Leggere l'India

31 maggio 2011

Straniero alla mia storia

Viaggio di un figlio nelle terre dell'Islam

di Aatish Taseer

Ci sono due storie, che si intrecciano e che dipendono una dall'altra, in questo resoconto di un viaggio che dalla periferia di Leeds arriva a Lahore: quella personale della famiglia di Aatish Taseer e quella del viaggio che il giovane giornalista ventiseienne intraprende "attraverso le terre dell'Islam" per capire che cosa significhi essere musulmano.


Le due storie sono legate in modo indissolubile: Aatish Taseer è figlio di una giornalista indiana e di un politico pakistano, che si sono separati quando lui aveva 18 mesi. Dal padre, che non ha visto per 20 anni, ha ereditato il fatto di essere musulmano (in quando figlio di un musulmano), pur crescendo in una Delhi pluralista e in una famiglia sikh e tollerante.

E' una seccata lettera del padre (liberale e miscredente ma che difende a spada tratta il "mondo musulmano") in risposta a un suo articolo sul fondamentalismo in Inghilterra che lo spinge nel 2006 a intraprendere questo viaggio. Aatish Taseer vuole capire che cosa significhi essere musulmano: è un fatto biologico, culturale, religioso, politico o personale?

Attraverso la moderna Turchia, dove vige un laicismo di stato, passa in Siria, dove "la moschea solleva problemi importanti, e poi li soffoca nella preghiera".
Compie un pellegrinaggio mal riuscito alla Mecca, un luogo in cui sente di completamente fuori luogo.
Giunge poi nella capitale della Repubblica Islamica dell'Iran dove la "tirannia delle minuzie" invade la vita privata dei cittadini, per poi approdare in Pakistan, il Paese del padre e il grande nemico del Paese della madre.

Del viaggio, sono particolarmente interessanti i dialoghi con le persone con cui riesce a entrare in contatto.
Attraverso di loro, in modi e in luoghi diversi, l'autore riconosce una comunanza della fede, o meglio "una cultura millenaria trasfigurata in nome della fede" che ha precise richieste pratiche, storiche e politiche, che si pone "al di sopra della storia" nel rimpianto di un glorioso passato in cui i musulmani governavano il mondo. Di fatto del tutto "straniera alla storia".

L'autore scrive bene, è bravo e molto giovane, ma penso che la sua analisi sia troppo superficiale e parziale, troppo legata a impressioni personali e non del tutto approfondita, anche perché nella maggior parte dei casi l'autore non conosce la lingua dei paesi visitati e spesso non sente "tutte le campane". 
Inoltre il voler trovare un denominatore comune spesso lo distoglie dal notare invece i modi diversi di essere musulmani.

Non conosco bene i paesi che lui ha attraversato, ma per esempio l'idea della "civiltà musulmana" che mi sono fatta in Siria e Turchia è totalmente diversa dalla sua (forse anche perché lui ha visitato la Siria nei giorni delle proteste contro le vignette su Maometto mentre io qualche mese prima delle rivolte per la democrazia...) e a tratti mi è sembrato che sia andato a cercare apposta il fondamentalismo anche dove non c'è.

E' invece l'altra storia, quella della sua famiglia, emozionante e commovente, a essere il cuore del libro. C'è moltissima India in questa storia (la partizione, la famiglia sikh, la storia d'amore impossibile di un'indiana e un pakistano, la Delhi degli anni Ottanta, l'assenza e l'indifferenza del padre in Pakistan) e moltissimo sui rapporti India-Pakistan.

Le pagine più intense sono proprio quelle dedicate al Pakistan, un paese feudale e tribale tenuto insieme da una religione che è presto diventata politica ma ancora di più dall'odio verso l'India.
E' qui che le due storie si ricongiungono: nella casa del padre a Lahore, nei giorni terribili della morte di Benazir Bhutto, ed è qui che, con padre e figlio ancora più stranieri alla storia, finisce il libro.

Le due storie però non finiscono con le pagine del libro ma continuano tragicamente nella realtà: il 4 gennaio 2011, due anni dopo la pubblicazione del libro, il padre dell'autore, Salam Tasheer, è stato assasinato dalla sua guardia del corpo per essersi espresso contro la legge sulla blasfemia.


