Leggere l'India

19 aprile 2010

Il basso ventre dell'Impero

di Ambarish Satwik

In meno di 200 pagine e con tredici brevi racconti, che vanno dal 1742 al 1948, Il basso ventre dell'Impero ripercorre a episodi la storia dell'impero britannico in India, rivisitata dal particolare punto di vista delle malattie delle "parti basse" (il titolo originale del libro è proprio Perineum, perineo, "la regione del corpo compresa fra gli organi genitali, maschili o femminili, e l'ano").

I protagonisti delle brevi storie hanno spesso qualche problema nel loro perineo: il re Giorgio V ha dolore a un testicolo, che forse è solo un fantasma della sua immaginazione, Madan Lal Dhingra, il giovane rivoluzionario indiano, spara a un inglese solo perché è esasperato dal dolore delle sue emorroidi, le piaghe allo scroto dell'architetto inglese Baker sono correlate ai suoi progetti architettonici a Nuova Delhi, anche Jinnah, il padre del Pakistan, non è risparmiato e viene ritratto, tisico e morente, nella sua ultima eiaculazione.

Il tutto viene raccontato con la freddezza di dettagli anatomici di tipo medico e con la presenza di alcune tavole di anatomia umana, unite a stralci di diario, resoconti storici, schizzi e piantine di città. Non a caso l'autore, Ambarish Satwik, è un chirurgo vascolare che opera a Delhi.
Il risultato è quello di una serie di frammenti organizzati in racconti che diventano dissacranti, asciutti, comici, crudi, taglienti.

Le parti basse e tutte le loro patologie, in genere passate sotto silenzio ma portatrici dei peggiori vizi e delle perversioni sessuali, diventano così una metafora del potere, delle sue bassezze e dei suoi abusi. 

Forse i riferimenti storici non saranno immediati a un lettore italiano non esperto di storia indiana, ma il risultato è un libro originale e tagliente, come il bisturi dell'autore.  

È un libro che consiglierei sicuramente, anche se a devo ammettere che la lettura non mi ha entusiasmato fino in fondo: la storia è divisa in momenti indipendenti collegati fra loro dal filo della metafora, che mi è parsa abbastanza ovvia ed evidente. Mi chiedo se ci sia qualcosa che mi sia sfuggito, perché, in mezzo a bubboni e ad ascessi, e al di là dell'idea sicuramente geniale, non ho trovato la riflessione, storica o umana, che avevo sperato.

14 aprile 2010

Le ceneri di Bombay

di Cyrus Mistry

Jingo, il giovane protagonista parsi del romanzo Le ceneri di Bombay, è la classica persona che troverei insopportabile nella realtà: inconcludente, vulnerabile e indolente, innamorato dell'idea di scrivere un romanzo  neanche mai iniziato, con la condivisibile convinzione che studiare o fare carriera non servono a realizzarsi, ma senza ogni minima alternativa.

Ma l'incontro nelle pagine di Cyrus Mistry (il fratello dello scrittore Rohiton Mistry) invece me l'ha fatto dolcemente amare, come fosse un fratello minore o un amico d'infanzia ritrovato dopo anni di silenzio.


Jingo gira per la Bombay degli anni Novanta con i questionari delle ricerche di mercato che lo portano a intervistare la gente  su dentrifici e saponette: è questa l'unica occupazione che gli piace, l'unica che può dare un senso alle sue giornate dopo che ha lasciato l'università con l'idea di scrivere un romanzo che racconti il suo tempo e la sua città.

Imprigionato da una relazione finita male con una ragazza cristiana ancora più tormentata di lui, in bilico fra la voglia di aiutare gli altri e l'autocompiacimento, Jingo vaga anche alla ricerca di pezzi d'hashish  per sfamare il vuoto delle sue pretese e alla ricerca di alibi per nutrire le sue colpe immaginarie, o immaginate.

Noi lo seguiamo ed esploriamo i luoghi dove lo portano i suoi vagabondaggi e i suoi guai: in quartieri popolari, ai party in abito da sera degli amici di famiglia, in tetre camere in affitto, in sistemazioni di fortuna nello slum, nella casa borghese dei genitori che lo vorrebbero laureato all'estero e ben sistemato, nei rifugi di piccoli spacciatori, con il ritmo di chi cammina a piedi di strada in strada, di dolore in dolore.

