Leggere l'India

24 settembre 2010

Baulsphere

di Mimlu Sen

Parigi, 1982. Mimlu Sen, l'autrice di questo libro, assiste al concerto di un gruppo di Baul, i menestrelli bengalesi approdati per quell'occasione fino alla capitale francese.

La loro musica è per lei quasi magnetica: quelle canzoni la riportano immediatamente alle sue origini indiane, alla casa natale di Shillong quando sua madre le cantava le stesse melodie, a tutto il mondo bengalese che si è lasciata alle spalle per vivere una vita diversa e anticonformista a Parigi.


E' da qual momento che inizia il suo viaggio nel mondo di questi menestrelli vagabondi e liberi come il vento, a fianco di Paban, uno dei musicisti conosciuti a Parigi. Un viaggio che durerà per il resto della sua vita e la porterà in giro per il Bengala rurale, seguendo festival religiosi, fiere agricole e visite agli ashram, sulle orme erranti della musica dei Baul.

La narrazione che esplora il mondo dei Baul attraverso le esperienze personali ricorda alla lontana La stanza della musica, in cui Namita Devidayal raccontava la musica classica indostana attraverso il suo vissuto: anche in questo caso il libro è una via di mezzo fra autobiografia, un libro di memorie e un reportage sui Baul.

Uno dei primi passi del viaggio di Mimlu è quello che la porta ad attraversare la "linea della povertà" per conoscere la famiglia di Paban che vive decisamente al di sotto di quella linea. E' proprio lì sotto, fra le caste più povere, che troverà un mondo fatto di condivisione e di tolleranza, dove la privacy non esiste, dove la porta di casa è sempre aperta per tutti.
E' un mondo profondamente spirituale, senza confini fra le diverse fedi religiose. I Baul venerano la dea Kali e altre espressioni della potenza femminile; molti di loro non sono solo cantanti ma anche sadhu che praticano riti tantrici e tradizioni esoteriche.
  
Malvisti dalla gente "rispettabile", ammirati da Tagore che tanto ne fu ispirato nelle sue canzoni, i Baul suonano le loro melodie con strumenti di legno e terracotta, e portano sollievo ai poveri, alle contadine o alle prostitute che trovano speranza nei testi che parlano dell'anima divina che risiede dietro di noi, e liberazione nei ritmi frenetici della musica.

Nel descrivere la vita dei Baul, Mimlu Sen ne descrive luci e ombre, senza mai lasciarsi andare a una descrizione romantica: la vita dei Baul è anche dura e povera, è anche fatta di pregiudizi e di prevaricazioni.
Il loro spirito libero, che rifiuta le caste, la discriminazione nei confronti delle donne e le differenze religiose, deve comunque cantare per una società maschilista, dominata dai bramini e intrisa di intolleranza religiosa.
Inoltre, è giusto chiedersi che cosa succederà a queste tradizioni con l'avanzare di un mondo globalizzato - domanda aperta che rimane, per ora, senza risposta.

Ho apprezzato Baulsphere soprattutto perché mi ha aperto una finestra sul mondo dei Baul, un mondo che mi ha enormemente affascinato durante il mio recente viaggio in India (come forse si era capito).

Proprio per questo, talvolta avrei preferito avere più spazio dedicato ai Baul che non alle vicende personali a familiari dell'autrice, ma penso che Baulsphere sia un'ottima introduzione di piacevole lettura a chiunque volesse addentrarsi nel mondo dei Baul, oppure anche farne solo un giro turistico, così per cominciare. (A proposito: se qualcuno lo volesse leggere è stato pubblicato con il titolo The Honey Gatherers anche in Inghilterra e quindi è facilmente ordinabile online).

La narrazione appassionata non riesce invece a comunicare pienamente la bellezza e la potenza della musica, ma in realtà neanche ci prova, giustamente: non è qualcosa che si possa comunicare tramite le sole parole scritte. Qui sì che ci vorranno spiriti vagabondi e  appassionati viaggiatori.

20 settembre 2010

Una sera nel mondo dei Baul

Come il suono del violino.
Lirico e struggente, malinconico, mistico, classico e notturno.
Ma che quando vuole diventa folk, gitano, scanzonato e un po’ pazzerello.

Musicalmente non ha niente a che fare con il violino, che è solamente una metafora, ma la musica che ho sentito cantare da un Baul (menestrello bengalese) mi ha ricordato, nell’anima, quella di un violino.
Folle e lirico, popolare e mistico.

