Leggere l'India

28 maggio 2010

Ritratto del funzionario indiano da giovane

di Chatterjee Upamanyu

Il titolo di joyciana memoria di questo romanzo pubblicato con grande successo in India nel 1988 è tutto italiano: quello originale era English, August.

Di joyciana memoria, non so quanto consapevolmente, sono anche il lato autobiografico della storia e la disarmante sincerità di certe affermazioni (in terza persona ma molto soggettive) del protagonista nel bel mezzo di un ambiente ostile che offre solo la fuga come possibile soluzione.
Ma qui altro che artista, il giovane in questione è un tirocinante della diabolica macchina amministrativa indiana, svogliato ed eternamente annoiato.


Agastya Sen infatti è un venticinquenne bengalese di buona famiglia appena laureato in letteratura inglese che entra a far parte dell'Indian Administration Service (Ias): lavoro sicuro, indubbi privilegi e cazzeggio assicurato, da vero fannullone dedito all'ozio e al vizio fra la burocrazia della pubblica ammistrazione. 

Unico prezzo da pagare è quello di essere spedito a Madna per il tirocinio, una città immaginaria nel profondo Sud, uno squallido avamposto del progresso in mezzo a un mondo rurale, tribale e arretrato, fatto di goffi tentativi di urbanizzazione e di sviluppo malriuscito ("ci deve essere qualcosa di sbagliato nello sviluppo, se crea dei posti come Madna", dice un funzionario al nostro protagonista).

Agastya, August per gli amici, detto talvolta anche English, è abituato vivere nelle grandi città come Delhi e Calcutta in un mix di cultura bengalese e americana (i suoi amici hanno studiato a Yale), e in quel di Madna trova invece un caldo infernale e insopportabile, una stanza infestata da zanzare, una lingua incomprensibile, una popolazione che ha l'abitudine di defecare lungo strada, statue e arredi di pessimo gusto, merda di bufalo che schizza addosso ai passanti,  acqua infetta che chissà se il suo cuoco fa bollire veramente, cibo immangiabile, e una totale mancanza di senso.

Insomma, proprio quelle "Tenebre" della Tigre bianca (anche se un po' più a sud), di cui scriverà Aravind Adiga 20 anni dopo vincendo il Booker Prize. Ma tutto questo cuore di tenebra rimane sullo sfondo: questo non è un romanzo che parla di quel mondo, ma di un giovane anni Ottanta che in quel mondo si ritrova, senza saperne né capirne niente, lontanissimo da ogni forma di "integrazione nazionale" che dovrebbe rappresentare. 

I suoi contatti umani sono infatti quasi esclusivamente con altri membri dell'Ias, capi della polizia, vignettisti, altri come lui finiti in quella fogna di Madna/madness, altri mediocri dediti a cene di società, incontri al Club, picnic e bottiglie di whisky.
D'altra parte il lavoro non lo impegna più di tanto e la cosa più difficile è individuare al volo lo spazio da firmare sulle centinaia di scartoffie incomprensibili. 

August allora sprofonda nel buio della sua camera con tutte le finestre chiuse per lasciar fuori il calore e il mondo esterno, a rollarsi una canna dopo l'altra, a masturbarsi, a leggere le meditazioni di Marco Aurelio, a fare ginnastica e jogging notturno e a fissare il soffitto. Perché, come lui dice, "non c'è molto altro da fare". 

Per descrivere questo senso di noia, questa mancanza di interesse, questa visione di un futuro che è solo "un prevedibile prolungamento del presente", insomma questo niente, 350 pagine potrebbero sembrare molte, ma c'è da dire che il romanzo è ricco di episodi divertenti, personaggi vivaci e il tono cinico, irriverente e sarcastico lo rendono una lettura molto spassosa, anche grazie a un intelligente mix linguistico. 

Tanto per dare un'idea del tono, della filosofia di vita di August e anche per permettervi di accertare se  questo libro faccia per voi (anche se, giuro, non è che sia proprio tutto così), ecco un esempio:
"forse la sua mente avrebbe alla fine capito che la sua agitazione era solo un segno di immaturità, un inconveniente della crescita inevitabile quanto la prima eiaculazione involontaria, universale come gli escrementi, e quasi altrettanto degna di nota."

