Leggere l'India

29 novembre 2010

Aftertaste

di Namita Devidayal

È tutta una questione di soldi

Non so se questo libro sia poi diventato un bestseller. Nelle librerie di romanzi in lingua inglese, questa estate a Mumbai come bestseller troneggiavano i libri di Chetan Bagat, ma Aftertaste è stato sicuramente il libro più venduto durante le ore che io ho passato a spulciare le pile orizzontali di libri della Strand Book Stall, tanto che il commesso continuava a portarne nuove copie giù dalle scale e che alla fine l'ho comprato anche io.

Aftertaste è il secondo libro di Namita Devidayal, autrice della Stanza della musica.
Non è (ancora) stato tradotto in italiano ed è molto diverso dal primo: La stanza della musica era un libro a metà fra autobiografia e reportage sulla storia della musica, fatto di magica intimità e di canto sublime, Aftertaste è un romanzo vero e proprio, che descrive le relazioni, tutte basate sui soldi, di una famiglia indiana benestante. 


Si apre in una stanza di ospedale nel 1984, durante Diwali: Mummyji, vedova e madre di quattro figli, si trova ricoverata per un ictus. La guardia dell'ospedale osserva le strane dinamiche che tengono uniti i membri della famiglia e si chiede se sia proprio vero quello che non può fare a meno di notare: tutti vogliono che Mummyji muoia.

Da qui iniziamo a seguire tutta la storia della famiglia andando indietro di qualche decennio: la loro è una familia di baniya, riconosciuti per il proverbiale senso degli affari e l'attaccamento al denaro, originaria del  Punjab e ora residente a Bombay, città ideale per fare soldi.

Al centro della famiglia, c'è Mummyji, che muove tutte le trame del mondo che la circonda, tutto il business del negozio di mithai (dolci) che è riuscita ad avviare e far diventare un impero commerciale, tutte le vite dei suoi figli. È lei a decidere che cosa è meglio per loro, a calcolare e manipolare i rapporti con le nuore e i nipoti, i matrimoni e le relazioni fra tutti gli altri membri della famiglia. Madre e distruttrice, detentrice del potere e del controllo su tutto e su tutti.

Seguiamo così le storie dei quattro figli: Rajan Papa, intellettuale e inconcludente, del tutto incapace di fronte alle sfide del business, Sunny, dinamico, impulsivo e senza scrupoli, Suman, bellissima, viziata e irragionevole e infine Saroj, a cui toccano tutte le sfortune della vita. Veniamo così a conoscenza dei loro mariti, mogli, amanti, figli e amici, fino a che non si incontreranno tutti al capezzale della madre, ognuno pronto ad arraffare il più possibile dei suoi soldi, diamanti, proprietà e gioielli.

Namita Devidayal è brava a delineare esplicitamente tutte queste relazioni, ma un po' meno nella descrizione dei personaggi, caratterizzati in modo clinico, schematico e sempre attento a svelare ogni minimo dettaglio della loro vita per spiegare quello che sono diventati, anche con l'aiuto di qualche breve inserto per chiarire come funzionano le famiglie allargate in India o il giro di soldi in nero fra i baniya.

In questo senso, la trama manca di ritmo e di energia e, nonostante i personaggi siano del tutto "normali", è praticamente impossibile provare simpatia nei loro confronti, perché, diciamolo, non se ne salva nessuno.

Alla fine il romanzo è una riflessione su che cosa tiene unite le famiglie: non a caso, tutte le indicazioni temporali sono riferite a Diwali ("quattro giorni prima", "due giorni dopo" ecc.), che è proprio il tempo della famiglia, del cibo e dei dolci (se fosse ambientato da noi, potrebbe essere Natale).

E non a caso, proprio il business familiare basato sui dolci lascia un senso di cinica rassegnazione, un retrogusto decisamente amaro.

26 novembre 2010

River to River 2010

Anche quest'anno sarò per due giorni al River to river, il festival di cinema indiano che si tiene a Firenze dal 3 al 9 dicembre.
Spero sia l'occasione per rivedere gli amici appassionati d'India che ho conosciuto negli ultimi due anni e per conoscerne nuovi.

