Leggere l'India

19 luglio 2009

Il fondamentalista riluttante

di Mohsin Hamid

Sentiamo solo la sua voce. Sappiamo quello che succede intorno a lui, in quel caffè nel centro del vecchio bazar di Lahore, immaginiamo le affermazioni del suo interlocutore, un americano, dalle sue risposte, ci muoviamo attraverso le ore della giornata attraverso i suoi ordini al cameriere di tè, pranzi e cene.

Siamo anche prigionieri della sua storia, impossibilitati ad andarcene via o a muovere gli occhi attorno distraendoci, proprio come l'americano davanti a lui, a cui racconta tutta la sua storia. Ascoltiamo cosí anche noi, riluttanti o meno, la storia di Changez, giovane pakistano con laurea a Princeston, ingaggiato da una società finanziaria newyorkese, simbolo del sogno americano, incarnazione dell'ideologia del successo e del cambiamento, con i suoi stipendi da capogiro, le sue missioni per il mondo a svendere aziende, e con la sua relazione con una ragazza ricca, giovane e bella.

Ma a poco a poco la fiducia in questo sogno mostra le sue crepe, da quando, dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti bombardano l'Afghanistan, la sua famiglia in Pakistan sente le tensioni politiche e la bella Erica non riesce a distaccarsi da un passato doloroso.
Diviene allora chiara la sua funzione di "giannizzero dell'impero" e da allora la barba cresce, le prestazioni lavorative calano, la motivazione crolla.

Analisi lucida e cinica del mondo americano visto da un pakistano (e poco o niente del mondo pakistano, come invece avevo sperato), ho trovato Il fondamentalista riluttante piacevole da leggere, intelligente, originale, ben scritto e ben costruito, ma forse non profondo come mi aspettavo: raccontate così, le critiche di Changez all'impero americano non mi sono sembrate molto illuminanti o ricche di spunti nuovi su cui riflettere.

Ma forse sono solo io: abituata ai miei bei tomoni di 700 pagine, non mi bastano più 120 pagine lette in un'ora per capire come i pakistani si rapportino con il modello americano.

Comunque sia, è sicuramente uno libro di quei libri da leggere (ma, probabilmente, non uno di quelli da rileggere...).

03 luglio 2009

Le linee d'ombra

di Amitav Ghosh

Forse bisognerebbe leggere questo splendido romanzo (pubblicato nel 1988) almeno due volte, una di seguito all’altra.
Perché qui la linea d’ombra conradiana si moltiplica in più linee, multiple e plurali, che vanno in direzioni diverse, così che diventa più sottile disegnare, nella prima lettura, tutte le linee immaginarie che attraversano situazioni e personaggi, che si snodano nel tempo nel loro ordine non cronologico che tocca eventi e tempi apparentemente diversi e distanti, quelle linee che giacciono dentro la storia, dietro la Storia.

La voce narrante del protagonista, fin da bambino, del cugino Tribid segue ammirato le fantasie, i racconti, i viaggi reali e immaginari, le amicizie e le parentele fra Calcutta, Londra e Dacca, le linee sul suo altante mondiale – quelle che separano gli Stati e quelle, che, misteriosamente, li uniscono, come cerchi tracciati con il compasso sulle pagine.

Tribid, con i suoi racconti, regala mondi per viaggiare e occhi per guardarli, con la sua fantasia da archeologo, ardita ma precisa, attenta ai più piccoli dettagli, con la certezza che non possiamo vedere nulla senza inventare ciò che guardiamo, "altrimenti non saremmo liberi dalle invenzioni degli altri".

Londra è uno di questi mondi, immaginati, vissuti e reinventati, con cui tutti si devono confrontare, per poi decidere se rifiutare, sposare, cercare di capire o di fuggire. E poi c’è Calcutta, che è casa, infanzia e famiglia, e Dacca, vicina ma lontanissima, al di là di un confine reso invalicabile dal tempo.

In questi luoghi non si può sapere se si va o se si torna, perché la differenza fra andare e venire, fra partenza e ritorno non è univoca quando le origini, inventate o reali, sono incerte, quando non si sa quale sia la periferia e quale il centro del mondo, del nostro mondo. E i veri protagonisti solo allora ombre, assenze, vuoti, lacune, silenzi inspegabili, in cui la Storia, dalla Seconda Guerra Mondiale ai "disordini" nel Pakistan Orientale, si insinua sottile, senza parole.

Alla fine, però, una partenza e ritorno ci sono, anche se l’uno non segue l’altra.
Sono anche la nostra partenza, il nostro ritorno: forse invece non bisognerebbe rileggerlo subito da capo, questo romanzo. Solo saperlo reinventare con i propri occhi.