Vista la grande popolarità in India (ne è anche stato tratto un film), che fra l'altro consentì all'autore di smettere di lavorare come funzionario dell'Ias per fare lo scrittore a tempo pieno, ero sorpresa che nessuno lo avesse ancora tradotto in italiano. Ora eccolo qua, altro simpatico e intelligente tassello fra le nostre letture indiane. 

21 maggio 2010

Il prezzo della libertà e altri racconti

di Saadat Hasan Manto (1912-1955)

"Anche i cani dovranno decidere se essere indiani o pakistani."


Mentre ero occupata a cercare nuovi scrittori indiani all'ultimo grido, non mi ero accorta che era uscito, in italiano, un vero e proprio capolavoro che risale a circa 60 anni fa, ora pubblicato da Fuorilinea, una giovane casa editrice con il progetto di "scoprire scrittori e tematiche ingiustamente dimenticati o trascurati, ma che invece continuano ad avere un riscontro spesso incisivo nell’attualità".

Il prezzo della libertà e altri racconti è una raccolta di 15 short stories di Saadat Hasan Manto, autore nato indiano (nell'India britannica) nel 1912 e morto pakistano (giovane e alcolizzato) nel 1955, cantore in lingua urdu delle storie tragiche e assurde di chi ha vissuto gli anni dell'indipendenza e della Partizione.
Quella Partizione che nel 1947 ha diviso il subcontinente in due stati nemici e ha causato milioni di profughi e di morti da una parte e dall'altra del confine. 

Sono racconti che gelano il sangue, che puntano i riflettori della Storia sulle storie di indù, musulmani e sikh, illuminandone disgrazie, massacri e assassini, stupri e miserie umane, senza spettacolarizzare, come brevi istantanee, immobili e potenti, di momenti agghiaccianti e di personaggi terribili e veri.
Assurdi, crudeli, amari e dissacranti, talvolta grotteschi, sono racconti diretti e imparziali, senza ornamenti o preamboli, spesso di poche pagine, che scuotono dal profondo viscere, cuore e cervello.

Alcuni geniali e di taglio satirico, come Toba Tek Singh, in cui dopo la Partizione India e Pakistan decidono di scambiarsi i matti reclusi nei manicomi: i matti musulmani vengono trasferiti in Pakistan e quelli sikh e indù in India. L'assurdità della Partizione prende così la voce dei malati mentali, un voce non più illogica della realtà stessa.

I racconti sono spesso ambientati a cavallo di quella linea di confine tracciata sulla carta che ha diviso famiglie e paesi e che contiene il nulla al suo interno, il nulla di quella terra di nessuno che non può essere né indiana né pakistana, e che quindi non ha senso, e che quindi è un vuoto capace di inghiottire l'uomo, le amicizie, i ricordi.

Ma ci sono racconti ambientati anche ad Amritsar, Bombay o Calcutta perché la nuova identità totalizzante di indù o musulmano, di indiano o pakistano ha coinvolto ormai tutti gli esseri umani, e forse anche tutti gli esseri viventi, come il cane che scodinzola da una parte all'altra del confine fra gli spari incrociati e divertiti dei soldati. Senza che poi questa nuova identità protegga dai propri simili, come nel racconto Apri!, in cui un'innocente fanciulla musulmana è vittima dei suoi stessi correligionari.

Accusato di cinismo, in realtà in molti racconti Manto si ferma un attimo prima del cinismo, attento a non varcarne la soglia, lasciando immaginare e omettendo l'inequivocabile realtà. In altri casi va talmente oltre il concetto stesso di cinismo che ogni tipo di giudizio perde il suo senso, come per esempio nel Lavoro di Dio, in cui il protagonista, trasferitosi in Pakistan e desideroso di compiere buone azioni in una missione salvifica per l'umanità, decide di "martirizzare" più gente possibile.

Scrittore controverso, accusato di oscenità e più volte processato per i suoi racconti, Manto replicò alle accuse dicendo: "se trovate i miei racconti osceni, è la società in cui vivete a esserlo. Con i miei racconti, io mi limito a esporre la verità"

Nato da una famiglia musulmana del Kashmir e cresciuto ad Amritsar, visse per anni a Bombay lavorando nel mondo del cinema, fino a quando si trasferì in Pakistan dopo la Partizione.
Morì a Lahore, quarantaduenne e devastato dall'alcol nella "terra dei puri" che non lo aveva saputo accogliere nonostante la promessa di libertà, personaggio tragico e scrittore sublime.

