Leggere l'India

27 maggio 2009

Umrao Jan Ada

di Mirza Mohammad Hadi Ruswa

È evidente che non sono una grande esperta di ordini on-line. Solo dopo aver letto la traduzione inglese dall’urdu di David Matthews ordinata su amazon (un libro dall'inconfondibile odore di India), mi sono accorta che avrei, forse, potuto aggiudicarmi quella italiana, cioè questa:
M. M. H. Ruswa, La cortigiana Umrao Jan Ada (romanzo indiano), traduzione dalla lingua urdu e cura di Daniela Bredi, L'Harmattan Italia, 2001

Ma la verità è che non ho saputo resistere al primo titolo apparso e l'ho subito ordinato. È stato principalmente il film di Muzaffar Ali con Rekha, del 1981, a spingermi a leggere questo romanzo, ma anche il fatto che, in quasi ogni dove, Umrao Jan Ada, scritto da Mirza Mohammad Hadi Ruswa (1857-1931) e pubblicato intorno al 1900, viene battezzato come "il primo vero romanzo urdu".

Non potevo certo rischiare di perderlo. Amo i primi romanzi di una lingua, solidissimi e forse un po' ingenui, ai nostri occhi disincantati di oggi, ma del tutto incantevoli.

Ed è stato incantevole seguire le vicende di Umrao, la protagonista del romanzo, ed entrare in un mondo perduto, poetico e crudele. Rapita da bambina e venduta a un raffinato bordello d'alta classe di Lucknow, Umrao entra a far parte del mondo delle cortigiane, non semplici prostitute, ma coltissime poetesse e cantanti che padroneggiano la letteratura persiana, scrivono incantevoli versi e intrattengono i clienti danzando, cantando ghazal e recitando poesie.

Quello che più affascina, è proprio l'atmosfera poetica che pervade il romanzo, il continuo mettere in versi tutti gli aspetti della vita, anche il vizio e la disillusione, la disgrazia e l'insoddisfazione.

Oltre al suono dei distici, sono i vari clienti a segnare il ritmo della vita di Umrao, non presenze passeggere, ma compagni di lunghe relazioni esclusive: sinceramente innamorati, stupidi, giocherelloni, Nawab, banditi e compagni di scuola. E accanto a quello dei clienti scorre un mondo tutto femminile, in cui abitano la protettrice, le mogli dei clienti, le amiche e colleghe cortigiane, le donne rispettabili che sentono la musica delle cortigiane in occasione di feste e ricorrenze di famiglia.

Ed entrando in questo mondo, con la sua metrica e i suoi valori, si prende anche confidenza con i suoi oggetti quotidiani: la scatola di paan e il narghilè sempre a portata di mano, i gioielli da mettere ai polsi, al naso e sulla testa, i fogliettini arrotolati a cui si affidano ghazal e messaggi segreti, le sputacchiere, le lampade, i tappeti, gli specchi, i palanchini.

È il narratore a raccogliere la storia di Umrao, che racconta ignara la sua vita a lui e a un amico, dopo un incontro di poesia.

Più realista, meno romantico e melodrammatico del film, dove l'amore per il Sultan Nawab riempiva gran parte della storia, il romanzo descrive soprattutto come Umrao acquisti la consapevolezza di sé, l'indipendenza economica, la fama poetica, senza innamorarsi o cedere, costretta a vivere fra le pieghe della storia dell’Ottocento indiano e l'ambiguità di una società patriarcale in decadenza che ammirava e disprezzava allo stesso tempo le cortigiane. Perché la vita di Umrao è diametralmente opposta rispetto a quella rispettabile e sicura delle donne sposate che vivevano fra le mura domestiche secondo i dettami del marito, senza accesso all’arte, alla cultura e a una vita sociale.

Ed è così che ci troviamo a seguire la sua storia, dura e difficile ma piena di vita, fino ai suoi ultimi versi:

Il giorno della morte è vicino forse, o vita,
la mia natura si è ben saziata di te.


