Leggere l'India

29 giugno 2009

La stanza della musica

di Namita Devidayal


"Tornai a Kennedy Bridge la settimana successiva. Durante la nostra prima lezione, Dhondutai mi invitò a chiudere gli occhi e ad ascoltare il fedele compagno dei cantanti, il tanpura.
Io ero incuriosita dallo strumento, che somiglia a un sitar, ma produce solo quattro note, ripetute senza sosta. Dhondutai passò le dita sulle corde e un suono grave, ritmico e ipnotico, prese a colmare la stanza, creando un costante mormorio di serenità. Ben presto, tutti i rumori dell’ambiente - il ronzio del ventilatore, il ticchettare smorzato dell’orologio da tavolo, le grida occasionali dei bambini e degli ambulanti per la strada, il russare sommesso di Ayi, il sibilo della pentola a pressione in cucina - trovarono il loro posto in rapporto a quel suono di sottofondo. Da allora in poi, il nostro linguaggio fu quello della musica."

È attraverso le lezioni di Dhondutai, che Namita Devidayal, autrice di questo libro di grande successo in India e ora in uscita anche da noi, entra nella “stanza della musica”, aprendo una porta su un mondo antico e affascinante.

È la madre dell'autrice a portarla, riluttante e a soli dieci anni, a lezione di canto da Dhondutai, erede dimenticata di una delle grandi scuole musicali dell'India.
N
el modesto appartamento di Dhondutai, inizialmente, più che note musicali e tanpura, sono il sorriso sdentato dell'anziana madre della maestra e un tempietto in miniatura popolato dalle statuette degli dèi ad affascinare la giovane Namita.

Ma avrà (e avremo) tempo per esplorare, capire e conoscere, perché La stanza della musica è soprattutto un viaggio attraverso raga, taan, note e ritmi musicali, attraverso la storia della musica vocale indiana e dei suoi maestri, senza mai scendere nei dettagli tecnici della composizione musicale, ma sempre respirandone le note.

Un viaggio che si compie attraverso i ricordi personali e gli aneddoti, che si perdono nel tempo e nella leggenda, per scoprire la storia delle varie scuole (i gharana) della musica indostana, prodotto di un favoloso sincretismo fra mondo musicale indù e musulmano.

È anche un viaggio attraverso Bombay e la sua gente, sopra i suoi treni affollati, per raggiungere la casa della maestra, che negli anni si sposta in luoghi diversi nella città, da Kennedy Bridge, quartiere malfamato pieno di bordelli e locali equivoci, fino a Shivaji Park, zona residenziale con un bellissimo parco per i concerti notturni di musica classica.

È soprattutto la storia di un rapporto umano, in un mondo che sta scomparendo, in cui è impossibile imparare l’arte tramite conservatori o piani di studi, ma solo tramite il rapporto allievo-guru, improntato alla devozione nei confronti del proprio maestro e anche alla sopportazione delle sue idiosincrasie e paranoie, così frequenti in un mondo di accesa rivalità fra maestri di scuole diverse.

È un viaggio nelle sette note indiane, che nominalmente corrispondono a quelle occidentali, ma che però non costituiscono rapporti musicali precisi e geometrici come per la nostra musica, ma “sono interconnesse attraverso un sottile, elusivo e impalpabile continuum di suoni” da tutto un mondo di note intermedie che “rappresenta la realtà continua, invisibile e in perenne mutamento che è sfondo di ogni nostra azione e percezione, del nostro karma e del nostro destino.”

È un viaggio di parole, in cui non mancano parti descrittive e didascaliche, che generalmente non amo nei libri che leggo, ma che qui non tolgono niente alla narrazione, anzi aggiungono, a chi, come me, ben poco sapeva di questo mondo ineffabile e della sua musica divina.

05 giugno 2009

Kamala Das

È da un po’ che volevo tornare dove per me tutto iniziò, in Kerala, e scrivere di Kamala Das, poetessa e scrittice in inglese e in malayalam.
Volevo tornare in quella calda mattina all’università di Calicut, passata a parlare per ore con Sreeta, una dottoranda immersa nei suoi studi sui poeti contemporanei del Kerala. Ricordo che Sreeta mi disse: se ti potessi fare un solo nome, fra tutti i miei poeti, senza dubbio sarebbe quello di Kamala Das.

