Leggere l'India

26 novembre 2009

Per Bhopal

Segnalo due eventi emiliani per ricordare il 25esimo anniversario del tragico incidente industriale avvenuto a Bhopal nella notte del 2 dicembre 1984.
25 anni dopo, i veleni della fabbrica ancora contaminano la città e ancora le vittime non hanno ottenuto giustizia.
Gli eventi sono entrambi mercoledì 2 dicembre:
  • a Parma, al conservatorio Arrigo Boito dalle 18:00 in poi, Flames not Flowers,  un programma per ricordare Bhopal con un doppio concerto e catering indiano.
  • a Bologna, nel Palazzo Comunale alle 18:30, una conferenza organizzata da Amnesty International dal titolo Sviluppo economico e diritti umani: il caso dell'India a 25 anni dal disastro di Bhopal.
Immagino ci saranno altri eventi in altre città: se qualcuno ne è a conoscenza, ben vengano le segnalazioni.
Già che ci sono, ricordo e invito a leggere Animal di Indra Sinha, il bellissimo romanzo che parla di questa tragedia in modo originale e potente.

25 novembre 2009

River to River 2009

Anche quest’anno andrò al River to River, il festival dedicato al cinema indiano che si terrà dal 4 al 10 dicembre 2009 al Cinema Odeon di Firenze.
Quest’anno la retrospettiva è dedicata a Guru Dutt e il programma pare interessante.

L’anno scorso era stata una vera e propria gioia incontrare altri appassionati di India conosciuti fra blog e forum e condividere con loro alcuni bellissimi film. Non vedo l’ora di incontrare nuovamente tutti e di conoscere chiunque si voglia unire a noi.

23 novembre 2009

In custodia

di Anita Desai

Polvere.
Mulinelli di polvere soffiano fra le pagine di questo bel romanzo di Anita Desai, pubblicato nel 1984 e arrivato nella shortlist del Booker Prize di quell'anno.
Polvere. Nelle strade della grigia e triste città di provincia dove abita Deven, polveroso e grigio insegnante di hindi in un college. Nelle parole di un grande poeta: “prima che il Tempo ci riduca in polvere...”. E, sotto i cartelloni pubblicitari e nei vicoli antichi, anche nella gloriosa Delhi, culla di una cultura ormai in decadenza.

Deven viene arruolato da un amico d’infanzia, direttore di una rivista di poesia urdu, per intervistare  Nur, celebre poeta di Delhi: un'opportunità unica di conoscere la leggenda vivente della poesia urdu, proprio per chi si è dovuto accontentare di insegnare hindi a studenti insofferenti e a sperare inutilmente di veder pubblicata qualche sua poesia.

Ma entrando in casa del poeta, si accorge come le vette elevate della poesia siano un ricordo ormai lontano: Nur, invecchiato, incattivito e scorbutico, vive in balìa di donne volgari e del suo entourage più dedito a mangiare, bere e gozzovigliare che non ai versi sublimi della poesia.

Di fronte ai tentativi di Deven di concludere l’intervista, Nur parla a sproposito, oppure rimane in silenzio, con “le labbra che scoprono le gengive macchiate e i denti marci, come in una maschera di putrefazione”, in una tetra stanza che “puzza di insulti sordidi, di gengive marche, di liquore puro e di troppi anni e di troppa collera impotente”.

Timido e remissivo, già vittima dello sbeffeggio dei suoi studenti e delle imposizioni della moglie, Deven diventerà anche vittima dello stesso poeta e del suo mondo. La lingua che insegna, “un mostro vegetariano” adatto solo ad adoratori di vacche, viene disprezzato e ridicolizzato, rispetto al ben più sostanzioso, sublime e poetico urdu.

Deven tornerà più volte a Delhi e si sentirà sempre più inadeguato, in mezzo a due fuochi, quello di Nur e quello del direttore della rivista, e cercando di concludere qualcosa peggiorerà sempre più la sua tragicomica situazione, fino a che i fuochi si moltiplicheranno: il preside, gli studenti, la moglie.

