Leggere l'India

27 marzo 2011

Il giardino delle delizie terrene

di Indrajit Hazra

Intrigante questa doppia storia di due personaggi, un piromane insonne a Calcutta e uno scrittore in ostaggio a Praga, questo doppio mondo, questo doppio sogno.


A Calcutta, Hirenmoy Bose dorme una notte ogni dieci, ha il brutto vizio di appiccare fuochi e dopo che la storia con la fidanzata è andata... in fumo (letteralmente) torna a vivere dai suoi amici del pensionato, dove tutti pendono dalle labbra di Ghanada e dalle sue storie incredibili di avventure improbabili.

A Praga, il celebre scrittore indiano Manik Basu è in fuga dal suo editore: ha firmato un contratto per cinque libri in cinque anni, intascando un grosso anticipo, ma ancora non ne ha scritto neanche uno. E proprio a nella città di Kafka verrà sequestrato e imprigionato fino a che non avrà concluso il suo romanzo.

Chi è più vero? Verso quale comune destino stanno correndo ignari i protagonisti di questo romanzo che a capitoli alterni descrive le storie di Hirenmoy e Manik?
Sono due mondi separati e paralleli o uno dipende dall'altro? Oppure, piuttosto, uno ha inventato l'altro?

L'articolarsi delle storie parallele è surreale, a tratti onirico, molto kafkiano e un po' fantasmagorico.
Può anche lasciare perplessi, e quindi indifferenti: non è uno di quei romanzi che ti prendono l'anima, è invece uno di quelli intriganti, brillanti, furbi (nel senso buono della parola), pieni di humor e un po' bizzarri.

Indrajit Hazra è un giovane scrittore e giornalista dell'Hindustan Times e ha riempito questo romanzo di riferimenti letterari e non: per esempio il nome del piromane a Calcutta richiama proprio Hieronymus Bosch, il pittore del Giardino delle delizie terrene che dà il nome al libro e Ghanada, il contastorie contafrottole del pensionato, è un personaggio delle storie per bambini dello scrittore bengalese Premenda Mitra.

Ma la sua vera abilità sta "nell'estetica del raccontar frottole", nel saper raccontare storie che contengono storie in modo del tutto lineare e con pochi eccentrici personaggi, incastrando libri e vita reale, editoria e scrittura, sogno e veglia, immaginazione e invenzione, menzogne e alibi.

18 marzo 2011

Ombre bruciate

di Kamila Shamsie

Iniziamo respirando l'aria lieve di Nagasaki nel 1945, in ignara attesa della bomba atomica, per poi passare in una Delhi in attesa della Partizione, decandente ma ancora vitale e poetica, e arrivare a Karachi negli anni Ottanta della guerra fredda e dei profughi afgani. Per perderci infine nelle connessioni che uniscono e separano New York e l'Afganistan dopo l'11 settembre.


E' un romanzo ambizioso e ben costruito, a tratti poetico, che ci porta in giro per i continenti e per mezzo secolo, seguendo la storia di interdipendenza e di amicizia fra due famiglie, una occidentale (inglese-tedesca-americana) e una orientale (giapponese-indiana-pakistana), tenute insieme da un memorabile personaggio, Hiroko.

Hiroko è una giapponese che ha subìto la perdita del fidanzato nell'esplosione della bomba e che porta i segni di quel terribile evento sulla coscienza e sulla schiena, nella cicatrici a forma di gru che le sono rimaste addosso, segno del disegno del kimono che indossava il giorno dell'esplosione. 
Una “hibakusha” (una sopravvissuta della bomba), condizione che sopporterà per tutta vita senza mai rinunciare a rinascere ogni volta, per più volte, dalle proprie ceneri.

Seguendola ci ritroviamo in perenne compagnia di personaggi che non hanno una sola identità, che sono costretti a cambiare nazione, lingua e amici, perché è quello che la Storia, il destino o il caso (a seconda di come si vuole leggere il romanzo) ha preparato per loro, oppure perché è proprio quello che loro cercano, per sentirsi stranieri con una “patria immaginaria” da rimpiangere o da odiare in qualche parte nel mondo.

“Perché la casa è un posto da ricordare non un posto dove vivere.”
 
