Leggere l'India

23 luglio 2010

Ritorni, partenze

Dall'ultimo viaggio in India a oggi, ho scritto migliaia di parole, su questo blog e in centinaia di email, per stare in contatto con un mondo che amo. 
Ne ho lette sicuramente molte di più, di parole, nelle pagine dei libri che ho divorato, famelica.
Ho fatto tanti sogni.

Tutto il resto, quello che non si può né scrivere né leggere e neanche sognare, torno a viverlo laggiù.

Torno da persone care e vado a conoscerne di nuove, alcune incontrate anche nel piccolo mondo di questo blog e delle sue diramazioni. Torno sulle orme di libri letti e sognati, inseguendone altri.
E poi, soprattutto, torno ad Akanksha, l'associazione per i bambini degli slum di Bombay dove ho lasciato il cuore.

Se riuscirò, scriverò qui sopra, altrimenti ci sarà settembre per raccontare.
Una dolce estate a chiunque passi di qui.

16 luglio 2010

Fra due omicidi

di Aravind Adiga

"I personaggi di Maupassant non fanno altro che volere: vogliono, vogliono e vogliono. Soldi, donne, successo. E poi di nuovo: più soldi, più donne, più successo. I tuoi personaggi non vogliono niente!"

Così si sente rispondere dal suo editore il protagonista di un racconto di Fra due omicidi, per sentirsi replicare che non si possono pubblicare le storie di chi non vuole niente.

Così sembrerebbero essere anche gli stessi personaggi di questa serie di racconti dell'autore della Tigre bianca, ambientati nell'immaginaria città di Kittur, sulla costa fra Calicut e Goa, nel periodo di tempo compreso tra l'omicidio di Indira Gandhi e quello di suo figlio Rajiv, cioè tra il 1984 e il 1991.

I personaggi, in realtà, vorrebbero. Ma non possono.
Ci provano. Ma non riescono. 

Vorrebbero anche poco: un lavoro dignitoso, un minimo di giustizia, un pranzo decente al giorno, un tetto sopra la testa, il superamento discriminazioni di casta o religione. Ma, appunto, non si può. Ogni loro minimo gesto di riscatto - neanche si può chiamare di ribellione - viene punito, ogni loro speranza distrutta.

Come nella Tigre bianca, il libro vincitore del Booker Prize nel 2008, l'interesse di Adiga è tutto rivolto verso la società indiana con le sue profonde ingiustizie, con i suoi conflitti spesso latenti o inespressi. Una società dove la maggior parte delle persone sta male in quanto povero, musulmano o cattolico, di bassa o mezza casta, onesto o anche ricco (più uno è ricco più lo si può spremere), dove la politica è altro non è che la manipolazione dei molti poveri per tenere al potere i pochi ricchi.

Nella Tigre Bianca però (scusate ma il paragone con il romanzo che ha fatto diventare il suo autore una discussa star letteraria è d'obbligo) c'era un unico, forte e univoco punto di vista.  Qui invece ci sono tante piccole storie quotidiane, nelle loro diversità e complessità, che rendono la lettura molto più umana: là era la società nuda e cruda a essere il centro, qui è l'uomo.

Attraversare il microcosmo di Kittur seguendo le indicazioni da guida turistica che fa da cornice ai racconti significa avere una  narrazione più frammentata, più sfaccettata, più sfumata e quindi, come le tutte cose sfumate, più debole e meno incisiva: non c'è l'aggressività, la grinta e il sarcasmo della Tigre, e la quindi la sua innegabile forza.

Fra l'altro, Adiga ha iniziato a scrivere questi racconti prima della Tigre quando non era ancora famoso. Mi verrebbe da pensare che nessuno glieli ha pubblicati perché i personaggi non volevano niente e quindi ha scritto la Tigre dove, inequivocabilmente, il protagonista vuole, vuole e vuole.

In Fra due omicidi la prosa di Adiga è semplice e lineare, talvolta sfocia in metafore e brevi momenti di lirismo: il cielo a cui ogni tanto i personaggi alzano gli occhi, la luce di un tramonto o del cielo stellato sono momenti poetici, come lirici lampi di salvezza, ma quello che prevale alla fine è una disarmante rassegnazione. Anche solo per non morire, anche solo per non impazzire.

Un'India profondamente umana, ma senza felicità e senza speranza.

