Leggere l'India

15 giugno 2010

La ragazza del mio cuore

di Buddhadeva Bose (1908-1974)

Se una notte d'inverno quattro viaggiatori

I ricordi della felicità passata sono tristi o lieti?

Nessuno dei quattro personaggi di questo romanzo risponde in modo esplicito a questa domanda.
Nessuno risponde, ma ognuno invece inizia a raccontare una storia per vincere il gelo, il sonno e la notte della sala d'aspetto della stazione di Tundla, dove si incontrano per caso quattro viaggiatori bloccati da una interruzione della linea ferroviaria, in attesa del mattino e del prossimo treno.

La risposta, che corre nei fili che collegano le storie raccontate dai viaggiatori, è proprio come la  lettura stessa del libro: triste e lieta, malinconica e romantica, ma anche semplice e colloquiale nel descrivere quattro storie, tutte maschili, delle pene d'amor perdute di altri tempi, quando si era giovani e l'amore divorava il cuore, quando bastava uno sguardo per sentirsi svenire e fremere, quando bastavano le parole frettolose scambiate una sera per immaginare un mondo impossibile fatto di figure femminili distante e irraggiungibili, quasi impossibili anche solo da immaginare.

L'autore della Ragazza del mio cuore è Buddhadeva Bose, grande scrittore e poeta in lingua bengali del Novecento. Il romanzo, pubblicato in India nel 1951 con il titolo Moner Moto Meye, è stato tradotto in inglese nel 2009 (con il titolo My kind of girl) e da lì ritradotto in italiano.


Il passaggio delle traduzioni non ha cancellato una diversità di linguaggio fra le varie storie raccontate da personaggi molto diversi: un imprenditore, un medico, un funzionario governativo e uno scrittore.

Anche gli amori descritti sono tutti diversi, alcuni realizzati, altri solo sognati, altri respinti con disprezzo, ma tutti accomunati da un gusto d'altri tempi, dal sapore ottocentesco (o forse addirittura settecentesco) di certi romanzi romantici europei.
Sempre che poi abbia un senso fare paragoni con la letteratura europea; sapendo però che l'autore tradusse Baudelaire, Hölderlin e Rilke in bengali, ci si potrebbe sbizzarrire con richiami e analogie.

Ma quello che oggi ci può far innamorare di questo libro, che si legge in meno di due ore con grande trasporto e commozione, è la descrizione di quel "male d'amore", che appartiene di sicuro ai bei tempi andati, non solo a quelli dell'India degli anni Trenta delle storie dei protagonisti, ma anche a quelli delle nostre adolescenze che sono ormai dolce e doloroso ricordo, lieto e triste insieme. 

10 giugno 2010

Il mio ragazzo

di R. Raj Rao

Yudi, giornalista freelance quarantenne, rimorchia "il suo ragazzo" nei cessi pubblici della stazione di Churchgate a Bombay, mentre è alla ricerca di qualche bel maschio in grado di soddisfarre i suoi appettiti (omo)sessuali.
Ma l'incontro si trasforma presto in una storia d'amore tra i due, anche se, più precisamente, è in realtà Yudi che del giovane conosciuto per caso si innamora perdutamente.

Yudi è un intellettuale di casta bramina, che vive da single in un appartamento in periferia a Bombay, va a mostre e appuntamenti, scrive articoli e nella sua eterofobia (si può dire? sul dizionario non c'è) schifa del tutto le donne, mentre Milind, "il ragazzo", è un giovane intoccabile che lavora come facchino e vive in una squallida stanza con i genitori e  i numerosi fratelli.

Le differenze di casta vengono annientate dalla loro omosessualità: in pratica essere gay equivale per entrambi a essere fuori casta. Al contrario la differenza fra le loro condizioni sociali, economiche e di età sarà invece ben più profonda e decisiva e porterà problemi e risentimenti nella loro sbilanciata relazione.