18 maggio 2009

Storie elettorali

Ogni tanto un uomo si dichiara cittadino dell'India democratica e vuole esprimere il proprio voto. Era il caso del conducente di risciò. Si dichiarava libero dalle Tenebre: quel giorno aveva fatto la sua Benares.
S'incammino verso la cabina elettorale nella scuola. - Si presume che io mi ribelli ai ricchi, no? - disse. - Non è quel che continuano a dirci?
Quando ci arrivò, i sostenitori del Grande Socialista avevano già scritto su una lavagna i risultati dello scrutinio: 2341 voti, tutti per il Grande Socialista. Vijay, in piedi su una scala, stava inchiodando al muro uno striscione col simbolo del Grande Socialista (le mani che spezzano le catene). Lo slogan diceva:
LAXMANGARH SI CONGRATULA CON IL GRANDE SOCIALISTA
PER LA SUA VITTORIA ALL'UNANIMITÀ!
Quando vide il conducente di risciò, Vijay lascio cadere cartello, chiodi e striscione.
- Che ci fai qui?
- Sono venuto a votare, - sbraitò lui. - Oggi non ci sono le elezioni?
Non vidi cosa fecero a quell'uomo folle e coraggioso. Ne sentii parlare il giorno dopo, mentre fingevo di grattar via una macchia da un tavolo. Vijay e un poliziotto l'aveno buttato a terra e riempito di botte.
(da Aravind Adiga, La tigre bianca)



Il giorno seguente combattemmo la battaglia finale delle elezioni. Bipin Bhonsle mi chiamò più volte, sempre cortese; come durante il primo incontro ma con i nervi a pezzi e il bisogno di essere rassicurato sul fatto che gli avremmo davvero garantito il suo prezioso seggio. Il candidato uscente del Congresso era andato in giro per le basti distribuendo ai cittadini banconote da cento rupie, bottiglie di rum e capretti. Scoprii che la bella carne fresca di capretto è la base di molte carriere politiche. Logico. Un pover'uomo si riempie lo stomaco, si gode la cena, si lubrifica con un paio di bicchieri gratis, magari tre, non troppi perché ha altre idee per la testa, monta la moglie, e la mattina dopo se ne vanno insieme al seggio contenti, galvanizzati dall'alcol e con il corpo leggero, e si scordano del tutto che per anni quel bhenchod di un politico vestito di khadi non ha fatto niente per loro, e magari ha rubato, rapinato e perfino ucciso. Tutto ciò è svanito nel nulla, dimenticato, la coppia felice vota, e il servo del popolo viene eletto un'altra volta, pronto a privarli di roti, kapra e makan.
Affamati, nudi e senza un tetto sulla testa, non si ricordano più nulla dopo l'ottimo cibo. Per cui dare loro un capretto da mangiare vuol dire spingerli nella direzione giusta, al macello. Semplice.
Ma io avevo pronte le mie strategie.
(Da Vikram Chandra, Giochi sacri)



«E' interessante vedere come, a cinque anni appena dall'indipendenza, il Congresso sia tanto cambiato» cominciò. «Quelli che si sono spaccati la testa lottando per la libertà ora se la spaccano a vicenda. E abbiamo nuovi elementi che entrano in gioco. Se fossi un criminale, per esempio, e potessi entrare in politica con profitto e senza troppa difficoltà, non direi: "Posso trafficare in omicidi o in droga, ma la politica è sacra". Per me non sarebbe sacra più della prostituzione.»
Guardò verso Mahesh Kapoor, che aveva richiuso gli occhi. Abdus Salaam continuò: «Per presentarsi alle elezioni occorre sempre più denaro, e i politici saranno costretti a pretendere sempre più denaro dagli uomini d'affari. Allora, essendo corrotti essi stessi, non saranno in grado di cancellare la corruzione dalla burocrazia statale. Non lo vorranno nemmeno. Prima o poi le nomine dei giudici, dei commissari elettorali, dei massimi funzionari statali e della polizia saranno decise da questi stessi uomini corrotti, e tutte le nostre istituzioni crolleranno. L'unica speranza» aggiunse a tradimento «è che il Congresso venga spazzato via fra due elezioni...»
Come in un concerto una sola nota falsa intonata al di fuori dell'ambito rigoroso di un raga può destare un ascoltatore apparentemente addormentato, così l'ultima asserzione di Abdus Salaam fece aprire gli occhi a Mahesh Kapoor.
«Abdus Salaam, non sono in vena di discutere con lei. Non faccia affermazioni oziose.»
«Tutto quello che ho detto è possibile. Direi anzi probabile.»
«II Congresso non verrà spazzato via.»
«Perché no, ministro sahib. Abbiamo meno del cinquanta per cento dei voti. La prossima volta i nostri avversari capiranno meglio l'aritmetica elettorale e si assoceranno. E Nehru, il nostro procacciatore di voti, a quel punto sarà morto, o in pensione. Non resisterà altri cinque anni in questo lavoro. Sarà bruciato.»
«Nehru sopravvivrà a me, e probabilmente anche a lei» ribattè Mahesh Kapoor.
(Da Vikram Seth, Il ragazzo giusto)

15 maggio 2009

Quel treno per il Pakistan

di Khushwant Singh

"L'estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell'anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l'estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati."