20 maggio 2010

L'India a Torino: piccole osservazioni

Potrei essere un po' polemica e dire che il Salone del libro è stata tutta una grande abbuffata commerciale, che lo spazio per l'India, Paese ospite, era veramente ristretto, che il rumore e la folla erano esagerati,  che molte cose avrebbero essere dovute approfondite di più, che i relatori avrebbero potuto leggere i libri di cui parlavano e così via.

Però alla fine sono stati tre giorni molto piacevoli, ricchi di scambi accanto ai "miei" scrittori, che mi hanno lasciato tanti piacevoli ricordi.

Ecco alcune osservazioni, opinabili, arbitrarie e del tutto condizionate dai soli incontri a cui sono riuscita a partecipare.

Prima di tutto, sicuramente un grande interesse da parte del pubblico verso gli scrittori indiani.
D'altra parte avevo fatto un giro in libreria la settimana prima del Salone: nuovi autori indiani erano spuntati come funghi e i titoli indiani fra gli scaffali erano decisamente aumentati (inflazionati?).

In molti incontri del Salone, come per esempio quelli di Tarun Tejpal, di Altaf Tyrewala, di Vikas Swarup, ma anche di Indra Sinha e di Kiran Nagarkar (che ho particolarmente ammirato per la profondità e l'equilibrio),  è emersa la tematica di rappresentare un'India diversa rispetto a quella proposta dalla veste ufficiale, luccicante e sulla strada di un inarrestabile sviluppo economico. Ecco invece allora quell'immagine fatta di slum, violenza, corruzione e anche di fondamentalismo religioso delle grandi metropoli, di cui parlavamo qualche tempo fa anche su questo blog.

Non solo una moda, sembrerebbe, ma anche una necessità di contestare una versione ufficiale che non tiene neanche conto di un altro mondo più oscuro, delle masse senza diritti sacrificate al progresso.

Un altro filone mi è sembrato invece quello delle storie di tipo familiare, unite a una riflessione sui valori tradizionali in quest'India in cambiamento, spesso declinate al femminile, spesso dolorose, e in spazi e luoghi diversi quelli delle grandi metropoli. In particolare ho trovato interessanti gli incontri con Tishani Doshi  e con Anita Nair, che fino a qui non apprezzavo molto, ma le letture dal suo ultimo romanzo L'arte di dimenticare mi hanno tanto favorevolmente colpito che quasi quasi lo leggerò.

Mi ha poi stupito l'interesse verso la questione linguistica che contrappone le lingue indiane all'inglese, che invece avrei pensato di minore interesse per il pubblico del Salone. A moltissimi autori è stato chiesto perché scrivono nella lingua coloniale che non è la loro "vera" lingua madre né la lingua dei loro protagonisti, tanto che alla fine mi è venuto da pensare: ma lasciateli un po' scrivere come vogliono!

In effetti, gli autori in lingua inglese hanno dominato la scena: ci sono stati alcuni rappresentati delle letterature in lingue indiane negli incontri "India sconosciuta" (per l'appunto), anche se decisamente relegati rispetto ai grandi nomi internazionali.
 In particolare, bellissime le poesie in lingua bengali di Dhananjay Ghosal e quelle in punjabi di Sutinder Singh Noor.

E ora, dopo tanti incontri, tanti titoli, tanti nuovi nomi, mi viene voglia di fermarmi e stare un po' lì a pensare, rimuginare e fantasticare prima di attaccare a leggere il prossimo romanzo.

17 maggio 2010

L'India a Torino: ringraziamenti

Eccomi di ritorno dal Salone del libro di Torino, dove non ho fatto altro che seguire appuntamenti indiani.

Potrei dilungarmi sugli autori o sui temi emersi (non cantate vittoria, lo farò!), ma per ora ringrazio tutti quelli che mi hanno voluto dedicare un po' del loro tempo, tutti quelli che hanno trasformato questo appuntamento fatto di pazza folla e di folli corse da una conferenza all'altra in un piacevole momento per incontrarsi o ritrovarsi.