26 maggio 2011

Il rumore dell'acqua

di Sanjay Bahadur

Ho sempre associato la narrativa mineraria (se così si può dire!) all'Ottocento verista o naturalista: come non ricordare per esempio Rosso Malpelo o Germinal?

Invece questo romanzo, ambientato in una miniera di carbone indiana, è dei giorni nostri e parla, a modo suo, anche dell'India di oggi, pronta a sacrificare vite umane in nome dello sviluppo, intrisa di politica e burocrazia che si infiltra, come l'acqua, in ogni anfratto della vita umana. 


L'autore, al suo primo romanzo, è stato un dirigente del Ministero del Carbone (già è significativo il fatto che esista in India un tale ministero) e si capisce chiaramente che le sue conoscenze del mondo minerario sono approfondite e di prima mano.

La storia è quella di un incidente che avviene in una miniera "all'ultima fase di sviluppo", cioè una miniera di serie B, in cui si estrae "l'ultima libbra di carne della terra", in cui vengono mandati i minatori più fastidiosi: i troppo vecchi, i troppo giovani, i troppo ribelli.

Il protagonista, Raimoti, è un minatore che va verso la pensione, un po' strano e un po' matto, silenzioso, pieno di fissazioni e paranoie, con un debole per la musica e la mariuana, ma con un suo gruppetto di reietti pronti a seguirlo.

E noi lo seguiamo nella sua "vitaccia da talpa" (come diceva Verga), nel "ventre tombascuro della terra, duecentocinquanta piedi sotto l'arida crosta, dove è tranquillo e fresco; e il silenzio carbonico è infranto solo dal vago fruscio dell'acqua".

Quando siamo con lui e con la sua paura della "Bestia", sempre in ascolto del rumore dell'acqua che potrebbe da un momento all'altro inondare la miniera, siamo sempre immersi in un mondo poetico, visionario, atavico.

Ai capitoli poetici vissuti a fianco di Raimoti se ne alternano altri dal ritmo più veloce e pungente che descrivono il mondo del lavoro della miniera, la vita grigia degli ingegneri, i rapporti della gerarchia mineraria, gli scontri sindacali e gli opportunismi, la vita delle famiglie dei minatori.

Sanjay Bahadur è bravo infatti ad affiancare registri completamente diversi, dal monologo evocativo e poetico alla descrizione di cassoni e pulegge o delle trattive sindacali. 
L'elemento che lega questi mondi distanti e con cui si apre ogni nuovo capitolo è sempre l'acqua: quella di una doccia lussuosa, di un bicchiere di whisky ghiacciato o la pioggia che cade aleggiando sul villaggio, mentre giù, nelle viscere della terra, l'acqua significa semplicemente morte.

Un romanzo che fa riflettere, che va oltre alla denuncia sociale: la poesia che si affianca alla dura vita del minatore di certo non gli dà un senso in quell'arido mondo "di sopra" che contabilizza la tragedia a suo tornaconto, ma lo illumina nella sua lotta per e contro la vita.


17 maggio 2011

Un tempo ero umano

Storie dall'India di oggi

Sabato 21 maggio alle 17:30 nella sede di Amnesty International a Bologna, in via Irma Bandiera 1a, si terrà il reading   

Storie dall'India di oggi  

In particolare, leggeremo alcuni brani da:
  • La tigre bianca di Aravind Adiga, la storia di un self-made man dalle tenebre del Bihar alla scintillante Bangalore
  • Animal di Indra Sinha, la voce di un ragazzaccio a quattro zampe che ha respirato i veleni di Bhopal
  • Il rumore dell'acqua di Sanjay Bahadur, un romanzo ambientato nelle viscere della terra, in una miniera di carbone
Parleremo di questi (e altri) libri, delle azioni di Amnesty International per i diritti umani in India e di esperienze vissute nel subcontinente.

Vi aspetto numerosi!

