Leggere l'India

29 marzo 2009

Manine hindi

Sono presa da un lavoretto notturno (non pensate male) che mi tiene lontana dal blog.

Però va bene così, anche perché tutto spinge nella stessa direzione. Tanto che mi è nuovamente saltata in testa l'idea folle e utopistica di studiare l'hindi nel restante tempo libero ormai tendente a zero. Ho capito che con il CD-rom di hindi piratato comprato in Cina non riuscirò mai a stare sveglia per più di cinque minuti (eppure c'è qualcuno che crede nell'apprendimento multimediale...).

Ci vorrebbe un maestro. O per lo meno un libro.

E così domenica scorsa vado in biblioteca alla ricerca, per lo meno, del libro.

(Vorrei far notare che andare in biblioteca di domenica pomeriggio è un'esperienza mistica).

Scaffale lingue straniere non europee, cioè lingue assurde, cioè poco o niente. Occhi fissi sulle coste dei libri. Ogni volta che adocchio qualcosa di vagamente pertinente al mio scopo, c'è una manina più veloce della mia che mi soffia l'oggetto desiderato. Fino a che riesco ad entrare in possesso di un inutile dizionario compattissimo di hindi. Lo rimetto a posto e nel frattempo la manina rilascia un libriccino altrettanto inutile di hindi per italiani, o forse di italiano per hindi (?). Lo afferro al volo, ma la manina ci ripensa e ci balza nuovamente sopra, così ci troviamo a contenderci lo stesso malcapitato libro, che mai prima era stato oggetto di tante attenzioni. Incuriosita dalla situazione grottesca, mi viene finalmente in mente l'idea geniale di guardare chi è che pilota quella manina, e forse anche lui si sta chiedendo chi è la malefica mente che muove la mano nemica.

Il pilota è un ragazzo indiano di Delhi da poco arrivato in Italia che sta cercando dei libri per imparare l'italiano e che è stupefatto nel vedere una manina italiana alla ricerca qualcosa di hindi.

A questo punto, dimentichi dei libri e delle manine, ci mettiamo a parlare entusiasti (né in italiano né in hindi) del nostro desiderio di imparare l'italiano e l'hindi, tanto che la bibliotecaria deve correre a sgridarci per tutelare il silenzio dei fantasmi che si aggirano per la biblioteca di domenica pomeriggio.

Alla fine il libro non l'ho trovato. Ma ho trovato il maestro.

Ora scappo alla mia prima lezione.

17 marzo 2009

Il buio non fa paura

di Shashi Deshpande

Mi è capitato più volte. In mezzo ai discorsi sull'autenticità dell'Indian writing in English, quando
amici indiani mi storcono il naso di fronte ad Arundhati Roy o a Kiran Desai, chiedo di dirmi una scrittice a loro avviso più "autenticamente indiana". Esce spesso il suo nome. Shashi Deshpande. "Lei scrive sì che per gli indiani, non per compiacere un pubblico occidentale e vincere premi internazionali", dicono.
Ho visto ora che è appena stato ripubblicato dalle edizioni e/o un suo romanzo del 1980, Dark holds no terror, che avevo letto nella vecchia edizione di Theoria presa in prestito dalla biblioteca, con il titolo Il buio non fa paura. Il romanzo è stato ora ritradotto con il titolo Il buio non nasconde paure.

Di Shashi Deshpande si può dire che in realtà ha qualche annetto in più di Arundhati Roy e Kiran Desai (è del 1938, quindi se mai è della generazione della Desai madre, Anita) e che nei suoi romanzi ha spesso raccontato il ruolo della donna nella società indiana, senza mai accennare discorsi femministi, né scrivere unicamente per lettrici donne. Lei stessa dice: "Non mi piace essere chiamata una scrittice femminista. Sono femminista, ma non scrivo per propagandare un ismo."
(potrebbe funzionare anche dal mio punto di vista che leggo: sono femminista, ma non sono una lettrice femminista)

Ma veniamo al libro.
Il buio non fa paura è la storia di Saru, donna intelligente e determinata, che vive però in un sistema dove, di fatto, la parità dei sessi non è contemplata.
Saru, con una valigia in mano, torna a casa dal padre, dopo che la madre è morta. Non sa neanche lei bene perché, ha forse solo bisogno di scappare per un po' dalla sua vita, dal suo successo professionale come medico, dalla sua vita borghese con il marito e i due bambini, dal suo ruolo in cui si è ritrovata senza neanche rendersene conto. O forse torna a casa per regolare finalmente i conti con tutto, con la madre che l'ha ripudiata e con un padre comprensivo ma che non sa farsi valere.