Grazie a tutti!

In particolare, grazie a:
- Vincenzo, per avermi presentata a uno dei miei autori preferiti e per le sue sempre geniali osservazioni
- Indra Sinha, per i suoi aneddoti su Bhopal e per la sua disarmante dolcezza
- Alessandro, per avermi introdotto nel magico mondo delle interviste di Booksweb intervistandomi proprio a proposito di questo blog
- Alessandra di Booksweb, per la fiducia in una umile blogger come me accanto a grandi scrittori
- i ragazzi di Booksweb dietro alle telecamere, così professionali, gentili e sorridenti
- Tarun Tejpal, per le divertenti opinioni scambiate su Bollywood
- Gioia, per la simpatia e la disponibilità anche in mezzo a mille incontri (e per il bellissimo moleskine da collezione!)
- Luisa, per aver condiviso con me il suo amore per Bombay
- Clara, per il piacevole pranzo indiano (anche se troppo breve - ma spero in un prossima occasione)
- Dominique, per l'interessante discussione sulle sue traduzioni dal malayalam (con tutta la mia invidia!)
- Streamlet Dkhar, per i racconti e i consigli di viaggio nella sua affascinante terra del nord-est indiano
- Dhananjay Ghosal, per la chiacchierata, l'invito a Calcutta (pericolosissimo, perché quando mi invitano io vado sempre...) e per i suoi occhi sognanti
- Nirmal, per l'aiuto a destreggiarmi fra i libri della Sahitya Akademi
- Marco, per aver condiviso con me molti degli incontri e per tutti i suoi incoraggiamenti
- Silvia, ormai fedele compagna di festival e saloni
- Sonia, che finalmente ho incontrato di persona dopo mesi di scambi e affinità virtuali
- Giovanna, che in due minuti mi ha comunicato tutto il suo entusiasmo.

E a presto, spero (magari anche con un po' più di tempo)!

07 maggio 2010

Altre stanze, altre meraviglie

di Daniyal Mueenuddin
Da un autore pakistano, una raccolta di racconti ben scritti, sensibili e intelligenti, che ho apprezzato moltissimo anche io che in genere non amo leggere racconti.

Altre stanze, altre meraviglie non è solo una raccolta: ogni racconto è legato agli altri, perché tutti ruotano intorno alla figura di K.K. Harouni, un grande proprietario terriero del Punjab pakistano, e al suo mondo feudale sempre più minacciato dagli interessi dei nuovi industriali.

Anche quando non è presente, è chiaro che tutto gira intorno a lui, vertice assoluto della piramide, in particolare tutto il vasto mondo della servitù legata a vario titolo alle sue proprietà: dall'elettricista al cuoco, dalla dama di compagnia all'autista. Attraverso servitori e lontani parenti, ci ritroviamo nel villaggio più arretrato del mondo rurale pakistano per arrivare agli appartamenti di Parigi presi in affitto per il capodanno.

Ogni storia è indipendente, ma interlacciata alle altre: alcuni personaggi appaiono in più storie, e ognuna rappresenta una particolare sfacettatura di un mondo ricco di stanze diverse, e di diverse meraviglie.

Spesso le storie sono tragiche, in particolar modo per i personaggi femminili, che sono costretti a usare il loro potere sessuale come mezzo di sopravvivenza o di affermazione, mezzo del tutto insufficiente, perché sempre dipendente dagli uomini.

Fra le descrizioni fatte di dettagli minuti e una grande grazia nella scrittura, le vicende dei personaggi sono spesso intrise di disperazione e inquietudine: anche se le storie d'amore sono fatte di profonda tenerezza sfociano spesso in finali molto amari.

Come scrive nell'interessante postfazione dell'edizione americana, l'autore è nato in Pakistan ma ha studiato negli Stati Uniti e come lui stesso ammette "appartiene a entrambe le culture e quindi a nessuna" e cerca di vedere entrambe con un occhio esterno.

Figlio di un ricco possidente terriero, Daniyal Mueenuddin vive ora nel Punjab pakistano e gestisce la fattoria che gli ha lasciato in eredità il padre, diventando il perfetto testimone (e artefice) di questo mondo ingiusto e in decadenza ma ancora potente e determinato.