Fino a che tutti i dolori prenderanno fuoco nella crudeltà estrema dei disordini interreligiosi nella città che tanto ama: d'altra parte Jingo sapeva "che il volto primordiale che aveva scorto della sua città l'avrebbe perseguitato dovunque andasse" e che "la sua mancanza di motivazione era collegata a doppio filo ai miasmi di profonda disperazione in fermento sotto la superficie di quella città".

Così che tutto prenderà fuoco: i personaggi che lo hanno accompagnato in questo viaggio, il passato, la paura e i sensi di colpa che popolano le sue relazioni con gli altri, in un collettivo vortice distruttivo  senza più speranze.
Per poter ripartire da capo, o forse no, solo per poter ancora provare a vivere.

08 aprile 2010

Intervista a Paritosh Uttam

Breve riassunto delle puntate precedenti: Paritosh Uttam, che avevo conosciuto attraverso il suo interessantissimo blog sull'Indian Writing in English, ha appena pubblicato un romanzo per la collana Metro reads della Penguin Books India, dedicata a giovani lettori metropolitani (rimando al post sul suo libro, Dreams in Prussian Blu).
Oggi ci dedica molto gentilmente un'intervista. Io spero che il suo romanzo, oltre alle parole che corrono sul filo del web, possa anche arrivare fin qui anche in carne e ossa, o meglio, in carta e inchiostro.  

Paritosh al parco che scrive 

Ci puoi dire qualcosa su di te e di come sei arrivato a scrivere Dreams in Prussian Blu?
Ho 33 anni, sono sposato e abito a Pune, una città vicino a Mumbai. Lavoro come ingegnere informatico ma mi è sempre piaciuto leggere e scrivere.  Dreams in Prussian Blue è il mio primo romanzo a essere pubblicato, ma è il secondo che ho scritto: mentre cercavo di pubblicare il mio primo romanzo sono venuto in contatto con un'editor della Penguin Books  (in India gli agenti letterari non sono molto diffusi e si può ancora mandare il manoscritto direttamente agli editori). All'editor sono piaciuti il mio stile e alcuni racconti che avevo messo sul mio sito. Stava progettando la collana Metro Reads e mi ha chiesto se potevo sviluppare un romanzo a partire da uno dei miei racconti: ecco come è nato Dreams in Prussian Blue.

Che rapporto c'è fra la tua vita da ingegnere informatico e la tua vita da scrittore?
Non c'è alcun rapporto: a volte mi sembra di vivere come dottor Jekyll e Mr Hyde! Scrivo al mattino quando la mente è ancora fresca e dedico il resto della giornata al lavoro. Mi sforzo di dividere la testa in due compartimenti separati: a volte passare dall'uno all'altro è difficile, ma ora sono diventato più bravo in questi passaggi mentali (in entrambe le direzioni). 
In un certo senso, alcuni aspetti del mio lavoro, come gli algoritmi o la programmazione, mi aiutano a strutturare la trama o sistemare gli eventi in ordine cronologico.

La tua storia si è dovuta adeguare in qualche modo alla collana Metro reads? Hai scritto pensando a un giovane lettore metropolitano?
Ho scritto questo romanzo partendo da un racconto. Per adeguarlo alla collana, ho reso i personaggi più giovani e più identificabili con il lettore. E penso che l'argomento di cui parla, la convivenza di due giovani, sia di grande interesse per un pubblico di giovani lettori urbani indiani.

Sul tuo blog hai scritto che scrivere in inglese invece che nelle lingue indiane può portare a una perdita di autenticità. Come è stata la tua esperienza di scrivere in inglese? Hai dovuto sacrificare qualcosa? I tuoi personaggi nella vita reale parlerebbero inglese o hindi?
In questo romanzo non ho dovuto preoccuparmi molto di questo aspetto. La collana Metro reads in genere prevede personaggi che parlino l'inglese senza problemi, quindi scrivere in inglese non è mi sembrato strano. Nel romanzo i miei personaggi sono studenti universitari ed è accetabile che parlino in inglese. Nella vita reale, i personaggi userebbero però l'hindi o il marathi a casa con i loro genitori. Se avessi voluto rendere questo romanzo veramente autentico, avrei dovuto usare due o tre lingue, ma  sarebbe stato poco pratico per il lettore.
Ho cercato di aggirare il problema cercando di descrivere ogni personaggio attraverso caratteristiche diverse nei dialoghi, ma usando sempre l'inglese. Personaggi come Michael o Naina esprimono pensieri più profondi, mentre il vocabolario della madre di Naina e i suoi pensieri sono limitati a casa, famiglia e serie televisive.
Nel prossimo romanzo che ho in mente sarebbe più naturale che i miei personaggi parlassero in hindi, ma li farò parlare in inglese: l'alternativa sarebbe restringere i personaggi a una certa classe sociale. E' un problema di tutti gli scrittori indiani in lingua inglese: lo prendo come uno dei vari vincoli della scrittura e non mi preoccupo più di tanto.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Qualcuno di loro ti ha ispirato?
Ci sono parecchi scrittori che mi piacciono. Tendo ad ammirare chi ha uno stile particolare nella prosa o nell'architettura di un romanzo. Penso che lo stile non debba essere ovvio o troppo immediato, ma piuttosto crescere al progredire nella lettura. Alcuni scrittori che ammiro sono Naipaul, Nabokov, Dostoevskij, Tolstoj, e qualche romanzo di Gabriel Garcia Marquez e Faulkner. Ammiro il loro stile e cerco di imparare dal loro modo di scrivere che riesce a ottenere effetti straordinari. Ma cerco di non imitare nessuno, almeno consciamente. 

