Leggere l'India

29 gennaio 2010

Corruzione, baraccopoli, telefonini


Il secondo libro di Vikas Swarup, I sei sospetti,  mi ha fatto pensare a certe situazioni ricorrenti che spesso vengono descritte dagli scrittori indiani che ambientano i loro libri nelle metropoli e che raccontano il ribollente mare di intrecci e di storie.

Penso per esempio a Giochi sacri, La tigre bianca, Nessun Dio in vista, lo stesso Le dodici domande di Vikas Swarup e via dicendo.

A scanso di equivoci, non voglio dire che questi siano situazioni di tutta la letteratura contemporanea indiana: ho solo notato alcune situazioni consuete fra i libri di successo in lingua inglese pubblicati all'estero e diventati successi internazionali.

Sempre a scanso di equivoci, non voglio neanche dire che questi siano, o stiano diventando, nuovi stereotipi. Per ora mi sono solo divertita ad annotarli.

Eccone alcuni, e invito ad aggiungerne altri.
  • Le star del cinema (attrici o produttrici) ricevono migliaia di lettere al giorno da tutta l'India che chiedono di recitare in un film. Leggere queste lettere, ingenue e sgrammaticate, è divertentissimo.
  • I ricchi che girano in macchina di notte, spesso ubriachi, investono con noncuranza chi vive in strada, chi dorme sul marciapiede. Ovviamente non finiscono in prigione per questo.
  • Quando un uomo benestante viene ucciso, le prime persone da sospettare dovrebbero essere i suoi servi. L'umiliazione subita dalla servitù nelle case benestanti è oltre ogni limite e può spingere all'omicidio.
  • Anche l'umiliazione subita nei call centre in cui bisogna fingersi americani per compiacere i clienti che chiamano, non è da meno.
  • Possedere un telefonino è assolutamente fondamentale.
  • Ricchi e potenti ricorrono a un guru personale o santone che gli dica l'oroscopo e che cosa fare nella vita.
  • I politici sono tutti corrotti, le elezioni pilotate.
  • L'isocianato di metile di Bhopal ha i suoi effetti a distanza di 25 anni, ma le vittime sono più umane di tutti gli altri. Sono rincorse da giornalisti che vogliono fare documentari su di loro (più deturpati sono, meglio è).
  • Le baraccopoli sono il cuore dell'India, l'unica cosa che conta sono i soldi.
  • Trovare in giro valigette piene di mazzette di soldi, visto la dilagante corruzione, non è del tutto insolito.

25 gennaio 2010

I sei sospetti

di Vikas Swarup

Insoliti sospetti

Tiene incollati alle pagine, con il suo ritmo veloce come quello di una serie tv, con i suoi toni ironici, le sue situazioni esilaranti, i suoi personaggi bizzarri, con tante micro-idee, tutte geniali, disseminate per le pagine.

I sei sospetti, il secondo libro di Vikas Swarup dopo Le dodici domande (da cui è stato tratto il pluripremiato film The Millionaire), parte da un omicidio per attraversare tutta l'India da nord a sud, dalle baraccopoli ai palazzi dei ministeri, dalle case lussuose delle dive di Bollywood agli squallidi quartieri di periferia di Lucknow.

I sei sospetti del titolo sono i sei protagonisti che ci portano a spasso tra diverse classi sociali, situazioni e mentalità, quasi a rappresentare un'India multipla e mai univoca, in cui tutto si intreccia e si amplifica.

Eccoli:
1. il ministro dell'interno dell'Uttar Pradesh, pronto a sacrificare qualsiasi cosa per la sua carriera politica, dal partito a suo figlio (la dignità non la può sacrificare perché non l'ha mai avuta);
2. un funzionario in pensione, arrogante, vile e donnaiolo, ma posseduto dallo spirito di Gandhi;
3. una star del cinema, continuamente assediata dai fan e ossesionata dalla propria immagine;
4. un ladro di telefonini, figlio di una spazzina del tempio, innamorato di chi non dovrebbe neanche guardare da lontano;
5. un aborigeno delle isole Andamane, basso come un pigmeo e tribale fino all'osso (quello che porta appeso al collo);
6. un texano totalmente idiota sbarcato in India, che sembrerebbe uscito da un film dei fratelli Coen.