Non solo Torino...

...ma anche Venezia!

Segnalo anche gli incontri con scrittori indiani a Venezia il giorno 20 maggio, nell'ambito del programma Incroci di civiltà (e ringrazio Stefania che me li ha segnalati).

Saranno presenti Vikram Seth, l'autore del Ragazzo giusto, Alka Saraogi, scrittice che scrive in lingua hindi e autrice del bellissimo Bypass al cuore di Calcutta, e Tishani Doshi, autrice del romanzo Il piacere non può aspettare.

05 maggio 2010

L'India a Torino: ecco chi c'è!


Eccoci qua: mentre ero in viaggio in Siria, è uscito il programma del Salone del Libro di Torino (13-17 maggio) che quest'anno vede l'India come paese ospite.
Qui ci sono tutti gli eventi dettagliati del programma "Paese ospite: l'India".

Purtroppo, rispetto agli scrittori annunciati in precedenza, non sarà presente Anita Desai, ma ci sarà invece la figlia Kiran. 
Ora mi metto a riassumere quali saranno gli scrittori indiani presenti (so che sono loro i più attesi!), ma nel programma ci sono molte altre cose interessanti: la matematica indiana, le letterature in lingue indiane, musica e film, autori non indiani che hanno scritto di India...

Sudhir Kakar.
È uno psicanalista e scrittore. Ha pubblicato i romanzi L’ascesi del desiderio, storia di un giovane al cospetto dell'autore del Kamasutra,  Estasi, l'incontro di un santo con un ragazzo dai costumi occidentali, e Mira e il Mahatma, la storia della relazione fra Gandhi e una giovane inglese che andò a vivere nel suo ashram, e il saggio Gli Indiani.

Indra Sinha.
Metà indiano e metà inglese, ha scritto La morte di Mr Love, un romanzo scritto con uno stile magnifico. Ma soprattutto è autore di Animal, potentissima reinvenzione della vita di una vittima immaginaria del disastro industriale di  Bhopal. Indra Sinha segue da diversi anni la causa di Bhopal.

Kiran Nagarkar.
Scrittore molto famoso in India, è stato da poco pubblicato anche in Italia con Ravan & Eddie, un bellissimo romanzo che racconta le vite parallele di due ragazzini, uno cristiano e l'altro indù, in un chawl brulicante di persone, di storie e di vita negli anni Cinquanta a Bombay.

Kiran Desai.
Figlia della scrittice Anita Desai, nel 2006 ha vinto il Booker Prize con il romanzo Eredi della sconfitta, ambientato in un paese dell'Himalaya in cui si rispecchiano gli echi di un confuso mondo globale portatore di dolore e di sconfitta. 

Tishani Doshi.
È una giovane scrittrice di Madras. In italiano si può leggere un suo racconto nella raccolta India - Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti e il suo romanzo Il piacere non può aspettare, appena pubblicato.

Namita Devidayal.
Giovane autrice di Bombay, è diventata famosa con il suo primo libro, La stanza della musica, un viaggio nel  mondo antico e affascinante della musica indostana, compiuto attraverso i ricordi personali e gli aneddoti della sua maestra di canto.

Shobhaa Dé.
Ex-modella e giornalista, è una delle scrittici indiane più lette, regina dei bestseller indiani.  I suoi romanzi, come per esempio Sorelle o Notti di Bollywood, parlano spesso di donne alla prese con le difficoltà dell'amore, del successo, della famiglia e del sesso.


Anuradha Roy.
Autrice del libro Atlante del desiderio, in uscita a breve in Italia, la storia di tre generazioni indiane nel corso del Novecento,con le lotte per l'indipendenza, la Partizione e i disordini nel Pakistan Orientale (l'attuale Bangladesh).

Anita Nair.
È conosciuta soprattutto per il romanzo Cuccette per signora, che descrive la vita di donne dell'India del sud che si raccontano a bordo di un treno. Come autrice a me non piace particolarmente, trovo i suoi personaggi un po' stereotipati, ma so che invece ha conquistato il cuore di molti lettori. Altri suoi titoli: Un uomo migliore, Padrona e amante, Il satiro della sotterranea.