Il programma è sul sito del Festival e quest'anno la retrospettiva è su Satyajit Ray, il grande regista bengalese: scelta molto gradita, visto che ho ancora il Bengala nel cuore e che sto leggendo alcuni libri da cui i suoi film sono stati tratti.

Dei film di Satyajit Ray proiettati a Firenze, per esempio, Aranyer Din Ratri (Days and nights in the forest) è tratto dal romanzo omonimo di Sunil Gangopadhyay, rinomatissimo autore bengalese che forse alcuni di voi hanno conosciuto al Salone di Torino.

Jalsaghar (The Music Room) viene da un romanzo di Tarasankar Bandyopadhyay (1898-1971) e Charulata (The lonely wife) da Nashtaneer, un racconto di Tagore ora tradotto in inglese e in uscita in India il prossimo mese (sul blog della Random House India si può leggerne un estratto).

Direi che è abbastanza evidente il connubio bengalese tra cinema e letteratura, se per caso non fosse bastato Pater Panchali (il film di Satyajit Ray tratto dal romanzo di Bibhutibhushan Bandopadhyay, uno dei miei film preferiti).

E poi, uscendo dal bengali e dal Bengala, di Satyajit Ray ci sarà anche Shatranj Ke Khilari (The Chess Players), tratto da un racconto di Premchand, scritto in hindi (e poi in urdu) e ambientato a Lucknow nell'Ottocento.

Ci vediamo a Firenze!

18 novembre 2010

Le ragnatele di Bombay

Agosto 2010: Bombay, Mumbai. Erano un po' che non tornavo.
La volta scorsa, prima di partire, avevo letto qualche libro, soprattutto Maximum city di Suketu Mehta, per farmi un'idea della città. Ero partita per andare a insegnare ai bambini degli slum, con Akanksha, una associazione indiana che segue progetti scolastici per l'infanzia.

E così, avevo visto soprattutto baraccopoli e povertà urbana, perché era quello che dovevo vedere. 
Avevo visto anche mercati, vicoli, ristornati, spiagge, grattacieli, templi, moschee, scrosci di monsone, musei, banche, cavalcavia, librerie, corvi, treni affollati e tutte le mille e una meraviglie che si possono vedere a Bombay.

Nel frattempo, fra una visita e l'altra, ho letto altri libri, sempre con le strade di Bombay bene impresse in mente. Primo fra tutti, Giochi sacri ("epico nella sua ampiezza e definitivo nella sua precisione", scrive qui un entusiasta Altaf Tyrewala che si è convinto a leggerlo su un e-reader, come probabilmente avete letto su Internazionale della scorsa settimana). Poi Nessun dio in vistaLe ceneri di Bombay, e anche Shantaram.

Questa volta, sono stata di nuovo ad Akanksha, e ho trovato i ragazzi straordinariamente cresciuti, più grandi e consapevoli. Di questo ho scritto nel blog che avevo iniziato laggiù e poi messo in stand-by, proprio come Bombay.  

Questa volta, ho rivisto tutto da capo, ma soprattutto ho visto le connessioni sottili che collegano il tassista che dorme in macchina con gli scrittori che chiacchierano alla premiazione letteraria, i bambini di Akanksha con la signora che compra un iPhone per la figlia a Dadar, la famiglia che dorme sui marciapiedi con il cameriere del ristorante gujarati, il venditore di pan con il preside della St. Xavier School, il poliziotto (visto con occhi del tutto diversi, dopo essermi follemente innamorata di Sartaj di Giochi sacri) con la parrucchiera di Colaba.

Anche grazie ai libri letti e vissuti, questa volta ho visto chiaramente le ragnatele di Bombay.
L'enorme ragnatela, che non unisce (e non divide) ma collega tutte queste meraviglie. La ragnatela a cui anche tu puoi intrecciare la tua storia.