Le loro strade sono diverse ma si incontreranno tutte, con una pistola alla mano e un movente nel cuore, in una lussuosa villa di Delhi, alla festa per l'assoluzione dall'accusa di omicidio di Vicky Rai, un personaggio con un passato disseminato di crimini ignobili e di una consueta altrettanto ignobile impunità.

Le 500 pagine scorrono che è un piacere, eppure, dopo le letture di altri recenti libri indiani, le sensazioni di déjà-vu sono state un po' troppo frequenti: il rapporto padrone-servo mi ricordava La tigre bianca, la vita dell'attrice mi ha ricordato Giochi sacri, le telefonate notturne il call centre di Chetan Bhagat, la comunità hijra un racconto dell'antologia India, la sorella sfigurata dall'incidente di Bhopal la storia di Animal e altre che non sto qui a elencare.

Per forza, poi mi sono detta, dell'India "moderna" (se così si può dire, o forse, meglio, dell'immaginario che dell'India moderna si sta creando) è riuscito a infilarci dentro quasi tutto: Bollywood, gli slum, i politici corrotti e mafiosi, Google, i telefonini, il Kashmir, i maoisti, Bhopal, la questione delle popolazioni tribali, il terrorismo, Al-Quaeda, i call centre, e chi più ne ha più ne metta.

Per la critica, è stato quindi facile accusarlo di aver creato personaggi stereotipati e aver trattato troppo superficialmente (se non addirittura ridicolarizzato, aggiungo io) molte questioni delicate per far emergere un'India corrotta e violenta. Il che è assolutamente vero, ma vorrei ben sperare che chi cerca un'analisi politica del conflitto in Kashmir o l'introspezione psicologica dei personaggi, non la venga a cercare qua.

Io penso che non vada preso troppo seriamente: è un libro che nasce per essere un romanzo di successo (non solo perché è dell'autore del Millionaire), è esilarante, ironico, satirico, cattura l'attenzione e descrive duramente l'India e la sua corruzione, la violenza e la certezza che con il denaro si possa comprare tutto.
Per approfondire molte questioni bisognerà cercare altrove. Ma  a lui non chiedete niente di più, neanche un confronto con il primogenito e, a parte un finale forse un po' affrettato, vi donerà situazioni divertenti e tragiche, una trama ben costruita e un godibilissimo (e velocissimo) viaggio a zonzo per l'India.

13 gennaio 2010

Il paese delle maree

di Amitav Ghosh

Ha il ritmo dolce e altalenante delle maree, questo romanzo di Ghosh, diviso fra presente e passato, fra alta e bassa marea, fra ricerca scientifica ed emozioni primordiali, fra mare e fiume, fra le storie dei due protagonisti, Piya e Kanai, che si alternano pagina dopo pagina.



Fino a quando l'alta e la bassa marea non si confondono, fino quando anche queste due storie si incontrano, si fondono insieme come fa l'acqua dolce con quella salata, quella che viene dal Gange con quella del golfo del Bengala, proprio là dove il fiume sacro incontra il Brahmaputra prima di sfociare in mare e si trasforma in un labirinto di corsi d'acqua, isole e canali, in mezzo alle foreste di mangrovie, dove le tigri attaccano gli uomini, dove gli uomini pescano granchi e dove anche il passato doloroso e il fluire della storia danno un senso al presente.

E' in questo luogo particolare, i Sundarbans, che Piya, una cetologa americana di origini indiane, è venuta in cerca di delfini e orcelle per le sue ricerche. E' qui che Fokir, schivo pescatore e guida improvvisata quanto perfetta, la condurrà dai suoi delfini. Ed è qui che Kanai, interprete e imprenditore poliglotta, è tornato per un taccuino di memorie lasciatogli da uno zio.
Mentre la storia procede, e mentre Kanai legge il diario dello zio, ogni isola, ogni personaggio e ogni fatto acquistano significato grazie alle dure memorie di un tempo in cui coloni e ideali furono massacrati in nome dell'ecologia. 

I Sundarbans diventano così un vero a proprio microcosmo simbolo di molti problemi globali, un crocevia di storie, di popoli, di situazioni, di religioni e di lingue.
E a proposito di lingue, è interessante seguire le varie lingue che si incrociano ed alternano nel romanzo: Piya parla solo inglese, Kanai parla sei lingue, mentre Fokir in genere non parla - né sa leggere o scrivere, ma  conosce meglio di tutti la lingua della natura.