16 maggio 2011

Forget Kathmandu

di Manjushree Thapa

(Leggere Forget Kathmandu a Kathmandu)

Eccomi tornata da un viaggio in Nepal e rieccomi sul blog con la lettura che ha accompagnato i miei giorni a Kathmandu.
 
Questo saggio-reportage è l'unico libro nepalese che ho trovato tradotto in italiano (dall'originale inglese), ma sono tornata con altri libri in inglese di scrittori nepalesi (che si aggiungono alla enorme pila di libri da leggere):
Arresting God in Kathmandu di Samrat Upadhyay (nepalese che ora vive negli Stati Uniti), Tilled Earth della stessa autrice di Forget Kathmandu e infine una traduzione in inglese dal nepalese, Palpasa café  di Narayan Wagle.

Il Nepal era un paese di cui non sapevo molto e per alcuni versi nei primi giorni mi è sembrato molto simile all'India (anche l'odore - quel misto di curry, incenso, fogna e spazzatura - è molto simile!), ma  a poco a poco, con il proseguire dei giorni fra la valle di Kathmandu e l'alta montagna, ho trovato un mondo sfaccettato e del tutto unico.

Questo libro mi ha aiutato a capirne un po' di più, anche perché si è legato perfettamente con i luoghi che ho visto laggiù: la sera prima di andare al tempio di Pashupatinath, il tempio induista più importante del Nepal, avevo letto della cremazione della famiglia reale assassinata nel 2001, avventuta proprio lì.
Il giorno dopo, la folla che ho visto osservare silenziosa una cremazione mi ha fatto domandare come doveva essere quella stessa gente dieci anni fa, in quella tragica occasione.


La prima e l'ultima parte del libro sono forse le più interessanti.

Nella prima si racconta la situazione a Kathmandu nei giorni del massacro al palazzo reale, i primi di giugno del 2001, quando il principe ereditario ha sterminato la sua famiglia e si è poi sparato un colpo in testa (forse), una situazione su cui nessuno ha fatto chiarezza e a cui hanno fatto seguito giorni di incertezza, paura, menzogne e insicurezza personale con sviluppi politici devastanti.

Nell'ultima parte del libro invece l'autrice esce dalla sua Kathmandu e intraprende un viaggio nel Nepal rurale, un mondo molto distante dalla sua realtà borghese e urbana, dal suo mondo da intellettuale e scrittice.

E'  viaggiando a piedi nei villaggi che incontra i maoisti durante il cessate il fuoco del 2003, e si fa un'idea della loro organizzazione e della dura vita nelle campagne. L'autrice non nutre in realtà nessuna simpatia verso i maoisti, spesso ottusi e violenti, anche se riesce a capisce che per molte persone rappresentino l'unica prospettiva possibile a una vita di villaggio fatta di ingiustizie e soprusi. 

Nei capitoli di mezzo, troviamo un riassunto della storia del Nepal in 150 pagine, o almeno un tentativo, visto che come dice l'autrice stessa, i nepalesi non conoscono la loro storia e molti fatti sono ormai persi nel mistero o nell'oblio.
 
E' coinvolgente soprattutto la storia recente quando si intreccia con la vita dell'autrice, depressa per il cattivo funzionamento della politica nepalese che influisce anche sulla sua vita privata, mentre altre parti sono forse un po' troppo da manuale di storia: interessanti se lette a Kathmandu, probabilmente le avrei trovate noiose senza un viaggio di mezzo.

Il quadro complessivo che ne esce è un'idea di totale sfiducia verso tutti: la monarchia, i maoisti, i partiti litigiosi e incompetenti della "democrazia postmoderna", ma rimane lo stesso la speranza per un futuro in cui sia la democrazia a guidare un paese arretrato e complesso, fatto di tante etnie diverse e con mille problemi.

Il libro è stato pubblicato nel 2005 e molte cose sono cambiate da allora (oggi il Nepal è una repubblica: vi consiglio il blog NamasteOltre di Sonia per gli aggiornamenti sul Nepal): mi piacerebbe leggere un seguito di questa storia fra qualche anno, magari accompagnandolo  - perché no! - a un altro viaggio, perché Kathmandu... non si dimentica.