E’ notte fonda quando arriviamo con Dhananjay Ghoshal a Shantiniketan, il villaggio dove Rabindranath Tagore fondò un campus scolastico e universitario, ancora oggi molto attivo.

Dhananjay, poeta e scrittore bengalese, è la mia guida letteraria e spirituale per il Bengala Occidentale: è lui che mi traduce dal bengali, è lui che mi introduce nel mondo dei Baul, che mi presenta ad altri amici scrittori, poeti e cantori di questo mondo bengalese in cui tutti sono poeti, in cui non esiste parlare per più di due minuti senza aver citato "Radindranath": il premio Nobel indiano, Radindranath Tagore, si chiama rigorosamente per nome.

E' Dhananjay che, fra l'altro, ha scritto un libro sui Baul in bengali, che spero un giorno di leggere (un giorno, quando lo tradurrano in inglese; un giorno, quando imparerò il bengali).

E' lui che inizia la serata poetica versando whisky a tutti gli amici che si sono radunati nella stanza della guesthouse in cui ci siamo sistemati. E' lì che conosciamo suo amico Baul arrivato in moto dal suo villaggio apposta per cantarci le sue canzoni. Ha i capelli lunghi e folti, la pelle scurissima, un sorriso che gli illumina il viso.
E' vestito di arancione, con un abito tradizionale indossato per l'occasione.

Inizio a fargli domande per capire qualcosa della sua arte, ma lui risponde con le sue canzoni: è lì per cantare, con la sua voce potente e lirica, con il suo tamburo e il suo ektara, lo strumento tipico dei Baul fatto di una sola corda.
Odia la politica (argomento che ogni tanto qualcuno cerca di sollevare), è anarchico nell'animo, sembra vivere unicamente di musica e poesia.
Mi sta dicendo: ascolta le mie canzoni, è lì che troverai le tue risposte.

Le sue canzoni sono del tipo più svariato: alcune sono poesie di Dhananjay girate in musica, altre le ha composte lui, altre sono vecchie canzoni tradizionali di autori ignoti, canzoni devozionali per Krishna ispirate al GitaGovinda (il poema sanscrito che parla dell'amore fra Radha e Krishna), altre ancora sono composte secoli fa da Baul passati alla storia - una storia tutta orale e cantata.

A poco a poco inizio a capire qualcosa del suo mondo: i Baul viaggiano nel Bengala rurale di villaggio in villaggio a cantare le loro poesie ai vari Mela (festival religiosi, spesso legati al calendario agricolo e lunare), vivono di offerte e di poco altro, sono anticonformisti, incuranti delle convenzioni sociali, delle caste, delle divisioni religiose, tanto che sono sia hindu che musulmani (più precisamente i musulmani si chiamano Fakir).

Influenzati da diverse espressioni religiose come il tantrismo, il sufismo e il vaishnavismo, hanno sviluppato proprio quella "religione dell'uomo" che tanto ammirava Tagore: quella che va alla ricerca della scintilla divina che guizza nel profondo del cuore umano, e in tutto il meraviglioso creato.
Alcuni sono sadhu e asceti, altri sono solo cantori e mendicanti che vivono di musica.

Tagore ne fu ampiamente influenzato ed ebbe rapporti profondi con loro, raccogliendo in particolare l'arte di Lalon Fakir Shah, uno dei Baul storici più famosi. Anche in occidente, personaggi come Grotowski, Allen Ginsberg e Bob Dylan ne furono affascinati.

Io stessa sono incantata: la musica mi assorbe, ma vorrei sapere di più.
Solo alla fine del viaggio, al Vodafone Crossword Award troverò un libro in inglese che parla dettagliatamente di loro. Nei prossimi post racconterò anche di quello.

E se riesco, farò sempre così per raccontare questo viaggio: ogni esperienza ha un suo libro. E' vero che la distanza fra realtà indiana e quello che si legge nei libri è abissale ed è vero che questo abisso al mio ritorno mi ha tenuto lontana per un po' da ogni forma di scrittura e lettura.
Ma è anche vero che i libri sono la mia vita e, per fortuna, attraverso le loro pagine qualcosa si riesce sempre a comunicare.

Per ora, invece, un video che dei Baul comunica soprattutto la musica (e mostra chiaramente che cosa è l'ektara: lo strumento che si vede nei primi secondi del video).