"Gli argini di fango del paese delle maree hanno preso forma non solo da fiumi di limo, ma anche da fiumi di lingue: bengali, inglese, arabo, hindi, arcanese e chissà quante altre. Affluendo una nell'altra creano grappoli di piccoli mondi appesi alla corrente. La fede del paese delle maree è come le sue grandi mohona, non solo un incrocio di molti fiumi, ma anche una rotatoria che offre alle persone una pluralità di direzioni, verso paesi diversi, e perfino diverse fedi e religioni."

E per chi legge, trovarcisi in mezzo, a questa confluenza divergente, è un po' come capire improvvisamente molte lingue pur parlandone una sola, è un po' come rendersi conto che per viaggiare veramente bisogna anche sapersi fermare.

09 gennaio 2010

Hotel Calcutta

di Sankar

"Gente che va, gente che viene."

Descrivere la vita attraverso gli eventi e i personaggi che si incontrano in un grande albergo è un sicuramente un'idea suggestiva e intrigante.
Ma tutto diventa ancora più interessante, almeno ai miei occhi, se l'hotel in questione è lo Shahjahan della Calcutta degli anni Cinquanta, e se gli occhi che guardano la gente che viene e che va sono quelli di Shankar, giovane impiegato - quasi per caso - nell'albergo più prestigioso della città, "un palazzo in cui avrebbero potuto risiedere il nimaz o il maharaja di Baroda senza sacrificare la propria gloria o la propria magnificenza".

Lo Shahjahan diventa per Shankar un luogo di lavoro e di crescita, dove abbondano le occasioni di incontrare persone particolari: ballerine e nani per le serate di cabaret, grandi industriali che combattono giochi d'amore e di potere fra le suite numero uno e la suite numero due, star del cinema in crisi con il marito, responsabili dell'Organizzanizzazione Mondiale della Sanità con un passato commovente, mogli di ricchi divise fra le cene di beneficienza per scopi umanitari e incontri segreti con gli amanti, hostess di compagnie aeree sempre in giro per il mondo.
Tutto si intreccia fra arrivi notturni, pranzi di gala, ricevimenti e cocktail, fra le leggi proibizioniste sugli alcolici, i fiumi di whisky e la riservata complicità del personale dell'albergo.

Ma le storie più affascinati sono quelle di chi nell'albergo ci lavora o, meglio, ci vive: il direttore Marco Polo, un orfano dal passato particolare, Rosie, la segretaria dalla pelle scura scappata e poi tornata, Natahari, il bramino che è finito a occuparsi delle federe dei cuscini e di come abbinarle al colore delle tende, Gomez, il musicista con la passione per Händel e Beethoven, e il sempre presente Bose-da, receptionist e mentore del nostro narratore.

Mani Shankar Mukherji, grande scrittore bengalese più conosciuto con il nome di Sankar, scrisse questo romanzo in lingua bengali nel 1962 con il titolo Chowringhee (dal nome del quartiere di Calcutta). Il libro ebbe un grande successo e nel 1968 ne fu tratto un film, che si può interamente vedere su questo sito, gratuitamente e con sottotitoli in inglese (e che consiglio vivamente).
Il libro è stato tradotto in inglese nel 2007, e ora ritradotto in italiano.

Hotel Calcutta è un romanzo imperdibile che fa rivivere la Calcutta luccicante, sofisticata e ipocrita degli anni Cinquanta, vista da dietro il bancone di un hotel (oppure in brevissimi viaggi-missioni, quasi sempre notturni) nelle sue pieghe più buie.
E' imperdibile anche e soprattutto per il fascino dei tanti personaggi, così vivi che sembrano saltare fuori dalle pagine, per poi rituffarcisi dentro con le loro occupazioni, paranoie e storie commoventi da seguire.

Il protagonista, entrato come ingenuo ragazzino alla ricerca di un lavoro, matura a poco a poco confrontandosi dolorosamente con un mondo in cui il passato scivola via velocemente, un mondo in cui tutto scorre, senza sconti per nessuno.
E come lui stesso dice, diventa capace, con un po' di egoismo, di infliggere ai suoi lettori le gioie e i dolori degli incontri che tanto hanno significato per lui, di servire quelle voci del passato sulla tavola del presente con immediatezza e partecipazione.

Ma alla fine, è sempre meglio aver amato, sofferto e perduto, che non aver amato affatto e a lui resteranno invece, se non altro, gli ingredienti e l'altruismo per un ghiottosissimo banchetto di storie e personaggi da servire ai suoi lettori.