Mi è giunta solo ora la notizia che la poetessa indiana è morta domenica scorsa, il 31 maggio, a 75 anni, in un ospedale di Pune.
Nata in Kerala nel 1934 da una famiglia indù, Kamala Das venne data in sposa a 16 anni a cugino più anziano di lei con cui si trasferì a Calcutta. Personalità controversa e rivoluzionaria, descrive nei suoi racconti e nelle sue poesie le emozioni intime e intense di una donna indiana in una società in cui è difficile poter parlare dei propri sentimenti.
Nel 1999 si è convertita all’Islam, fra critiche e scalpore.
In italiano è stato pubblicato La mia storia, in cui racconta in forma autobiografica l'esperienza traumatica del matrimonio e della scoperta dell'amore e del sesso, libro che in India l'ha fatta amare e odiare.

Ecco qui una delle sue poesie scritte in inglese, dalla raccolta Summer in Calcutta del 1965 (la traduzione italiana è da Poeti indiani del Novecento di lingua inglese, a cura di Shaul Bassi).


Una presentazione


Non ne so di politica ma so i nomi
Di quelli al potere, e posso ripeterli come
I giorni della settimana, o i nomi dei mesi, cominciando da
Nehru. Sono indiana, molto scura, nata nel
Malabar, parlo tre lingue, scrivo in
Due, sogno in una. Non scrivere in inglese, dicevano,
L'inglese non è la tua lingua madre. Perché non lasciarmi
In pace, critici, amici, cugini in visita,
Voi tutti? Perché non lasciarmi parlare
In tutte le lingue che voglio? La lingua che parlo
Diventa mia, le sue distorsioni, le sue stranezze
Tutte mie, mie soltanto. È mezza inglese, mezza
Indiana, bizzarra forse, ma è onesta,
È umana come io sono umana, non
Capite? Dà voce alle mie gioie, ai miei desideri, alle mie
Speranze, e mi è utile come il gracchiare
Ai corvi o il ruggire ai leoni,
Sono parole umane, parole della mente che sta
Qui e non lì, una mente che vede e sente e
Veglia. Non le sorde, cieche parole
Di alberi nel temporale o di nuvole monsoniche o pioggia o gli
Incoerenti mormorii della sfavillante
Pira funeraria. Ero bambina, e più tardi
Mi dissero che ero cresciuta, perché ero alta. Le mie membra
Si riempivano e in uno o due posti spuntavano peli. Quando
Chiesi amore, non sapendo che altro chiedere
Lui si portò una ragazzina di sedici anni nella
Camera da letto e chiuse la porta. Non mi picchiò
Ma il mio triste corpo di donna si sentì così picchiato.
II peso dei miei seni e del mio ventre mi schiacciava. Mi feci piccola
Miseramente. Allora... m'infilai una camicia e i
Pantaloni di mio fratello, mi tagliai i capelli corti e ignorai
Il mio essere donna. Mettiti il sari, sii ragazza,
Sii moglie, dicevano. Sii ricamatrice, sii cuoca,
Sii litigiosa con la servitù. Adeguati. Oh,
Assimilati, urlavano i categorizzatori. Non sederti
Sui muri e non sbirciare attraverso le tende di pizzo.
Sii Amy, o sii Kamala. O, meglio
Ancora, sii Madhavikutty. È ora di
Sceglierti un nome, un ruolo. Non far la finta tonta.
Non giocare alla schizofrenica o fare la
Ninfo. Non piangere a voce vergognosamente alta quando
Gli amanti ti lasciano... Ho incontrato un uomo, l'ho amato. Non
Dategli un nome, egli è ogni uomo
che desidera una donna, come io sono ogni
Donna che cerca amore. In lui... la famelica fretta
Dei fiumi, in me... l'instacabile attesa
Dell'oceano. Chi sei, domando a tutti quanti,
La risposta è, sono io. Ovunque e
Dovunque, vedo quello che si chiama
Io; in questo mondo, egli è saldo al suo posto come
La spada nel fodero. Sono io che bevo solitarie
Bibite a mezzogiorno, a mezzanotte, in alberghi di ignote città,
Sono io che rido, sono io che faccio l'amore
E poi provo vergogna, sono io che giaccio morente
Con un rantolo in gola. Sono peccatrice,
Sono santa. Sono l'amata e la
Tradita. Non ho gioie che non siano tue, non
Dolori che non siano tuoi. Anch'io chiamo me stessa io.