Quali autori indiani (a parte te stesso!) consigliesti ai lettori italiani?
Dipende da cosa cercano. Molti scrittori indiani vivono all'estero, ed è difficile definire uno scrittore "indiano". Suggerirei senz'altro: Salman Rushdie (I figli della mezzanotte), Amitav Ghosh, Anita Desai, I. Allan Sealy per la narrativa, S. Naipaul (i suoi tre libri sull'India) e Suketu Mehta per la saggistica. 
In genere cerco di evitare di leggere scrittori indiani miei contemporanei per non esserne inconsciamente influenzato.

Il tuo romanzo descrive la relazione di due giovani che convivono a Mumbai. Abbiamo sentito recentemente la notizia della decisione della Corte Suprema di New Delhi di considerare legali le convivenze: sta cambiano qualcosa nella società indiana? Convivere al di fuori del matrimonio sta diventando più comune? Che cosa ne pensi?
Non penso che convivere fosse illegale, ma era (ed è) visto con disapprovazione in molti settori della società. La corte ha solo interpretato la legge e confermato che non è illegale.
No, non direi che sia comune, ma ora evoca reazioni meno scandalizzate rispetto a prima. Le convivenze delle star cinematografiche sono di pubblico dominio e vengono molto discusse, ma la gente comune non ha un atteggiamento aperto verso questo tipo di relazione.
Personalmente penso che stia all'individuo. Se due adulti convivono senza recare danno a  a nessuno, non c'è di che preoccuparsi: ci sono problemi molto più seri in India. E' solo che tradizionalmente è compito della società e della famiglia combinare i matrimoni, e il matrimonio è un legame sacro: non siamo abituati a individui che fanno le loro scelte e decidono di vivere insieme al di fuori del matrimonio.

Nel tuo libro la convinenza diventa presto un incubo, mentre il matrimonio combinato porta pace e stabilità. Questo vorrebbe suggerire in qualche modo che il matrimonio alla fine è meglio?
No, ho cercato di non dare giudizi. Anche un matrimonio può diventare un incubo. Ho scelto di parlare di una convivenza perché è una questione che interessa ai giovani lettori metro reads. E se tutto fosse andato bene nella convivenza di Naina, non ci sarebbe stato nessun romanzo.

Tu vivi a Pune, ma hai ambientato il tuo romanzo a Mumbai: sembra che Mumbai sia una città cara a molti romanzi recenti ambientati in India. C'è qualche ragione per cui hai scelto Mumbai?
La ragione è che la maggior parte della gente pensa a Mumbai o a Delhi quando si parla di grandi metropoli indiane, anche se ultimamente ci sono alcune storie ambientate anche a Bangalore. Per il mio romanzo, avevo bisogno di una scena artistica fatta di gallerie d'arte ed esibizioni. Anche Pune ha la sua vita artistica, ma non è paragonabile a Mumbai, visto che la maggior parte degli eventi culturali indiani avvengono a Delhi o Mumbai. Ho scelto Mumbai perché la conosco meglio, ci sono stato molte volte. Quando poi mi riferisco a punti della città come Marine Drive, sono immediatamente riconoscibili per tutti, mentre non sarebbe stato lo stesso per Pune.  

Il tuo prossimo romanzo?
Ci sto lavorando, ma è troppo presto per parlarne. Tra un anno circa dovrei avere di più concreto e allora mi metterò alla ricerca di un editore.


Sul sito di Paritosh altre informazioni, racconti, recensioni, libri e storie.