inglese, arrivato vincitore a Hollywood. E soprattutto la sua musica.
Jai ho!

Voglio solo ricordare la parte di merito che va a Vikas Swarup, l'autore di Le dodici domande (Q&A in inglese), il libro da cui è stato tratto il film. L'idea geniale, che è l'anima del film, della vita ripercosa attraverso le domande del quiz televisivo è tutta sua.

Per festeggiare la canzone vincitrice inauguro anche la funzione video da youtube (spero funzioni).
Jai ho!




21 febbraio 2009

I romantici

di Pankaj Mishra

Pankaj Mishra è forse più famoso per Pollo al burro a Ludhiana, un racconto di viaggio nei villaggi dell'India, o per La tentazione dell'occidente, riflessione sulla modernità che avanza nel subcontinente.

Recentemente è anche stato pubblicato La fine della sofferenza, un viaggio nei luoghi e nell'anima del buddhismo. Di lui ho letto alcuni articoli, scritti per il New York Times o per il Guardian, e ultimamente anche per la stampa italiana. I suoi articoli mi piacciono, ma c’è sempre qualcosa che mi sfugge, come se volesse dire qualcosa ma se lo tenesse fra le righe.

E’ con lo stesso fare incerto che ho iniziato il suo primo romanzo I romantici (è inutile, alla fine io prediligo sempre la narrativa...). Anche fra queste pagine sono molte le cose trattenute fra le righe, le situazioni sospese, le emozioni irrisolte. Ma è proprio per questo che la storia di Samar mi ha coinvolto, anche se a tratti l'ho avvertita un po' ingenua, esile, o forse solo un po' costruita.

Samar è un giovane studente a Benares, che passa le sue giornate fra la biblioteca dell’università, le serate solitarie sui ghat, le letture nella sua stanza umida in affitto. Samar legge, legge molto. Legge Schopenhauer, Pascal, Wilson. Legge l'Educazione sentimentale di Flaubert, che tanto richiama la sua vicenda umana. Legge in modo disordinato autori occidentali, senza coglierne il contesto e quindi l’essenza profonda, lontana ed estranea, che non sopravvive al di fuori del quel contesto.
E soprattutto, Samar vive di parole non dette, di silenzi malinconici; osserva molto e parla poco.

La vicina di Samar è Miss West, una donna inglese che lo introduce nel mondo degli espatriati occidentali che vivono a Benares che, nello stesso moto di Samar ma in direzione opposta, sono lì in India a ricercare qualcosa, il buddismo, la spiritualità, l’arte.

Samar diventa protagonista involontario dell’incontro dei due mondi. Osserva con silenzioso stupore i comportamenti occidentali, ma l’incontro resta irrisolto, perché mai compreso. Samar si innamora, ma l’amore è intrinsecamente impossibile fin dal suo inizio.

Quello che resta fra le righe e fra le parole non dette, è un senso di estraniazione, non solo verso gli occidentali, ma anche verso gli studenti dell’università, verso il suo unico e misterioso amico Rajesh, con il quale non riesce veramente mai a comunicare.

Alla fine questa volta, quello che mi è rimasto è il dubbio se questa inquietudine sia solo in quel sottile confine che sta in mezzo fra l’India e l’Occidente, oppure sia proprio una inevitabile condizione di questa vita, “sospesa a metà fra il vuoto e l’illusione”.

07 febbraio 2009

Una sera in prigione

Non mi piace molto fare dei copia e incolla di poesie o testi e poi lasciarli da soli a vagare per il blog. Non che abbia niente in contrario a chi lo fa, è solo che non mi piace particolarmente farlo.

Questa sera però non ho niente di meglio di una poesia da sbattere qui, che descrive perfettamente il mio stato d'animo, la mia condizione. "Sbattere" e "battere". Perché non è proprio un copia e incolla: l'ho battuta lettera per lettera sulla tastiera e così ogni parola è diventata più lunga, ogni lettera più gentile.

E' del poeta urdu pakistano Faiz Ahmed Faiz. L'ha scritta nel 1953 mentre era in carcere. Io l'ho rubata da Le letterature del Pakistan di Alessandro Bausani (la traduzione dall'urdu è pure sua), da cui domani mi dovrò separare per riportarlo nella biblioteca in cui è solito abitare. Quindi è anche un po' un modo per dirgli addio. Ma soprattutto è un modo per ricordarmi che anche in prigione si vive e si sogna.

Una sera in prigione

Dalle ricurve stelle della sera
scalino a scalino scende leggera la notte.
La brezza mi passa d'accanto
quale parola bisbigliata da voce furtiva.
Nel cortile del carcere,
alberi senza patria, col capo chino:
(stanno intrecciando sul manto del cielo
sottili linee di immagini).
A carezzare lievissima il tetto
la dolce mano della luna scintilla.
Sulla torre riarsa si scioglie acqua di stelle,
ché l'altissimo cielo sembra dissolto in luce di luna.
E negli angoli verdi ombre fondo-azzurre
vibrano, come nel cuore
quando vi penetra l'onda del dolor dell'Addio.
E un amato fantasma discorre sempre col cuore,
gli dice quanto sia dolce la vita in questo minuto di sera
gli dice che i tiranni che versano il veleno dell'odio
potranno vincere oggi, non più domani.
Anche se han spento le lampade
han spento le lampade al banchetto lieto d'amore,
vedremo
se riusciranno a spegner la Luna.