Ho comprato tanti libri, questa volta, a Bombay. Questa volta, solo per caso, soprattutto di scrittrici donne.
Non serviranno a farmi rivivere a Bombay, non mi parleranno di una città in sé indescrivibile, ma mi guideranno in uno dei mille percorsi possibili di questo labirinto umano, lungo i fili della sua ragnatela invisibile e mutevole, lungo la storia più vera o più assurda che hanno scelto.

08 novembre 2010

Tagore e i Baul

"Mi accadde un giorno di ascoltare il canto di un mendicante appartenente alla setta bengalese dei Baul. Ciò che mi colpì nel semplice canto di quel mendicante fu la religiosità che esprimeva, né grossolanamente concreta per l'eccesso di crudi dettagli realistici, né resa metafisica da una troppo rarefatta trascendenza. 
Inoltre quel canto era vivo di una amicizia sincera. Esso parla dell'intenso desiderio del cuore per quanto di divino risiede nell'Uomo e non nel tempio, in scritture, immagini e simboli. Il credente rivolge il suo canto all'Uomo ideale dicendo:

Templi e moschee ti sbarrano il cammino,
ed io non posso udire il tuo richiamo, e non mi posso muovere,
quando maestri e preti stanno rabbiosi tutti intorno a me.

Egli non segue alcuna tradizione cerimoniale, piuttosto crede semplicemente all'amore. Secondo lui

L'amore è pietra magica, che muta col suo tocco la brama in sacrificio.

E prosegue:

A causa dell'amore vuol farsi terra il cielo, e Dio vuol farsi uomo.  

Da allora ho spesso cercato di incontrare dei Baul, allo scopo di conoscerne la spiritualità attraverso i canti, che sono la loro unica forma di culto."


È così che Tagore parla dei Baul, gli erranti menestrelli bengalesi. La citazione viene da La religione dell'uomo, che raccoglie e approfondisce le conferenze che il premio Nobel indiano tenne a Oxford nel maggio del 1930, nel programma delle Hibbert lectures (conferenze annuali su vari temi teologici e religiosi). 

Il richiamo ai Baul compare diverse volte in questo libro e in particolare nell'edizione inglese di The religion of man c'è un'intera appendice dedicata ai Baul. Purtroppo nell'edizione italiana (almeno in quella che conosco) le appendici sono state tagliate, ma comunque si possono leggere in inglese a questo link
Fra l'altro, anche la seconda appendice era molto interessante: Note on the nature of reality, in cui Tagore riporta la discussione avuta con Einstein durante il loro incontro in Germania, sempre nel 1930. Anche questa, in inglese, si può leggere qui.

L'appendice sui Baul, The Baul singers of Bengal, è un resoconto curato da un amico e collega di Tagore, il professore Kshiti Mohan Sen, che (per la cronoca) era il nonno di un altro premio Nobel, Amartya Sen.
Kshiti Mohan Sen, professore di sanscrito a Shantiniketan, descrive il sentimento di assoluta libertà tipica dei Baul, che non riconoscono padroni a cui obbedire, fierissimi di non seguire nessun canone, prescrizione o consuetudine, liberi di seguire solo l'Amore. 

Allo stesso modo, i Baul non seguono simboli, libri o templi, perché il tempio più sacro in cui risiede il divino altro non è che il proprio corpo.
Così la loro via non è quella della rinuncia, dell'abbandono o del distacco, ma è invece ispirata alla comunione con il divino, alla ricerca di quella luce che ci illumina interiormente, alla ricerca "dell'Uomo del mio cuore", che nasce dentro di noi e che non discende da un cielo lontano e altissimo. 

Anche Kshiti Mohan Sen racconta come, quando chiederai di parlarti un po' di loro, i Baul non risponderanno ma attaccheranno a cantare: esattamente la stessa identica esperienza che ho provato anche io con il Baul che ho incontrato a Shantiniketan.

È evidente che ciò che sto facendo io, cercare in ogni dove qualcosa da leggere su di loro, è l'approccio più sbagliato possibile, in questo dolce mare di canti e poesie tramandate oralmente. 
Ne sono consapevole, ma è anche un modo per ricordare quella loro musica sublime, quel loro continuo e appassionato inno alla gioia.