Anche il clima in quella folle estate impazzì, scrive Khushwant Singh nell'incipit di uno dei romanzi indiani da me più amati, di cui (non so neanche io perché) non ho ancora parlato in queste pagine.

Nell'estate del 1947, anno della Partizione che fece di India e Pakistan due nazioni indipendenti e nemiche, oltre al tempo impazzì anche la Storia, segnando ferite profonde ed epocali, dividendo comunità, causando milioni di profughi, di morti e di massacri, scatenando migrazioni di massa di musulmani verso il Pakistan e di induisti e sikh verso l'India.

Sembra sempre impossibile spiegare tanta violenza, spiegare come il vicino di casa fino a pochi giorni prima amico e fratello possa trasformarsi in assassino solo perché appartenente alla religione "sbagliata".

Eppure Khushwant Singh ci prova, con questo romanzo pubblicato nel 1956, con la sua intelligenza e sensibilità nei confronti della psicologia umana. Quel treno per il Pakistan racconta l'estate di Mano Majra, villaggio immaginario del Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani. Mano Majra diventa così il palcoscenico di uno spettacolo avvenuto realmente in tanti villaggi dell'India, piccoli teatri di violenza e distruzione.

Nella notte, un omicidio, apparentemente inspiegabile. L'arresto del bandito sikh del villaggio, grande e grosso ma innocente. L'arrivo di un magistrato, viscido e bevitore di whisky, con i capelli tinti dalle radici bianche sempre in agguato. Uno straniero, un giovane attivista politico arrivato in treno, il cui nome, Iqbal, non rivela se sia musulmano oppure sikh.

E poi, un treno fantasma, spettrale e agghiacciante, pieno di cadaveri che arriva in stazione. Profughi dal Pakistan che hanno visto i massacri, storie ed aneddoti che si moltiplicano, la paura che serpeggia e si insinua, sotto il sole impietoso, sulla terra che boccheggia per il monsone in ritardo. E allora, diventano sempre più labili anche le dinamiche tradizionali della vita di villaggio: i rapporti fra semplici contadini abituati a lavorare duro, le autorità religiose paterne e simboliche, i ritrovi nel gurdwara sikh per superare tutti insieme le difficoltà.

E quindi, è meglio che chi se ne deve andare se ne vada veramente, meglio per loro e meglio per tutti, visto che a questo punto si può anche rompere il sacro vincolo di fratellanza che mette i compaesani al primo posto nella scala dei valori.

Ma, quasi a dire che Bene e Male si intrecciano sempre indistinguibili nelle coscienze, in tutto questo rimane in qualche modo una scala di valori, assurda e commovente, intima e individuale, se non altro nel finale più toccante che mi sia mai capitato di leggere, nello sferragliare di quel treno per il Pakistan che corre veloce verso il confine.

06 maggio 2009

Animal è arrivato

L'ho visto. Animal di Indra Sinha, come promesso qualche settimana fa, è arrivato in libreria.
Nella splendida traduzione di Vincenzo Mingiardi, che a giudicare dalle poche pagine che ho letto così, su due piedi (e dire "su due piedi" parlando di Animal acquista un senso particolare), rende giustizia al linguaggio sboccato ed espressivo da ragazzo di strada di Animal.

Già che ci sono, aggiungo anche qualche informazione.
Indra Sinha, metà indiano e metà inglese, nato in India, con studi a Cambridge, prima copywriter e ora scrittore a tempo pieno, segue da diversi anni la causa di Bhopal, dove ha allestito il Bhopal Medical Appeal per curare gratuitamente le persone colpite dal disastro.

Il libro è entrato nella shortlist del Booker Prize nel 2007 (ma non l'ha vinto) ed è decicato a Sunil, un Bhopali che purtroppo non è vissuto abbastanza per vederne la pubblicazione, a cui l'autore si è ispirato (ma solo ispirato) per certe caratteristiche di Animal.
Segnalo anche il divertentissimo sito di Khaupfur, la città immaginaria dove è ambientato il romanzo, che ha anche un suo giornale con relativa intervista immaginaria ad Animal (in realtà, si capisce tutto meglio dopo aver letto il libro).

