Leggere l'India

31 marzo 2010

Dreams in Prussian Blue

di Paritosh Uttam

E’ un libro che, a detta dell’editore, si può leggere sulla metropolitana di Delhi mentre si va al lavoro. Io l’ho letto per metà su un aereo e per l’altra metà ben spaparanzata sul divano: ha funzionato lo stesso, anzi, penso che i cuscini del divano l’abbiano reso ancora più godibile.

Dreams in Prussian Blue è il primo di romanzo di Paritosh Uttam, di cui si parlava qualche mese fa.

Fa parte della nuova collana Metro reads della Penguin books India che si rivolge a un pubblico indiano giovanile e metropolitano, assetato di storie di coetanei in una società in cambiamento, ma che comunque ha convinto anche me che non sono né indiana né metropolitana, e tanto meno giovanile.

La storia è quella di Naina, una studentessa di Mumbai che al primo anno di università decide di mollare studi e genitori per andare a vivere con Michael, uno studente fuori corso appassionato di pittura. Naturalmente una scelta del genere non è ben vista dalla famiglia e dalla società, tanto più che lei è di casta bramina e lui è cristiano, ma il romanzo non si focalizza su questi aspetti, come spesso invece succede nei romanzi sull'India che siamo abituati a leggere.

La storia si concentra invece sui personaggi, in particolare su Naina e sulle sue difficoltà nella convivenza con Michael, artista dal temperamento ribelle, dispotico, egocentrico e insensibile a tutto ciò che non sia la sua pittura. La sorte di certo non li aiuta: in un incidente Michael diventa cieco, gli amici si approffitano di loro, i soldi non bastano mai e Michael, troppo concentrato sulle sue tele, non si sogna neanche di fare qualche lavoretto part-time. A poco a poco i colori vivaci della tavolozza diventano sempre più tendenti al blu di Prussia, fino a quando non sarà tutto blu scuro, o tutto nero.

I sogni in blu di Prussia si traformeranno in incubi e il romanzo, con il suo tocco di crudeltà sul filo dello humor, diventerà molto presto del tutto impossibile da abbandonare. Undownputable, come si usa dire ora in inglese.

Pagina dopo pagina, crescerà l'empatia nei confronti della protagonista, anche quando lei si troverà costretta a mentire e a ingannare, in realtà vittima (senza vittimismo) della situazione da lei stessa creata.
 La scrittura è semplice e lineare, scorrevole e impeccabile.

Io ringrazio Paritosh anche per avermelo impacchettato, spedito e fatto conoscere. E lo consiglio a tutti, non sono ai giovani indiani ma anche a chi cerca qualcosa di veramente nuovo e frizzante e insieme assolutamente intelligente e autentico. 

12 marzo 2010

L'India a Torino


Come ormai tutti sapranno, quest’anno sarà l’India il paese ospite al Salone del Libro di Torino, che si terrà dal 13 al 17 maggio.
La pagina del sito del Salone dice che l’idea è quella di “privilegiare i narratori che sono rimasti in patria, a vivere e descrivere una realtà che con la sua debordante umanità resta un gigantesco serbatoio di storie capaci di coinvolgere il lettore.
Per chi volesse iniziare a leggere qualche romanzo, comprare un libro da fare autografare o semplicemente iniziare a sognare un incontro, ecco qua gli scrittori che il Salone ci promette quest'anno.

Anita Desai.
Forse una delle mie scrittici preferite, già nota quando l’India non era ancora “di moda”. I suoi personaggi sono spesso degli esclusi che hanno fatto della solitudine la loro unica dimensione, impotenti di fronte alle situazioni in cui, loro malgrado, si sono ritrovati. La sua prosa, a tratti vera poesia, è impietosa e delicata, ricca di sfumature. Fra i miei titoli preferiti: Chiara luce del giorno, Notte e nebbia a Bombay, Fuoco sulla montagna, In custodia, Digiunare, divorare.

Anita Nair.
È diventata famosa a livello internazionale soprattutto per il romanzo Cuccette per signora, che descrive la vita di donne dell'India del sud che si raccontano a bordo di un treno. Come autrice a me non piace particolarmente, trovo i suoi personaggi un po' stereotipati, ma so che invece ha conquistato il cuore di molti lettori. Altri suoi titoli: Un uomo migliore, Padrona e amante, Il satiro della sotterranea.

Vikas Swarup.
Se Danny Boyle ha deciso di dirigere il Millionaire, è merito suo, visto che è l’autore di Le dodici domande, il libro da cui è stato tratto il film. Ora ha scritto anche un secondo libro, I sei sospetti. Diplomatico e scrittore, i suoi due romanzi sono entrambi avvincenti, sarcastici e amari, con trame che percorrono l’India moderna, fra slum, politica, mafia e Bollywood.

Tarun Tejpal.
Ha pubblicato i due romanzi L'alchimia del desiderio e La storia dei miei assassini. E' un rinomato giornalista d'inchiesta e ha fondato Tehelka, settimanale indiano famoso per le sue inchieste che hanno fatto tremare  potenti e ministri e che, nonostante le intimidazioni e una temporanea chiusura, è riuscito a sovravvivere e a diventare uno dei settimanali più letti in India.

Altaf Tyrewala.
Giovane autore trentenne, di quelli che hanno studiato all’estero e poi sono tornati in patria, ha scritto Nessun dio in vista, scoppiettante staffetta di voci per le strade di una Bombay affollata e straripante di personaggi, di conflitti, di solitudini, di follie, senza più dèi in vista ma con ancora molte storie da raccontare.