E' un mondo di lingue straniere che si incontrano, e Hiroko ne parla molte e con quelle costruisce la sua storia, anche se spesso le emozioni rimangono intraducibili da un mondo all'altro e a volte “non si hanno parole in nessuna lingua”. E' soprattutto un mondo di dolore, di perdita.

Kamila Shamsie è nata in Pakistan nel 1973 e ha studiato negli Stati Uniti.
Questo è il suo quinto romanzo e in queste pagine riecheggiano molti libri e molti autori: alcuni sono espliciti riferimenti letterari, come per esempio Crepuscolo a Delhi di Ahmed Ali o Il paziente inglese di Michael Ondaatje, altri sono richiami volutamente evidenti, come Passaggio in India di Forster o Kim di Kipling. 
Altri ancora sono suggestioni date dal tema di identità culturale e di perdita che ricorre spesso negli scrittori più internazionali del subcontinente, come le due Desai, Ghosh, Rushdie.

Niente di nuovo, quindi. Ma il romanzo è comunque originale, poetico e con una storia coinvolgente, anche se la seconda metà del libro non è così bella come la prima: fra mujaheddin e americani al servizio della CIA, talvolta l'atmosfera da thriller mi ha fatto rimpiangere le pagine indiane, basate sulle complesse relazioni fra i personaggi in quella splendida e malata Delhi dove tutto poteva ancora succedere.

A ogni modo, nei quattro momenti storici si possono leggere ritorni e ricorrenze: le ombre di uno si stendono sull'altro, anche quando ci si è lasciati alle spalle un mondo, oppure la propria ombra, bruciata dalla Storia o dalla vita. 
E la storia, le incomprensioni, i tradimenti e gli errori si ripetono, e tutti sono intrecciati, e forse lo siamo anche noi, a qualche giapponese o profugo afgano, così come lo siamo a quelli stessi fili sottili della storia che portano da Nagasaki a Guantánamo.

17 marzo 2011

La figlia segreta

di Shilpi Somaya Gowda

Non mi stupisce che questo romanzo d'esordio di una scrittice cadanese di origini indiane sia già un best-seller: mescola con abilità certi ingredienti in grado di attirare lettori (ma soprattutto lettrici) affamati di sentimenti e di tematiche “esotiche”.


Eccone alcuni: l'infanticidio femminile in India, la vita occidentale sicura ma senz'anima di contro alle follie indiane, le contraddizioni dell'India, Bombay e i suoi slum (la slum-lit in stile Millionaire colpisce ancora e io giuro che sto iniziando a rimpiangere Shantaram), la maternità negata e il senso materno (mom-lit?), le relazioni umane nella famiglia occidentale e in quella allargata indiana. 

Il romanzo è strutturato in brevi capitoli che alternano la vita indiana di Kavita, madre naturale di una bambina data in adozione, con quella della famiglia adottiva californiana.
Una tecnica che rende la lettura coinvolgente e rapida, e su cui non ho assolutamente niente da ridire – la usano anche i miei scrittori preferiti tipo Ghosh, Chandra o Kiran Desai – anche sto iniziando a pensare che cominci a essere un po' abusata.

In breve, la trama è questa: Kavita partorisce la seconda figlia e per evitare che venga uccisa – in quanto femmina – come è stato per la prima, la porta in un orfanotrofio. In California invece Somer, sposata con un indiano originario di Bombay, non può avere figli e così adotterà la “figlia segreta”.
Ovviamente la figlia adottiva una volta cresciuta vorrà tornare in India a scoprire le sue origini e in quel contesto farà da guida turistica al lettore fra “le contraddizioni dell'India” (a proposito, si parlava dei libri camuffati da guide turistiche, in questo post di Books of gold di Stefania).

La storia è interessante ma alcune cose lasciano perplessi, per esempio quanto poco madre e figlia adottiva sappiano dell'India, pur avendo un marito e un padre indiano, oppure la descrizione di alcuni dei personaggi, troppo piatta e senza spessore. 

Il romanzo tocca decisamente tematiche importanti: appunto l'infanticidio femminile, la maternità, l'adozione, l'integrazione culturale, l'identità. Di fronte a tanta complessità, al lettore viene dato tutto il necessario per poter affrontare ogni aspetto, senza mai essere lasciato solo, di fronte a porte aperte.
Il tutto è molto rassicurante, un po' prevedibile e senza sfacettature che invitino a riflettere. 