E così inizia il racconto del suo passato, anzi, i racconti, i pezzi di racconti: l'infanzia, la scuola e l'università, la morte di un fratellino che aveva paura del buio, il matrimonio ribelle contro ogni regola sociale e il volere della madre, le violenze notturne del marito sadico a cui non sa opporre resistenza, i sensi di colpa per le troppe paure nascoste, le regole di una società dove donne devono sempre stare un passo in dietro al loro marito, il perdono della madre mai ottenuto, la normalità che scivola via, lentamente, su tutta la vita.

A volte in terza persona, a volte in prima, direttamente dalla sua voce. Poi le due persone si mescolano, così come si mescolano i ricordi, come le parole si avviluppano e girano intorno a ricordi dolorosi, a dubbi mai risolti.
E per Saru non c'è niente altro da fare: prima o poi, quel buio lo dovrà affrontare, è l'unica strada per trovare se stessa.

07 marzo 2009

Lo zefiro di Iqbal

Ecco allora un'altra poesia. È di Muhammad Iqbal (1873-1938), poeta e filosofo molto amato in Pakistan, considerato l'antesignano di uno stato musulmano indipendente come soluzione ai problemi religiosi dell'India (vorrei far notare che morì una decina d'anni prima della nascita del Pakistan). Aveva studiato in Europa, scriveva in persiano e in urdu.
Questa poesia l'ho presa dal Messaggio dell'Oriente (tradotto da Bausani), scritto in persiano ispirandosi al Divan Occidentale-Orientale di Goethe, quasi in risposta al "mazzo di fiori" che Goethe così porgeva in segno di rispetto all'Oriente.


Lo zefiro del mattino

Vengo dal vasto mare, dalle cime de' monti,
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d'argento.
Rotolo sopra l'erba, e allo stelo del tulipano m'avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell'intimo seno;
e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,
soavissimo e lieve mi abbraccio al colle del fiore.
E quando il Poeta lamenta il dolor dell'Amica
alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri.

04 marzo 2009

I bambini di Tagore


Visto che si parlava di Tagore e che sono in vena poetica, eccomi a scrivere un'altra poesia.
Nell'andarla a cercare, ho riesumato dall'oblio il libro a 3900 lire della Newton & Compton, sopravvissuto ai fumi dell'adolescenza prima e a innumerevoli traslochi poi.

Già che c'ero, ho anche riletto l'introduzione di Alessandro Bausani, "Tagore visto da un non-tagoriano", di cui avevo del tutto dimenticato l'esistenza. Invece di prodigarsi a lodare il poeta premio Nobel indiano, Bausani evidenzia il rovescio della medaglia dell'ingenua concezione del mondo di Tagore, di quella sua languida ricerca delle tradizioni rurali, di quella sua fusione induista e un po' panteista con l'Essere. E il rovescio è poi sempre quello, che contrappone al fascino dell'India una realtà dura e dolorosa: la religiosità panteisticheggiante significa anche caste, superstizione e povertà, la meditativa dolcezza è anche sterile rassegnazione, il primitivo socialismo agricolo significa in realtà sfruttamento ed egoismo.

Poi Bausani passa al rapporto della poesia di Tagore con il mondo occidentale, di sicuro privilegiato per il fatto che Tagore stesso si sia autotradotto in inglese. Ma privilegiato anche dal fatto che di questa fusione mistica con il creato l'uomo occidentale moderno, abbandonato il monoteismo religioso da una parte e l'attivismo sociale dall'altra, abbia più che mai bisogno. E per questo lo preferisce, ad esempio, a poeti indiani musulmani, trovandoli più vicini alla propria cultura ma anche più scontati.

Alla fine mi ero totalmente convinta anche io: è vero, Tagore è suggestivo, ma ingenuo, esile, quasi infantile. E io sono la solita occidentale che si è subito lasciata abbindolare da tutto questo esotismo.

Poi però ho letto una poesia e tutto quello che Bausani aveva sapientemente scritto nell'introduzione si è dileguato in un istante, la mia convinzione si è sciolta ai primi versi.

Forse è proprio vero che mi faccio abbindolare. Ma Tagore mi rimane irresistibile, non affrontabile razionalmente, inconcepibile come la vita e altrettanto bello e misterioso.