Arguto, impietoso e delicato, scritto in un tono ironico ed amaro, In custodia ben rappresenta la maestria di Anita Desai nelle descrizioni dei luoghi come negli stati d’animo, con il suo uso preciso e suggestivo delle parole.
Di Anita Desai spesso si loda la grande abilità di cogliere gli stati d’animo dei personaggi femminili. E’ sicuramente vero, ma questo libro dimostra che riesce magnificamente anche a rappresentare quelli maschili. E che forse non sono poi così diversi.

17 novembre 2009

Fratelli di sangue


Questo è esattamente il libro che volevo: la storia di una famiglia indiana (quella dell'autore), che attraversa tre generazioni (due e mezza, per la precisione), dalla carestia del 1870 in Bihar fino al 1968 in Bengala, attraverso nonno, padre e figlio.
Fratelli di sangue di M.J. Akbar è un libro che ho letto con molto piacere e interesse, senza sorprese, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, come succede in un matrimonio felice.

Tutto inizia con la fuga del nonno dell'autore dalla carestia del Bihar, quando, ancora bambino, orfano e in fin di vita, approda al villaggio di Telinipara, vicino a Calcutta, alla porta di una coppia musulmana senza figli che lo accoglie con sé. Indù di nascita, decide di convertirsi all’islam per riconoscenza verso la madre adottiva, e insieme a lui impariamo a poco a poco le tradizioni e i riti islamici del subcontinente.

Il villaggio di Telinipara, con la sua Victoria Jute Mill, la fabbrica di iuta fondata dagli inglesi, richiama lavoratori da tutto il Bihar e anche la storia passa di lì con i suoi eventi: l’epidemia di colera, l’arrivo dell’elettricità, le tensioni fra le comunità indù e musulmana alternate ai periodi di pacifica convivenza, i sahib inglesi non sempre cattivi ma spesso ingenui, il messaggio di Gandhi che suona stonato a chi deve il proprio benessere alla fabbrica degli inglesi, l’indipendenza e le folli violenze della Partizione che anche a Telinipara dividono famiglie e comunità, la politica nella nuova India indipendente, le richieste sindacali, il cinema e i suoi divi che arrivano nella quotidianetà.

Accanto a questi eventi, scorrono le vicende personali, le nascite, i pellegrinaggi per chiedere un figlio maschio, le amicizie, i matrimoni, in un intreccio umano fra mondo musulmano e indù, con personaggi descritti con grande grazia: cantastorie, sovrintendenti di fabbrica, bramini, leader religiosi che seminano guerra e dervisci che coltivano la pace, spose kashmire e madri affettuose, amici di religioni diverse, fino all’ultima e dolorosa fratellanza di sangue.

06 novembre 2009

Circostanze incendiarie

di Amitav Ghosh

L'ho inziato immediatamente dopo l'incontro di Amitav Ghosh al festival di Mantova (se il festival della letteratura era banalmente un'operazione di marketing, devo dire che ha funzionato alla perfezione).

17 reportage che spaziano fra il Tibet, le isole Andamane dopo lo tsunami, l'Egitto, la Cambogia, la Birmania, New York, il confine fra Pakistan e India, lo Sri Lanka, Calcutta.

Alcuni si possono leggere, in inglese, anche sul sito di Ghosh. Più che reportage sono in realtà un misto di note di viaggio e di riflessioni personali, di ritratti e di resoconti narrativi, dove le microstorie e i personaggi anonimi riescono, meglio di mille analisi storiche e politiche, a spiegare una geografia umana che non sempre coincide con quella disegnata sugli atlanti.

Le circostanze incendiarie del titolo, ovvero i focolai di violenza che stanno forgiando il mondo, sono il filo conduttore di questa raccolta di saggi scritti in momenti diversi. In particolare, ricorre spesso la riflessione su come uno scrittore possa parlare della violenza senza diventarne complice, senza concedersi allo spettacolo che la violenza può offrire.

Questa riflessione diventa esplicita nei Fantasmi della signora Gandhi, in cui Ghosh racconta della sua esperienza diretta durante i disordini anti-sikh a Delhi del 1984 e della sua difficoltà a scrivere di quei giorni (il saggio è del 1995).
La chiave che infine Ghosh riesce a trovare è quella di descrivere "sia la violenza sia l'opposizione consapevole e civile alla violenza", perché "il fatto è che la più comune reazione alla violenza è di ripugnanza, e che un gran numero di persone, in tutto il mondo, cerca di opporvisi in tutti i modi possibili".