Lo sconsiglio? No, lo consiglio invece a chi avesse voglia di avvicinarsi per gradi al mondo indiano in una lettura piena di sentimenti, non troppo impegnativa e, per chi non è cinico come me, probabilmente alla fine anche commovente.

Per chi invece ha uno stomaco più forte e vuole restare sulla tragedia dell'infanticidio femminile, con toni decisamente meno sentimentalistici, consiglio Matrubhoomi: A Nation Without Women, un film indiano durissimo e paradossale.

02 marzo 2011

L'ufficio postale (Dak Ghar)

di Rabindranath Tagore

"O della morte": scrive il lettore misterioso che mi ha preceduto nella lettura di questo dramma teatrale, scritto da Tagore in bengali nel 1912.

Ho trovato i suoi appunti, lievi e scritti a matita in una elegante grafia, su un libercolo usato del 1992 che avevo comprato per mille lire da una bancarella genovese prima ancora che sapessi che cosa fosse l'India (questo in effetti ancora lo ignoro).

Il lettore in realtà ha scritto un nome e un cognome sulla prima pagina: Carlo Dapelo - googlando escono fuori un magistrato e un agente immobiliare, chissà - e ha segnato refusi, sottolineato parole e frasi, commentato ("molto bello!", "metempsicosi?", "la morte!"), annotato con citazioni di altri mondi ("la scienza del mondo è stoltezza, San Paolo").

Ho ripreso in mano questo libretto ispirata dalle notizie che mi arrivano da Calcutta sui 150 anni dalla nascita di Tagore, che gli amici bengalesi si accingono a festeggiare con molti eventi, soprattutto teatrali.

L'ufficio postale (Dak Ghar in bengali) è forse una delle opere teatrali di Tagore più famose al di fuori dell'India.
E' la storia in due atti di Amal, un bambino malato costretto a stare chiuso in casa, ma attratto verso quel mondo meraviglioso che sta al di fuori della sua finestra, assetato di quella conoscenza che non si apprende sui libri ma direttamente dal libro del mondo.

Dak Ghar venne prodotto per la prima volta in inglese da Yeats (la sua introduzione al dramma si può leggere qui, mentre l'intera traduzione in inglese è qui) e si è intrecciato a drammatici eventi della storia europea.
Nel 1940 la traduzione in francese di André Gide venne letta alla radio la notte prima dell'occupazione nazista di Parigi e nel 1942 Janusz Korczak scelse di rappresentarlo nel suo orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, poco prima della deportazione di tutti i bambini.

In tutte le interpretazioni che ho letto si discute nei dettagli se Dakghar parli della vita o della morte, e quindi se la morte è giustificata dalla vita oppure viceversa.
Amal, a seconda delle interpretazioni, è simbolo dell'umanità insoddisfatta, dell'India colonizzata, della fusione con la natura, della libertà spirituale, dell'essere umano che trova nella morte l'inizio di una nuova vita oppure lo spegnimento di tutti i sogni.

Ecco, io penso che vi si possono trovare simboli a volontà e che quindi sia aperto a ogni possibile interpretazione.  Ma per me l'anima del dramma sta nell'amore ingenuo e ottimista che Amal ha verso la vita, senza paura e senza pregiudizi, fertile di immaginazione.

- Anche io girerò in cerca di un lavoro.
- E fa il caso che cerchi e non trovi. Allora...
- Non sarebbe divertente? Andrei ancora più lontano!

Oppure:

- Ricordati che non devi parlare a sconosciuti.
- Ma mi piace tanto parlare con gente che non conosco!
- E se ti porteranno via?
- Sarebbe una fortuna! Però qui nessuno mi porta via.

Non so dire se sia un inno alla vita o un inno alla morte, a tutte e due o al loro stretto legame.

So che la commozione è profonda, intensa. Come scrive il mio commentatore nell'ultima pagina: "molto bello, sublime e profondo nella sua apparente semplicità".
Esattamente ciò che ha scritto a questo proposito anche Anita Desai: "Apparentemente il dramma è semplice come una goccia di rugiada, ma in realtà è profondo come l'oceano."