All'inizio avevo pensato di trascrivere tutt'altra poesia. Ma alla fine stasera è questa che mi ha sciolto il cuore, ancora più ingenua, infantile e commovente.
(dal Gitanjali, tradotta da Girolamo Mancuso)

I bambini si incontrano
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Su di loro l’infinito cielo
è silenzioso, l’acqua s'increspa.
Con gridi e salti si incontrano i bambini
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Fanno castelli di sabbia
e giocano con vuote conchiglie.
Con foglie secche intessono barchette
e sorridendo le fanno galleggiare
sull’immensa distesa del mare.
I bambini giocano sulla riva dei mondi.
Non sanno nuotare,
non sanno gettare le reti.
I pescatori si tuffano a pescare
le perle dal fondo del mare,
nelle navi viaggiano i mercanti,
mentre raccolgono i bambini
sassolini che poi gettano via.
Non cercano tesori nascosti,
non sanno gettare le reti.
Il mare si increspa di mille sorrisi,
e la spiaggia dolcemente risuona.
Le onde che portano la morte
cantano ai bambini nenie senza senso,
come fa la madre
quando culla la sua creatura.
Il mare gioca coi bambini,
e la spiaggia dolcemente risuona.
S'incontrano i bambini
sulla riva di mondi sconfinati.
Vaga la tempesta
per il cielo dai molti sentieri,
naufragano navi
nell'acqua dai molti sentieri,
la morte in giro e giocano i bambini.
C'è un grande convegno di bambini
sulla spiaggia di mondi sconfinati.

01 marzo 2009

Q&A: intervista con Raj

Tempo fa avevo parlato di un "regalo marathi" ricevuto per Natale. Si trattava di un articolo su un sito marathi, con la traduzione di un mio post in marathi e con una mia piccola intervista in cui raccontavo cos'è che mi lega all'India.

Il tutto grazie a Raj, un ragazzo indiano di madrelingua marathi che ha vissuto in Italia e che voleva aprire in questo modo un ponte fra l'Italia e l'India. Raj mi aveva poi tradotto molto gentilmente tutti i commenti all'articolo e mi aveva colpito molto il fatto che quasi tutti dicessero che erano stati contenti di aver visto il loro Paese con gli occhi di uno straniero, perché vedersi con occhi esterni è sempre istruttivo e illuminante. Certo io non sono proprio una celebrità da intervistare, ma qualcuno ha trovato interessante proprio che fossero le impressioni di una persona "comune".

Ho pensato che la stessa cosa dovrebbe interessare anche noi (anche se in questa Italia alla deriva ormai non importa più a molti...) e che poi è sempre bello ricambiare e rendere simmetriche le esperienze (anche se con mesi di ritardo). Quindi ecco una piccola intervista a Raj.

Solo due parole su di lui: Raj è originario di Pune, nel Maharastra, è un fisico (proprio come me) che è venuto dopo il dottorato in Italia, ha vissuto a Bologna e a Genova (che sono fra l'altro la città dove lavoro e quella in cui sono nata) e ora vive in Francia.

Le mie domande sono veramente la sagra delle banalità. Ma sono sicura che lui sarà ben felice di rispondere a domande più intelligenti qualora qualcuno gliene voglia fare (e io avrei già voglia di fargliene mille altre...).

-Sei venuto in Italia dopo gli studi: raccontaci come sei capitato qui.
Allora, il "referee" della mia tesi di dottorato era il Dott. Fabio Biscarini dell'ISMN-CNR, Bologna, uno scienziato molto attivo in Italia. Dopo aver letto la mia tesi, mi ha suggerito di venire in Italia e di lavorare con lui e ho accettato. Prima di venire a Bologna, ho avuto un breve soggiorno in Giappone, è stato molto interessante.

-Qual è stata la tua prima impressione dell'Italia?
Sono stato in Italia nel 1997 per un mese. Ero stato per partecipare a un seminario a Trieste. La mia prima impressione era di belle case piccole, la bellissima spiaggia a mare a Trieste e una lingua di cui non ho capito niente, tranne "grazie". :-)
Siccome è molto diversa dall'India, ci ho messo un po' di tempo per abituarmi.

-Quali sono state le difficoltà più grandi (se ce ne sono state)?
Uno di grandi problemi è stato che nessuno parlava inglese. E all'inizio ho dovuto chiedere aiuto a miei colleghi per fare tutto. Ma anche, questo è stato un "blessing in disguise" perché così ho dovuto imparare l'italiano. Se tutti parlavano inglese, non avrei mai imparato l'italiano.

