Leggere l'India

27 dicembre 2010

AIDS Sutra

In questa antologia 16 autori indiani (o di origini indiane o affini) raccontano i molti volti della diffusione dell'Aids in India, che, inizialmente negata, sta ora espandendosi con preoccupante rapidità. 

L'antologia è stata realizzata in collaborazione con Avahan, il progetto della Fondazione Bill & Melinda Gates (su cui ho sentito dire tutto e il contrario di tutto) che si occupa di prevenzione dell'Aids in India.
Sono 16 saggi che ci portano a conoscere diverse comunità, la maggior parte "ad alto rischio", in diverse zone dell'India: da Bangalore a Calcutta, dall'Andhra Pradesh al Manipur.


Kiran Desai ci porta nei villaggi di prostitute nell'Andhra Pradesh (uno degli stati a più alta diffusione dell'Aids), Salman Rushdie fra gli hijra (diciamo "transessuali" - semplificando molto) di Bombay, Sunil Gangopadhyay nei bordelli di Calcutta dove si rifugiava da giovane con gli amici per bere whisky di nascosto, William Dalrymple fra le devadasi del tempio, Siddhartha Deb fra la generazione perduta del Manipur, dedita alla tossicodipendenza, Vikram Seth invece parla di una sua poesia in cui un uomo sta morendo di Aids.

Il viaggio fra le vittime dell'Aids prosegue nella comunità dei camionisti, in istituti per i bambini orfani dell'Aids, fra le casalinghe contagiate, negli ospedali, fra la polizia e le sue violenze sui "lavoratori del sesso".

Nella maggior parte dei casi raccontati in questi reportage, l'Aids rappresenta uno stigma da nascondere per non essere esclusi dalla società, il che contribuisce ovviamente alla sua diffusione.
Emerge anche il lavoro di varie Ong che si occupano invece dei malati e della prevenzione, sicuramente lodevoli e concretamente utili, ma non sufficienti per un affrontare un problema così vasto e subdolo.

L'antologia ha i pregi e i difetti delle antologie: sono descritte tante realtà diverse, con registri diversi (anche se tutti in stile giornalistico),  con più o meno empatia nei confronti delle persone descritte (ma sempre senza alcun sentimentalismo), il che contribuisce a dare l'idea di una realtà molto sfaccettata. Non emerge invece, nel caso qualcuno se l'aspettasse, un'analisi approfondita del problema dell'Aids in India, oltre a quella proposta nella premessa di Amartya Sen. 

Uno degli aspetti più interessanti è invece imparare la terminologia (e quindi tutte le sue sfaccettature) che descrive il complesso mondo della sessualità, in un moltiplicarsi di termini, distinzioni e acronomini: lavoratrici del sesso (non "prostitute"), lavoratori del sesso (MSW, Male Sex worker), Men who have Sex with other Men (MSM), omosessuali, hijra, kothi, pandi... 

Forse l'aspetto più importante, però, è quello di cercare di rendere più consapevoli i cittadini indiani (il libro è uscito originariamente in India presso la Random House) di questo male nascosto, che anche nelle classi sociali più alte si tende a ignorare.

13 dicembre 2010

Days and nights in the forest (Aranyer Din Ratri)

di Sunil Gangopadhyay

Il film di Satyajit Ray Days and nights in the forest proiettato la scorsa settimana al River to River è capitato proprio a fagiolo, visto che ho appena finito il bel romanzo da cui è stato tratto.

Days and nights in the forest (Aranyer Din Ratri), scritto in bengali nel 1968 e tradotto solo ora in inglese, è il secondo romanzo di Sunil Gangopadhyay, scrittore e poeta osannatissimo in Bengala ma poco conosciuto da queste parti.

Sunil Gangopadhyay è nato nel 1934 in un villaggio che oggi sta in Bangladesh e vive a Calcutta. Ha iniziato soprattutto come poeta fondando la rivista letteraria Krittibas, ma ha scritto poi anche decine di romanzi, vincendo il Sahitya Akademi Award nel 1985 per il romanzo storico Those days (Sei Samay), e oggi è il presitente della Sahitya Akademi (la rinomata accademia letteraria indiana).

Chi è stato al Salone del Libro di Torino, lo ricorderà a presentare le letterature in lingue indiane e a recitare le sue poesie. Recentemente, un suo racconto è stato tradotto in italiano per l'antologia Aids Sutra.

