Ci sono due storie, che si intrecciano e che dipendono una dall'altra, in questo resoconto di un viaggio che dalla periferia di Leeds arriva a Lahore: quella personale della famiglia di Aatish Taseer e quella del viaggio che il giovane giornalista ventiseienne intraprende "attraverso le terre dell'Islam" per capire che cosa significhi essere musulmano.
Le due storie sono legate in modo indissolubile: Aatish Taseer è figlio di una giornalista indiana e di un politico pakistano, che si sono separati quando lui aveva 18 mesi. Dal padre, che non ha visto per 20 anni, ha ereditato il fatto di essere musulmano (in quando figlio di un musulmano), pur crescendo in una Delhi pluralista e in una famiglia sikh e tollerante.
E' una seccata lettera del padre (liberale e miscredente ma che difende a spada tratta il "mondo musulmano") in risposta a un suo articolo sul fondamentalismo in Inghilterra che lo spinge nel 2006 a intraprendere questo viaggio. Aatish Taseer vuole capire che cosa significhi essere musulmano: è un fatto biologico, culturale, religioso, politico o personale?
Attraverso la moderna Turchia, dove vige un laicismo di stato, passa in Siria, dove "la moschea solleva problemi importanti, e poi li soffoca nella preghiera".
Compie un pellegrinaggio mal riuscito alla Mecca, un luogo in cui sente di completamente fuori luogo.
Compie un pellegrinaggio mal riuscito alla Mecca, un luogo in cui sente di completamente fuori luogo.
Giunge poi nella capitale della Repubblica Islamica dell'Iran dove la "tirannia delle minuzie" invade la vita privata dei cittadini, per poi approdare in Pakistan, il Paese del padre e il grande nemico del Paese della madre.
Del viaggio, sono particolarmente interessanti i dialoghi con le persone con cui riesce a entrare in contatto.
Attraverso di loro, in modi e in luoghi diversi, l'autore riconosce una comunanza della fede, o meglio "una cultura millenaria trasfigurata in nome della fede" che ha precise richieste pratiche, storiche e politiche, che si pone "al di sopra della storia" nel rimpianto di un glorioso passato in cui i musulmani governavano il mondo. Di fatto del tutto "straniera alla storia".
L'autore scrive bene, è bravo e molto giovane, ma penso che la sua analisi sia troppo superficiale e parziale, troppo legata a impressioni personali e non del tutto approfondita, anche perché nella maggior parte dei casi l'autore non conosce la lingua dei paesi visitati e spesso non sente "tutte le campane".
Attraverso di loro, in modi e in luoghi diversi, l'autore riconosce una comunanza della fede, o meglio "una cultura millenaria trasfigurata in nome della fede" che ha precise richieste pratiche, storiche e politiche, che si pone "al di sopra della storia" nel rimpianto di un glorioso passato in cui i musulmani governavano il mondo. Di fatto del tutto "straniera alla storia".
L'autore scrive bene, è bravo e molto giovane, ma penso che la sua analisi sia troppo superficiale e parziale, troppo legata a impressioni personali e non del tutto approfondita, anche perché nella maggior parte dei casi l'autore non conosce la lingua dei paesi visitati e spesso non sente "tutte le campane".
Inoltre il voler trovare un denominatore comune spesso lo distoglie dal notare invece i modi diversi di essere musulmani.
Non conosco bene i paesi che lui ha attraversato, ma per esempio l'idea della "civiltà musulmana" che mi sono fatta in Siria e Turchia è totalmente diversa dalla sua (forse anche perché lui ha visitato la Siria nei giorni delle proteste contro le vignette su Maometto mentre io qualche mese prima delle rivolte per la democrazia...) e a tratti mi è sembrato che sia andato a cercare apposta il fondamentalismo anche dove non c'è.
Non conosco bene i paesi che lui ha attraversato, ma per esempio l'idea della "civiltà musulmana" che mi sono fatta in Siria e Turchia è totalmente diversa dalla sua (forse anche perché lui ha visitato la Siria nei giorni delle proteste contro le vignette su Maometto mentre io qualche mese prima delle rivolte per la democrazia...) e a tratti mi è sembrato che sia andato a cercare apposta il fondamentalismo anche dove non c'è.
E' invece l'altra storia, quella della sua famiglia, emozionante e commovente, a essere il cuore del libro. C'è moltissima India in questa storia (la partizione, la famiglia sikh, la storia d'amore impossibile di un'indiana e un pakistano, la Delhi degli anni Ottanta, l'assenza e l'indifferenza del padre in Pakistan) e moltissimo sui rapporti India-Pakistan.
Le pagine più intense sono proprio quelle dedicate al Pakistan, un paese feudale e tribale tenuto insieme da una religione che è presto diventata politica ma ancora di più dall'odio verso l'India.
E' qui che le due storie si ricongiungono: nella casa del padre a Lahore, nei giorni terribili della morte di Benazir Bhutto, ed è qui che, con padre e figlio ancora più stranieri alla storia, finisce il libro.
Le due storie però non finiscono con le pagine del libro ma continuano tragicamente nella realtà: il 4 gennaio 2011, due anni dopo la pubblicazione del libro, il padre dell'autore, Salam Tasheer, è stato assasinato dalla sua guardia del corpo per essersi espresso contro la legge sulla blasfemia.