03 luglio 2010

Fiume di fuoco

di Qurratulain Hyder

Questo maestoso e grandissimo romanzo è, almeno a prima vista o prima approssimazione, un romanzo sulla Storia.
La Storia che corre con il suo flusso incessante, inarrestabile, non lineare, fotografata in quattro episodi distinti e fra loro cronologicamente distanti.

Quello che collega un momento storico all'altro sono i nomi dei personaggi, che ricorrono nei vari episodi, senza che siano in realtà reincarnazioni di vite successive, né che ricordino in alcun modo quello che è successo nei secoli antecendenti. Ovvero senza il senno del poi, di cui il lettore è l'unico depositario.

Il primo dei quattro periodi è il quarto secolo avanti Cristo, in cui seguiamo un giovane "studente", un brahmachari errante nei boschi fra privazioni fisiche e meditazione, nel periodo in cui il buddhismo conquistava pacificamente adepti nelle foreste e fra le famiglie reali dell'India.

Con un salto vertigionoso ci troviamo nel 1400 a seguire Kamal, un persiano approdato in India nel bel mezzo di un via vai di popoli in giro per il mondo da Cordova a Delhi, passando per Baghdad o La Mecca: un mondo fatto di carovane, eserciti e caravanserragli, sulle orme di dervisci erranti, guerrieri e monaci sufi, in un meraviglioso sincretismo di culture e di lingue, "una Torre di Babele e arca di Noè in un luogo solo".

Con un altro salto passiamo poi all'Ottocento, quando il colonialismo britannico con tutte le sue contraddizioni arriva in India, quando tutto questo mondo magmatico e multiforme viene vivisezionato e ridotto all'ordine.

Fino a giungere, con l'ultimo episodio, agli anni tragici dell'indipendenza e della Partizione, dove quel meraviglioso mondo di sincretismo indù-musulmano e di culture fra loro intrecciate e ormai indistinguibili, sarà definitivamente distrutto, tanto che anche le persone saranno "partitioned" e quindi fuori luogo sia in India sia in Pakistan.

Così deve essere stato per l'autrice, di familgia musulmana, trasferitasi inizialmente in Pakistan dopo la Partizione e poi ritornata in India dopo qualche anno.
Qurratulain Hyder è riconosciuta come la massima esponente della letteratura indiana del Novecento, "la Gran Dama della letteratura urdu", spirito libero, anticonformista, cosmopolita, colta ed eclettica.

Scrisse questo romanzo nel 1960 in lingua urdu e solo nel 1997 decise di tradurlo, lei stessa, in inglese.
Ma più che una traduzione fu una "transcreazione", ovvero una completa reinvenzione di un nuovo romanzo in una nuova lingua: è infatti questo nuovo romanzo, River of Fire, ormai diventato quello "ufficiale", a essere stato traghettato in italiano con la bellissima traduzione di Vincenzo Mingiardi. 

E' un libro complesso e ricchissimo di rimandi e riferimenti, ma allo stesso tempo molto piacevole, scritto con uno stile multiforme, pieno di grazia e ironia, in un continuo crescendo di ritmo, di personaggi, di storie, di complessità.

E ora, a vederlo più da vicino, possiamo forse dire che, più che un romanzo sulla Storia, Fiume di fuoco è un romanzo sul Tempo.
Sul Tempo che corre sotto la Storia, che la governa e la distrugge, perché la Storia è limitata, mentre il Tempo stesso per sua natura non si può circoscrivere, con il suo flusso e le sue correnti sotterranee, con i suoi gorghi e le sue esondazioni.

Non a caso il fiume dove inizialmente incontriamo lo studente errante segue, con curve geograficamente e temporalmente impossibili, alcuni dei personaggi, fino a che non ci si ritroverà fermi di fronte al suo scorrere agghiacciante e silenzioso.

Scopriamo allora che ci si può bagnare per due, tre, quattro volte nello stesso fiume e capiamo così che se sicuramente c'è altro rispetto alla Storia, forse c'è Altro anche rispetto al Tempo, perché non tutto è solo una questione di storie, una questione di tempo: alla fine tutti sognano e muoiono da soli, tutti bruciano nella corrente di quel fiume di fuoco.

E ben sappiamo che di noi resterà solo una foto di gruppo abbandonata in un rispostiglio, "in un meandro di oscurità del tempo".
E allora questo, prima di tutto ma alla fine di tutto, è un romanzo sull'Eternità.
"Non ci sono vecchi tempi o tempi moderni. Esiste solo l'Eternità... che pure è un istante fugace".