Days and nights in the forest racconta l'avventura di quattro giovani di Calcutta, negli anni Sessanta, in una delle loro fughe improvvisate e senza meta per scappare per qualche giorno dalla vita borghese e di città.
I quattro amici si ritrovano a scendere alla stazione di Dhalbhumgar, piccolo villaggio rurale abitato da popolazioni tribali, fra Bengala e Bihar, a occupare un bungalow nella foresta e a girovagare per mercati, foreste e negozi di alcolici.

Ma, nonostante il simbolico gesto di buttare via il giornale all'arrivo nel villaggio, è con gli occhiali della cultura cittadina che i quattro protagonisti vedono e giudicano quel mondo tribale, vulnerabile e ferito proprio dalla "civiltà": non possono fare a meno di mangiare le uova a colazione, la bellezza dei tramonti ricorda loro i film occidentali, non sono capaci di cucinare da soli e l'incontro con due ragazze di Calcutta li farà ripiombare nel loro passato.

La foresta sembra essere il posto ideale per sottolineare le svariate contraddizioni sociali: i rapporti con i tribali non sono mai spontanei, sono sempre viziati da un inconsapevole senso di superiorità dei quattro ragazzi, che si manifesta soprattutto nei rapporti con le donne.
Non c'è comunicazione fra il mondo della città e quello della foresta, fra quello dei giovani borghesi e dei tribali e i loro rapporti finiranno sempre in modo spiacevole.

Per i quattro ragazzi, fra le serate alcoliche e le notti buie nella foresta, il viaggio sarà anche un'esplorazione delle proprie paure, dei rimorsi, dei loro aspetti più bui e violenti, simboleggiati nelle piccole ferite che qua e là affiorano come gocce di sangue, fino a misurarsi, ognuno a modo suo, con il rapporto con una delle donne incontrate nella foresta.

Rispetto al film di Satyajit Ray, che illumina i lati bui del romanzo e rende più scanzonati e comici i personaggi, il romanzo è molto più oscuro e ambiguo.

E soprattutto, è modernissimo: se i quattro non sono per niente diversi dai giovani occidentali degli anni Sessanta on the road, non sono neanche troppo diversi -per dirne una- da un gruppo di ragazzi del nostro tempo in vacanza in interail.
Modernissimo, inquieto e vitale.

06 dicembre 2010

Di ritorno dal River to River, 2010

Eccomi di ritorno dal weekend fiorentino trascorso al River to River, il bellissimo festival di cinema indiano.

Molto belli i film di Satyajit Ray, il regista bengalese su cui quest'anno è incentrata la retrospettiva. Per me il suo capolavoro resta sempre la Trilogia di Apu, ma i tre film che ho visto al festival sono ugualmente memorabili, peccato non poter vedere anche The chess players che verrà proiettato mercoledì.

Il primo dei tre, Charulata (The lonely wife), è la storia di Charu, una moglie sempre troppo sola, dedita alla lettura e al ricamo, che osserva il mondo con i suoi binocoli da dietro alla finestra. L'arrivo del cugino del marito sconvolgerà in modo sottile l'atmosfera familiare e le dinamiche fra i membri della famiglia.

Jalsaghar (The Music Room), il film che mi ha più emozionato, descrive invece la passione per la musica di un proprietario terriero: nonostante ormai la sua proprietà stia ormai cadendo a pezzi, la sua famiglia sia distrutta e soldi, gioielli e argenteria non bastino più a pagare le spese e tanto meno i musicisti, non si arrende al cambiare dei tempi, fino alla fine, fino all'ultimo concerto.

L'ultimo dei tre film è Aranyer Din Ratri (Days and Nights in the Forest), che racconta le avventure e disavventure di quattro giovanotti di Calcutta in vacanza per qualche giorno in un villaggio tribale, "nella foresta", alle prese con serate alcoliche, contatti con la popolazione locale e incontri con due modernissime ragazze di Calcutta.

Molto interessante il documentario India by Song di Vijay Singh sulla la storia dell'India indipendente che si specchia nelle canzoni di Bolloywood.

Molto ironico Peepli live, il film candidato per rappresentare l'India agli Oscar 2011, che riesce a trattare un tema drammatico, i suicidi dei contadini nelle campagne dell'India, in modo sarcastico descrivendo con grande amarezza i media, sempre agguerriti, insensibili, avidi di storie sensazionali da prima pagina, e la politica, incapace di agire, sempre pronta a strumentalizzare e legata unicamente agli interessi personali.

Molto simpatica anche l'animazione per il decimo compleanno del River to River  (che potete vedere qui sotto) e, come al solito, molto coinvolgenti gli incontri, i caffé, i pranzi e le cene con altri appassionati, che spero di rivedere presto alla prossima occasione.