Kiran Nagarkar.
Fra tutti, è l’unico che ha scritto, oltre che in inglese, anche nella sua lingua madre, il marathi. Scrittore molto famoso in India, è stato da poco pubblicato anche in Italia con Ravan & Eddie, un bellissimo romanzo che racconta le vite parallele di due ragazzini, uno cristiano e l'altro indù, in un chawl brulicante di persone, di storie e di vita negli anni '50 a Bombay.

Tishani Doshi.
E’ una scrittrice e poetessa di Madras, anche lei della generazione dei nuovi scrittori trentenni. In italiano si può leggere un suo racconto, Navjeevan Express, nella raccolta India - Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti. E' la storia di un lungo viaggio in treno insieme alla madre, con compagni di viaggio tutt'altro che cordiali, con soste, ripensamenti e con un senso di impotenza di fronte a un mondo che sfugge e che rende esausti.

Vikram Chandra. 
In realtà il sito del Salone dice che "non ha ancora sciolto le riserve” (cos'è, fa il prezioso?).  E in realtà  non è propriamente uno di quelli rimasti in patria, visto che vive a meta fra l'India e gli Stati Uniti. Ma  la sua scrittura è veramente superlativa e il suo Giochi sacri, è uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi anni che certamente "con la sua debordante umanità resta un gigantesco serbatoio di storie capaci di coinvolgere il lettore". Anche i precedenti Terra rossa e pioggia scroscainte e Amore e nostalgia a Bombay sono dei gran bei libri ricchi di gran belle storie.

Sukhetu Mehta.
Anche lui deve ancora “sciogliere” e anche lui ora se ne sta negli States. Ha scritto Maximum City, un reportage sulla città di Bombay, "la città degli eccessi" con le sue dimensioni sovraumane, con le sue mille storie di poliziotti e malavita, di ballerine nei locali a luci rosse, di immigrati bihari sui marciapiedi o negli slum, con il sogno di Bollywood o della realizzazione spirituale. 

Gregory David Roberts.
Penso che ormai anche i sassi conoscano Shantaram, il romanzone avvincente e rocambolesco che parla della vita  in quel di Bombay di quel rambo australiano-bollywoodiano nonché avanzo di galera dal cuore d’oro che è l’autore, Gregory David Roberts.


Buone letture!

10 marzo 2010

La storia dei miei assassini


Ecco.
Mi ero riproposta di disintossicarmi dopo l'overdose di romanzi che parlano dell'India corrotta e violenta, ma ci sono subito ricaduta.

La storia dei miei assassini mi ha  incuriosito troppo per non leggerlo, forse anche per la storia personale dell'autore (e per il fatto che sarà al Salone del libro di Torino): Tarun J Tejpal è giornalista e direttore di Tehelka, il settimanale indiano famoso per le sue inchieste che hanno fatto tremare (e dimettere) potenti e ministri.

Parlavamo qualche post fa delle situazioni ricorrenti (o stereotipi) di questo tipo di libri e devo dire che molte le ho ritrovate anche qui: poliziotti corrotti, traffico d'armi, bambini sfruttati, guru personali, pistole e armi che passano di mano in mano come se fossero caramelle.


Ma nonostante tutto, alla fine anche questo è un buon libro che ha qualcosa da dire. Il protagonista, un giornalista investigativo di Delhi, apprende dalla televisione che, senza neanche accorgersene, è scampato a un attentato e i suoi killer sono stati arrestati.

Viene messo sotto scorta, ma sembra che di questa storia non gli interessi saperne più di tanto, preso com'è dagli intrallazzi per salvare la sua rivista dalla chiusura e dai furiosi incontri di sesso con Sara, la sua amante. Sarà proprio lei (attivista e unica donna con una parvenza di personalità nel libro - le altre sono lì solo per essere stuprate) a interessarsi alle storie dei suoi assassini finiti in carcere, il cui ruolo rimane misterioso a tutti e tanto più a loro stessi. 

Così le vicende del protagonista si alternano nella narrazione alle storie dei suoi cinque killer, che da bambini innocenti diventano criminali e assassini in modo più che naturale, viste le circostanze in cui si ritrovano, dai marciapiedi della stazione di Delhi alle campagne popolate dai dacoit (banditi armati fino ai denti). Perché i cinque disgraziati hanno sì un tentato omicidio sulla coscienza, ma alla fine loro stessi sono vittime di un sistema spietato e molto più grande di loro.

La storia è una intelligente riflessione sul potere, esercitato tramite il denaro, il sesso, la violenza, la paura e intrecciato in un sistema di cui ognuno è a sua insaputa vittima e carnefice.

Le descrizioni sfociano spesso nel pulp, accompagnate da espressioni  e volgarità all'altezza del peggior assassino.  All'inizio questo ha un effetto di disturbo, per noi che ce ne stiamo, come il protagonista, comodi comodi in un mondo elitario e inconsapevole che ignora cosa succede nelle campagne o sui marciapiedi.

Ma all'ennesima descrizione di cervelli spappolati, stupri brutali, peni maciullati, arti mutilati, all'ennesima inculata (metaforica o reale) con relativo cadavere fatto a pezzettini e quant'altro, il  disturbo cede il passo alla noia e le diverse storie degli assassini risultano un po' ripetitive.

O forse ho veramente raggiunto il limite ed è giunta ora che mi rifugi in qualche altra India.