Leggere l'India

31 agosto 2009

Il caso dei manghi esplosivi

di Mohammed Hanif

Avvincente. Fino dalle prime pagine, fin dalla copertina. Ed esplosivo. Tanto che, nonostante mi fossi imposta di staccare completamente dai libri indiani (e pakistani) almeno per le ferie estive, quando ho visto A case of exploding mangoes in una libreria indonesiana, non ho saputo resistere e l'ho subito comprato.

Anche se la regola d'oro (anche questa auto-imposta con scarsi risultati) mi impone di evitare libri con le parole "odori e colori", "spezie", "matrimonio combinato", "mango", non dico in quarta di copertina ma almeno del titolo, ho pensato che se i manghi erano esplosivi forse un'eccezione alla regola si poteva anche fare.

Non sarà un capolavoro immortale della letteratura, ma Il caso dei manghi esplosivi è uno di quei libri ben scritti, ben costruiti, con intelligenza e sarcasmo, che sono difficili da abbandonare, che si leggono tutti d'un fiato e che poi si ricordano per un po' (tanto per dirne uno, un po' come Le dodici domande, che non a caso gli stava proprio accanto in libreria).

Fin dalla prima pagina non vediamo l'ora di scoprire che cosa lega il protagonista Ali Shigri, giovane sottoufficiale dell'esercito, al Generale Zia, presidente (dittatore) del Pakistan e all'incidente aereo che ne causò la morte il 17 agosto 1988.
Lo scopriamo a poco a poco, come in un conto alla rovescia, seguendo le vicende alterne del generale e quelle di Ali, alle prese con interrogatori, accuse e reclusioni in prigioni di massima sicurezza in seguito alla scomparsa del suo amico di accademia Obaid.

Contraddittoria e grottesca, emerge la figura del dittatore, alle prese con la stampa straniera, con le paranoie sulla sua sicurezza personale da Codice Rosso, la lapidazione di una donna cieca, i vermi nell'intestino, con la stretta alleanza con l'ambasciatore americano per "liberare l'Afganistan" dall'invasione russa e poter così aspirare al Nobel, con le sue cinque preghiere giornaliere e una nazione che non conosce e che, minacciosa, gli è distante e ostile.

Entriamo così nel mondo militare pakistano, che evidentemente l'autore conosce di persona (prima di diventare giornalista era un ufficiale dell'aeronautica), e seguiamo la farsa recitata ogni giorno dal dittatore e dai suoi generali, scoprendo che "gli altri Paesi hanno un esercito, mentre l'esercito pakistano ha un Paese".

Il tutto con ironia e spirito provocatorio e, come ci aspettavamo, con un finale esplosivo.

30 agosto 2009

Ritorno

Ritornare nel piccolo mondo di questo blog è come perdersi nella dolcezza di un ritorno a casa, dopo la pausa estiva che mi ha portato in altri luoghi, in altre storie e in altri libri, anche se sembra che l'India mi segua ovunque io vada (ma in realtà sono io che cerco, e trovo, la sua influenza in ogni angolo remoto e inaspettato).

Questa volta mi hanno seguito le storie di Rama e Sita che sono diventate nuove storie, interpretate da marionette intarsiate belle come opere d'arte e da danzatori che ballano con il fuoco.
Mi hanno seguito i monumentali templi induisti e buddhisti e anche le sue moschee, arrivate proprio dal Gujarat indiano, con le preghiere notturne per il Ramadhan che hanno cullato i miei sogni. Le offerte a Durga e a Ganesh e le cerimonie di cremazione. I film di Bollywood (tutti doppiati) ogni giorno in televisione.

(per la cronaca: sono stata in Indonesia...)

Ritorno con qualche idea per il piccolo mondo di questo blog (sono solo buoni propositi, non promesse: non ci si conti troppo).

Dedicare un po' di spazio alla letteratura malayalam, che è quella da cui, per me, tutto è iniziato.

Finire di vedere la serie su Ghalib (mi manca solo l'ultima puntata, che manca da mesi e che ho paura a vedere perché se no poi è finito tutto).

Riprendere l'ultimo libro comprato prima della partenza, Fiume di fuoco di Qurratulain Hyder, che aspettavo con trepidazione e che nella fretta della partenza non sono riuscita a portare con me.

Andare a conoscere Ghosh al festival della letteratura di Mantova.

Parlare del libro pakistano che sto leggendo, che mi ha raggiunto pure lui in Indonesia.

Tornare un po' indietro nei libri di Anita Desai, quelli che ho letto molto tempo prima di aprire questo blog e che non sono ancora riusciti a entrare a pieno titolo qui dentro.

Leggermi qualche racconto di Premchand dell'edizione ammuffita che ho trovato in biblioteca, ma anche buttare un occhio, per una volta, sui romanzi più popolari in India, tipo quelli di Shobhaa Dè, senza aspettarmi troppo.

Poi, chissà cosa riuscirò a fare. Sono talmente incasinata che non ho neanche scritto un post di saluto prima di partire, come fanno tutti i blogger come si deve (e non quelli scapestrati come me).
Per ora mi cullo nel mare delle buone intenzioni, nelle risposte ai commenti ricevuti, nel ritorno a casa e a queste care pagine.