Il romanzo è piacevole, leggibile, vivace e i suoi personaggi chiedono, e ottengono, simpatia immediata. 

Il motivo fondamentale per leggerlo è proprio il fatto che racconta una storia gay indiana che ci porta nel mondo omossessuale di Bombay degli anni Novanta con tutti i suoi problemi e le sue consuetudini.
Ci addentriamo così in questo mondo urbano, sotterraneo ma vastissimo, tra tolleranza e intolleranza, a fare i conti con i valori della società, la legge e i poliziotti ("i rapporti contro natura" erano un reato penale in India fino allo scorso luglio), le discoteche gay - anzi la discoteca, unica a Bombay e dal nome inequivocabile, Testosterone - le agenzie di modelli, gli approcci nei bagni pubblici, nei parchi e nelle carrozze dei treni sempre affollati, le minacce con relative estorsioni di contanti e i conseguenti pestaggi.

Fino ad arrivare, in mezzo a questo mondo così fisico e maschile, a quei sentimenti che sono indipendenti dall'essere omossessuale, eterosessuale o altro, indipendenti dalla nazione, dalla casta o dalla condizione sociale: la forza totalizzante dell'amore e l'incurabile dolore delle sue ferite.

06 giugno 2010

The immigrant

di Manju Kapur

Diciamo la verità: la trama non brilla certo di originalità.
In poche parole: anni Settanta, matrimonio combinato (e desiderato) fra una ragazza indiana ormai oltre l'età da marito e un NRI (Non Resident Indian) che fa il dentista in Canada, con annessa descrizione delle difficoltà indiane di integrazione in "Occidente" e di relazione coniugale.

Bisogna però ammettere che i personaggi e le situazioni sono portati avanti con una certa maestria dall'autrice, capace di descrivere con mano sicura emozioni e sensazioni nei dettagli, in ogni piega, a ogni scalo dell'aereo che porta la protagonista in Canada o in ogni giornata passata in casa ad aspettare il marito.

The immigrant è il quarto e (per il momento) ultimo romanzo di Manju Kapur, non ancora tradotto in italiano, ma presente nelle sezioni di libri in lingua inglese di molte librerie. Dell'autrice, di cui in italiano è stato tradotto il suo primo romanzo Figlie difficili, in genere sono molto apprezzate le descrizioni dei sentimenti delle donne della middle class indiana, che si trovano spesso a vivere non facili situazioni familiari e matrimoniali.

In The immigrant la scena si sposta dalle famiglie dell'India del nord alla cittadina nordamericana di Halifax, dove Nina, la nostra "immigrata", si trasferisce per costruirsi una nuova vita di felicità coniugale.

Il marito Ananda, arrivato in Canada anni prima di lei, è ormai (quasi) totalmente occidentalizzato e cerca di trasformare in questo senso anche lei, che però troverà difficoltà nell'adeguarsi a cibo, vestiti e modi di pensare occidentali.
Alla fine, tutto si concentra sulle problematiche sessuali della coppia, mescolate con un tocco di femminismo: le sue (di lui) disfunzioni sembrano diventare il motivo centrale di tutta la sua (di lei, ma poi anche di lui) insoddisfazione.

A essere sincera, questo aspetto mi ha a dir poco annoiata, così come ho trovato il ripetuto contrasto fra l'Occidente individualista e l'India tradizionale un po' troppo banale, senza quella grazia e la sottile abilità nel descrivere la vita dell'immigrato, per esempio e per non fare nomi, di Jhumpa Lahiri.

Quello che invece mi ha dato più soddisfazione nella lettura è stato proprio notare come una scrittice indiana (cosmopolita, ma molto indiana e residente a Delhi) descrive il nostro Occidente - dove in realtà "l'Occidente" è identificato con una piccola città di provincia canadese - con anche tutti gli stereotipi del caso: un passaggio in Canada, con l'Occidente nello specchio dell'India.