Il filo conduttore di tutte queste piccole e grandi storie diventa allora l'imperativo di raccontare, per resistere alla violenza e per non arrendersi "nella battaglia contro il silenzio".
Imperativo che non è solo quello di un autore che fa della scrittura la sua professione, ma anche di altri, di chi gli chiede di scrivere di lui dopo la sua morte, di chi, profugo, vuole carta e penna per scrivere il suo nome e cognome e non essere cancellato dalla memoria, di chi trova nell'arte e nella danza un motivo di rinascita, di tutti quelli che intervista, di tutti quelli che prima di lui hanno scritto altri romanzi, riflessioni, lettere e poesie.
Perché c'è anche tanta letteratura in questo libro, e il mio taccuino si è riempito di molti titoli di libri che ora dovrò leggere, in questa virtuosa catena di Sant'Antonio in cui ogni libro che leggo ne chiama almeno altri dieci.

E anche se Ghosh scrive che le mappe che servivano per immaginare il futuro sono ormai perse per sempre, rimane la speranza che qualche piccola mappa, provvisoria e isolata, si possa ancora costruire: la protoganista, come spesso negli scritti di Ghosh, anche in questi reportage è ancora una volta la memoria.

04 novembre 2009

Password

Contemporary Malayalam short stories
a cura di Prem Kumar


Continuo imperterrita con questa carrelata di autori malayalam vecchi e nuovi (poi prometto di smetterla).

Questa volta siamo nel Kerala moderno, con autori per lo più giovani, fra cui molti esordienti: Password è un'antologia di racconti malayalam tradotti in inglese, curata (lo ammetto) da un mio caro amico. La casa editrice che l'ha pubblicata, Yeti Books, è una piccola casa editrice che pubblica autori indiani e internazionali che appartiene a un altro caro amico, Thacom Poyil Rajeevan.
Ho quindi un evidente problema di conflitto di interessi, ma penso che se sia dichiarato non ci sia niente di male...
E poi altrimenti mai e poi mai sarei venuta a contatto con questi autori e queste storie.

I racconti sono brevi istantanee di un Kerala molto diverso da quello che ci è arrivato tramite altri autori (per esempio Arundhati Roy o Anita Nair), non magico, non favoloso, per nulla esotico.
Questi giovani scrittori malayalam sono molto lontani anche dagli autori in lingua inglese loro coetanei che hanno avuto molto successo qui da noi, provenienti soprattutto dalle grandi metropoli indiane (Altaf Tyrewala o Aravind Adiga, per esempio).

Qui siamo in un mondo di piccoli villaggi urbanizzati, con una popolazione giovane molto istruita che vanta master e dottorati ma ancora molto tradizionale, che vive con nonni, genitori e suoceri in grandi case con ampie verande, che legge molti giornali in malayalam e solo alla domenica The Hindu, che ama la sua terra e la critica, ma difficilmente se ne andrebbe via.

Giovani spesso attaccati a internet e a cellulari per comunicare con gli amici dei tempi della scuola e con il resto del mondo, ma dove l'eco di Bangalore o Madras arriva sbiadito e distorto, dove Delhi e Mumbai sono città del tutto esotiche e lontane, e l'occidente è ancora oltre la linea dell'immaginazione.

Il racconto che fra tutti mi è piaciuto di più è Chinese Market di P. Surendran, che descrive l'amicizia di un anziano keralita di fede comunista-maoista con una profuga tibetana, vittima delle torture cinesi, approdata nel nord dell'India. La storia si conclude nella fiera di un festival religioso in Kerala in cui gli unici giocatoli che interessano al nipotino non sono più quelli in legno intagliati dal falegname locale, ma, per ironia della sorte, giocattoli elettrici made in China.

Tutti i racconti sono leggeri e profondi insieme, fra telefonini, virus dell'HIV, mitiche isole di farfalle, brevi incontri in resort riservati a turisti, rapide pennellate di un mondo positivo e ottimista, ma sempre un po' inquieto.