Poi, ho capito che, quando racconto a qualcuno di questo libro, la storia di un ragazzo soprannominato "Animal" che cammina a quattro zampe perché ha respirato i veleni di Bhopal dà comunque l'idea di un libro duro e difficile da digerire. Invece no, assicuro che le sue pagine sono proprio divertenti e volano via nella lettura.
Certo l'argomento di cui parla non è leggero, ma ne parla in modo leggero: Animal è simpaticissimo, parla a modo suo e ne combina in continuazione. E poi, come dice l'autore in questa intervista, per affrontare una tragedia, bisogna riderci sopra.

05 maggio 2009

La bambina che non poteva sognare

di Bina Shah

In seguito al trionfo di The millionaire e alle relative polemiche indiane, e in realtà anche di altri libri o film sull'India che parlano della povertà delle baraccopoli, ho letto più volte questo commento indispettito su siti, blog e giornali indiani: ma cos'è che ci trova l'Occidente nei nostri slum?

Commento che, in forma diversa ma uguale nella sostanza, ho sentito più volte anche di persona: a molti indiani risulta del tutto incomprensibile come si possa passare una vacanza con i bambini di uno slum, di sicuro agli indiani delle classi sociali più alte, ma ancora di più agli abitanti stessi degli slum.

Però è sempre più evidente: a sentire parlare di baracche, di fogne a cielo aperto, di vita passata fra rifiuti con troppe bocche da sfamare, ma (forse) con un più forte spirito comunitario, l'Occidente benestante si commuove (senza polemica, mi ci metto dentro anche io).

Mi sono data due spiegazioni. Una ottimista: l'Occidente, nella sua ricerca dell'altro, va finalmente a investigare gli aspetti meno esotici e più veri di altre culture, magari aiutato dal retaggio cristiano di aiutare il prossimo. L'altra pessimista: è semplicemente il termine ultimo della decadenza della società occidentale, che - per dirla con le parole della Tigre bianca, visto che siamo in tema di libri che parlano dei poveracci - sta "precipitando nell'abisso della sodomia, della tossicodipendenza e dell'abuso di telefonia mobile" e quindi va a cercare i poveri degli slum con la vaga idea di aiutarli perché non sa più che cosa inventarsi.

Propendo per la seconda (anche qui, senza polemica...).

Tutta questa divagazione preventiva ancor prima di iniziare a parlare è in realtà solo per dire che è da poco uscito un libro ambientato nello slum di Karachi. Non siamo quindi in India ma in Pakistan, però il discorso è sostanzialmente simile. Il titolo inglese è Slum child, tanto per non avere dubbi, tramutato in La bambina che non poteva sognare. L'autrice, Bina Shah, è una giovane scrittrice pakistana, che avevo conosciuto attraverso un racconto, The wedding of Sundri, molto duro, sugli omicidi d'onore in Pakistan.

Presa anche io nel gorgo irreversibile della decadenza, sono subito corsa a comprare il libro. E' la storia di Laila, una bambina di religione cristiana in una società musulmana, che sperimenta le sofferenze di chi nasce in uno slum: la morte e la malattia dei familiari più cari, l'ambiente malsano, il rischio di essere venduta in un bordello e quello di subire le violenze dello zio, fino ad approdare come domestica nella casa di una ricca famiglia, in cui troverà cibo e vestiti ma non certo affetto e dignità.

Ci sono alcuni aspetti che ho apprezzato (certi personaggi, certe descrizioni, l'ambiguità del rapporto fra ricchi e poveri), altri meno (per esempio il finale: se poi qualcuno mai lo leggerà, non mi dispiacerebbe parlarne).

Ma c'è il fatto che Laila, nel raccontare la sua storia in prima persona parla come parlerebbe l'autrice, non certo come una "slum child". Ormai mi ero abituata a libri come La Tigre Bianca o Animal in cui entrare nelle tenebre della povertà significa anche parlarne la lingua, o almeno provarci (non che poi questa sia chissà quale novità nella narrativa mondiale).

Qui invece mi è sembrato fermarmi un passo prima, al di qua del confine che divide il mondo dei ricchi dallo slum, il paradiso dall'inferno, e di vedere tutto da fuori. Che è poi sempre meglio di non vedere affatto, però non è neanche come andare fino in fondo, al cuore di quella degradazione che popola gli slum del subcontinente e le nostre anime.