-Quali sono le 3 cose che ti sono piaciute di più dell'Italia?
Gelati, gelati, gelati e pizza di Napoli. :-)
Seriamente, dopo aver mangiato il gelato italiano, non posso mangiare il gelato o la pizza qua in Francia o in qualunque paese. Mi piace il fatto che la gente non è formale (completamente al contrario dei giapponesi. Loro sono più formali, a volte mi sentivo soffocato). In Italia, se parlo italiano, anche se sbagliato, sono felicissimi e mi aiutano tanto. Penso che gli Italiani sono emotivi. E le donne italiane sono bellissime, gentilissime. :-)

-E le 3 cose che ti sono piaciute di meno?
Allora, non mi piace la burocrazia (che è molto simile all'India). Ho dovuto aspettare due anni per rinnovare il permesso di soggiorno.
Quando stavo imparando l'italiano, guardavo la TV per imparare meglio. Non mi sono piacuti tanti programmi come Buona domenica o le Iene. Ma mi piace Striscia la notizia e anche Che tempo che fa. Purtroppo la lingua che parlano a Che tempo che fa è un po' difficile da capire per me.
La terza cosa... forse la politica. I miei amici mi hanno detto che la situazione ora in Italia non è molto buona.

-Che cosa ti manca di più dell'India?
La prima cosa che mi manca è il cibo indiano.
Quando devo cucinare, mi arrangio con qualcosa di indiano ma non è troppo complicato. Io adoro il cibo dell'India del sud e purtroppo non lo trovo nei ristoranti indiani.
Quando ero in Inghilterra, ero molto felice perché avevano ristoranti indiani in ogni strada. Era perfetto!

-Quali differenze hai notato fra l'Italia e la Francia?
Allora, non ho stato tanto tempo in Francia, solo qualche mese.
Per me la prima differenza è che mi sento meno sicuro in Francia. Quando abitavo a Bologna, non c'era nessun problema ad uscire alla notte, a qualunque ora e ad andare in qualunque parte della città. Ma qua a Marsiglia, ho paura di prendere il metrò dopo le 8-9. Forse Parigi o Lione sono meglio di Marsiglia.

-Tu parli italiano, inglese, marathi, hindi, urdu. E stai imparando il francese. Inoltre hai tre blog in tre lingue diverse. Ma in quale lingua pensi? E come cambia quello che scrivi a seconda della lingua che usi? Leggi libri in tutte queste lingue?
Bella domanda. Sai che per rispondere alla prima domanda, ho dovuto aspettare e pensare a quale lingua uso per pensare.
Allora, a volte penso in inglese, a volte in hindi, a volte in marathi.
Quando ero in Italia e aver imparato la lingua, mi sono trovato a pensare in italiano, ma solo per un breve periodo di tempo.
La seconda domanda è difficile. Ci sono alcune cose che non posso scrivere in qualsiasi altra lingua se non in marathi. In maggior parte sono articoli umoristici con tanti giochi di parole e intraducibili.
Su altre cose, c'è una scelta fra marathi e inglese.
Raramente, quando mi sento fare un po' di poesia, la faccio sempre in hindi/urdu. Non posso scrivere la poesia anche in marathi. Strano, eh?
Leggo libri in tutte lingue tranne che in italiano. E questa cosa mi rende triste. La mia ambizione è di leggere la Divina Commedia in italiano ma so che è difficilissimo. Ho anche provato leggere Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino ma era difficilissimo. Non so tante parole o frasi. Ma sono orgoglioso di dire che ho letto i Peanuts in italiano. :-)

-Visto che qui si parla molto di libri, qual è il tuo autore indiano preferito?
Devo dire Vikram Seth. Lui è veramente un vero genio. Mi piace più la sua poesia (ma anche Il Ragazzo Giusto è stupendo). A lui, le parole vengono così facilmente.
La prima volta che ho letto una sua poesia, mi ha lasciato senza fiato.

-E il tuo film?
Film preferito? Ci sono tantissimi. Ma se devo dire uno (molto difficile) dirò Le Ali della Libertà (The Shawshank Redemption in inglese). Mi piace la storia e la perseveranza del suo protagonista. È una storia triste ma con un lieto fine.
La mia frase preferita di questo film (sembra una buona frase anche per finire l'intervista) è quello che dice Andy a Red, "La speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose. E le cose buone non muoiono mai."