Come un diamante nel cielo

di Shazia Omar

La colonna sonora di questo romanzo di una giovane autrice esordiente sono le canzoni di Bob Dylan, di Lou Reed, dei Doors e dei Beatles che ascoltano e citano i personaggi del libro, mescolate con il rumore degli scooter e dei clacson di Dhaka e intrecciate con le suonerie di Mission Impossibile dai cellulari.

Come un diamante nel cielo è ambientato nella capitale del Bangladesh e la sua trama avvincente rincorre le storie della gioventù bruciata per le case, le stanze e le strade di questa città mostruosa e brulicante di ogni genere di vita.


Seguendo le vicende dei due giovani ragazzi protagonisti, due tossicodipendenti sempre alla ricerca della prossima dose di eroina, giriamo fra l'università e le stanze dei figli della Dhaka bene, per cacciarci nelle baracche e nelle strade putride del basti a cercar la droga da spacciatrici dolci e fragili, per poi finire a casa di un ricco mafioso che commercia diamanti, oppure in tristissimi locali alla moda. 

Incontriamo tossicodipendenti alla ricerca del prossimo sballo, poliziotti fanatici, politici corrotti, bellissime prostitute di lusso, mendicanti mutilati, belle ragazze dell'università sole e sconsolate.

Ci affezioniamo in particolare a uno dei due giovani, Deen, un personaggio molto credibile diviso fra la droga e una storia d'amore: l'autrice gli sta sempre molto vicina, offrendoci il suo linguaggio e il suo punto di vista, e si discosta solo in pochi momenti per darci qualche breve ragguaglio sul Bangladesh.

Di certo non fa venire la voglia di andarci, in Bangladesh (e dire che l'ho letto anche perché invece un giorno mi piacerebbe ritrovarmi fra le strade sovraffollate di Dhaka), un paese sfortunato diventato la fogna del mondo.

Un Bangladesh senza molta speranza, dove il fondamentalismo che si affaccia può trovare un terreno fertile, dove solo i soldi contano, dove i politici fanno i mafiosi di professione e dove anche la meglio gioventù di Dakha è sbandata e finisce molto facilmente per scivolare nella tossicodipendenza.

Il tutto raccontato con una trama avvincente e in chiave noir con tanto di pistola, traffico di diamanti, polizia e storia d'amore. Ma quello che alla fine sconvolge e commuove sono i giovani bangladeshi, innocenti proprio di quella innocenza che hanno perduto, e del tutto vulnerabili.

Commenti

  1. sembra bello! del resto è interessante anche solo 'respirare' delle atmosfere, immaginare i paesaggi, anche se corrotti.
    ma soprattutto mi domando: dove trovi il tempo di leggere così tanto? :-) un bacione!

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  2. sì, poi a me questi posti di fogna sotto sotto un po' piacciono...

    Il tempo per leggere? Prima facevo un'ora di treno al giorno e leggevo tutti i giorni sul treno. Ero quasi spaventata quando mi sono avvicinata al lavoro per l'idea che avrei letto di meno... invece il tempo lo trovo lo stesso, di sera prima di dormire, sull'autobus, nei pomeriggi piovosi (in quelli assolati no, mai!), o anche di notte.
    Insomma, leggere per me è veramente una delle cose più importanti della vita e per le cose importanti il tempo si trova sempre!

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  3. Mah, che spavento questo libro! Mi chiedo come è stata la ricezione in Bangladesh.

    Dal sito di Metropoli d'Asia ho letto che l'autrice lavorava per Lehman Brothers (non certo una poveraccia, quindi), poi per un pelo non è rimasta vittima della tragedia dell'11 settembre e si è reinventata attivista, con un tirocinio in un centro di riabilitazione per eroinomani, a Bombay (evidentemente l'ispirazione per questo libro).

    PS: Nukila Amal, l'ultima "acquisizione" di Metropoli d'Asia doveva essere ospite di Incroci di Civiltà la prossima settimana a Venezia, ma ha cancellato l'evento per improvvisa indisposizione. Peccato!

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  4. Eh già, questi scrittori subcontinentali che parlano dei poveracci non sono mai dei poveracci! :-)

    Non so come sia stato preso in Bangladesh, ma ho letto invece delle recensioni indiane (è stato pubblicato dalla Penguin Books India) e sono tutte buone... Non so come sia stato preso nel suo paese, visto che appunto lo descrive in modo così critico, ma forse ha avuto più diffusione in India che in Bangladesh (questa in realtà è solo una mia idea non basata sui fatti!).

    Interessante Nukila Amal: hai letto il suo libro? L'Indonesia è un posto interessantissimo. Peccato che non possa venire a Venezia!

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  5. Una volta Gayatri Spivak , la Derrida indiana (anche lei bengalese), ha scritto un saggio che sostiene proprio che i subalterni non possono parlare e che la loro voce è sempre sovrastata dai membri delle classi dominanti.
    Dhaka temo di no, ma il Bangladesh deve essere bellissimo paesaggisticamente parlando. Certo con gli scrittori che lo criticano non sono molto teneri, ma questo avviene anche in India e in Pakistan

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  6. Conosco bene quel saggio e mi trovo abbastaza d'accordo con Gayatri Spivak, per lo meno per quanto concerno il mondo della letteratura.

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  7. Ciao Alessandro! Come va, come stai?

    Sulla questione dei subalterni, che dire: no, they can't, ma continuerò a leggere le parole di chi ne parla o scrive, anche se in modo coloniale/postcoloniale/paternalistico/orientalistico (magari cercando di essere consapevole di questi atteggiamenti più o meno impliciti).

    Anche io ho l'idea che il Bangladesh sia molto bello, e in realtà che anche Dhaka alla fine dei conti sia molto interessante (anche leggendo certi libri su Bombay passa la voglia di andarci, e poi invece è un posto straordinario).

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