Tarun Tejpal.
Ha pubblicato i due romanzi L'alchimia del desiderio e La storia dei miei assassini. È un rinomato giornalista d'inchiesta e ha fondato Tehelka, settimanale indiano famoso per le sue inchieste che hanno fatto tremare potenti e ministri e che, nonostante le intimidazioni e una temporanea chiusura, è riuscito a sopravvivere e a diventare uno dei settimanali più letti in India.

Gregory David Roberts. (lo metto anche se non è indiano!)
Penso che ormai anche i sassi conoscano Shantaram, il romanzone avvincente e rocambolesco che parla della vita in quel di Bombay di quel rambo australiano-bollywoodiano nonché avanzo di galera dal cuore d’oro che è l’autore, Gregory David Roberts.

Altaf Tyrewala.
Giovane autore trentenne, di quelli che hanno studiato all’estero e poi sono tornati in patria, ha scritto Nessun dio in vista, scoppiettante staffetta di voci per le strade di una Bombay affollata e straripante di personaggi, di conflitti, di solitudini, di follie, senza più dèi in vista ma con ancora molte storie da raccontare.

Ambarish Satwik.
Chirurgo di Nuova Delhi, ha scritto Il basso ventre dell'impero, una serie di racconti in cui la Storia dell'Impero britannico in India, dal Settecento all'indipendenza, viene riscritta attraverso le malattie delle "parti basse" dei vari protagonisti.

Vikas Swarup.
Se Danny Boyle ha deciso di dirigere il Millionaire, è merito suo, visto che è l’autore di Le dodici domande, il libro da cui è stato tratto il film. Ora ha scritto anche un secondo libro, I sei sospetti. Diplomatico e scrittore, i suoi due romanzi sono entrambi avvincenti, sarcastici e amari, con trame che percorrono l’India moderna, fra slum, politica, mafia e Bollywood.

Sampat Pal.
È una attivista che ha fondato la Pink Gang, un movimento che combatte per i diritti delle donne, contro la violenza domestica, i matrimoni infantili, la corruzione. Le combattive attiviste vestono in sari rosa. Ha scritto il libro Con il sari rosa.

Radhika Jha.
Ha scritto l'Odore del mondo, romanzo che parla di una ragazza indiana a Parigi (l'unico che ho letto, ma che non ho particolarmente apprezzato), la raccolta di racconti L'elefante e la Maruti e Il dono della dea, resoconto del contrasto fra il mondo tradizionale dell'India delle campagne e quello del progresso che sta avanzando.

S. D. Shanghvi
Nella sua biografia si legge che ha vissuto su un albero, aperto una pizzeria a Bombay e  frequentato master in giornalismo negli Stati Uniti.  Ha scritto il romanzo L'ultima canzone.

Amruta Patil.
Giovane scrittice nata a Goa, è autrice di Nel cuore di Smog City, una grafic novel che racconta la relazione di due donne in una Mumbai fatta di grattacieli e inquinamento.

Prem Shankar Jha.
È un economista e giornalista, ha lavorato negli anni Sessanta per le Nazioni Unite a New York, attualmente vive in India. Ha scritto numerosi saggi, in italiano è stato tradotto Il caos prossimo venturo, analisi economica e politica del capitalismo nel mondo complesso e caotico della globalizzazione. Un altro suo saggio, Quando la tigre incontra il dragone, è in fase di pubblicazione.


Inoltre autori indiani (o di origine indiana) e pakistani sono presenti al Salone anche nel progetto "Lingua madre":

Karan Mahaja, autore di La moglie sbagliata, un divertente e scoppientante romanzo sulla famiglia e sui rapporti padre-figlio.

Raj Patel, economista indiano che rifiuta le regole del capitalismo e del libero mercato come unica soluzione ai problemi del mondo, autore dei saggi I padroni del cibo e Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo.Shailja Patel, poetessa africana di origini indiane che descrive la condizioni del migrante.

Kamila Shamsie, autrice pakistana, fra i suoi libri ricordo il suo ultimo romanzo Ombre bruciate.

Samina Ali, autrice indo-americana, che ha scritto il romanzo Giorno di pioggia a Madras.