Leggere l'India

15 giugno 2011

Kartografia

di Kamila Shamsie

Ma quanto affetto che scaturisce nell'animo leggendo questo libro!

Quanta simpatia, vicinanza, empatia si stabilisce con i personaggi, così vividi, così legati fra loro che uno finisce le frasi dell'altro, così che dopo un po' ci sembra che siano nostri amici, quelli di una vita, davanti a cui non ti vergogni di niente. 


Ho comprato questo libro di Kamila Shamsie dopo aver letto Ombre bruciate, consigliata da Clara (grazie del suggerimento!): è vero, Kartografia (scritto nel 2002) non ha la maturità di Ombre bruciate, che spazia fra la bomba atomica e l'11 settembre passando per la Partizione e se la cava pure egregiamente, ma emana una freschezza e un'energia straripanti di vita, che fa perdonare le sbavature di certe pennellate troppo vigorose. 

La vera protagonista del libro è la città di Karachi in Pakistan, inquinata, affollata, violenta ma affascinante e vitale, dove la narratrice Raheen, tredicenne, trascorre le sue giornate e condivide ogni cosa con Karim, amico per la pelle e quasi fratello, e il loro gruppetto di amici inseparabili.

È l'ambiente colto e liberale dell'élite di Karachi, che quando scoppiano le violenze in città (prima negli anni Ottanta e poi dieci anni dopo) ha il problema di non poter andare in giro in Mercedes o al torneo di softball ed è costretta a chiudersi al Club, in piscina o a giocare a squash. 
Eppure è un ambiente che amiamo, apprezziamo e stimiamo profondamente: i ragazzini così come i loro genitori, sempre autoironici, altrettanto indivisibili e uniti, tanto che le madri di Raheen e Karim si "erano scambiate i fidanzati" prima di sposarsi.

Ma questa amicizia per la pelle è anche un'amicizia fatta di ombre, di rotture e di incomprensioni: dopo dieci anni, di ritorno nella loro Karachi dopo Londra o gli Stati Uniti, fra Raheen a Karim niente sembra più funzionare.

Sono le ombre del passato che ha gettato l'ormai lontanissimo 1971, il terribile anno di guerra fra Pakistan Orientale e Occidentale che portò alla creazione del Bangladesh, anno che tutti vogliono rimuovere e dimenticare ma che ha irreversibilmente cambiato le loro vite, ancora prima della loro nascita.

È un'amicizia anche fatta di mappe, di cartine, di geografia politica delle relazioni umane, di città visibili e invisibili (con Calvino che si annida fra le pagine), di linee tracciate e di confini, di kartografia - con la K come Karachi, dove tutto si scrive con la K.

Da un certo punto in poi la trama, come l'amicizia fra protagonisti, si sfilaccia e i personaggi perdono un po' del loro smalto, ma la scrittura rimane appassionante e originale, Karachi è viva e sanguigna e alla fine noi siamo così tanto Raheen che Karim e Karachi li amiamo anche noi alla follia.

13 giugno 2011

Dolceamaro a Bombay

di Namita Devidayal


È uscita da poco la traduzione in italiano (di Gioia Guerzoni) di Aftertaste, con il titolo Dolceamaro a Bombay.

È il secondo romanzo di Namita Devidayal, autrice dell'affascinante La stanza della musica

Dolceamaro a Bombay è la storia più amara che dolce di una famiglia stretta accanto al capezzale della madre, del suo business di dolci e delle sue relazioni, tutte basate sui soldi.

Non è bello come il suo primo libro, ma se volete potete leggere in questo post le mie impressioni che avevo postato qualche mese fa dopo averlo letto in inglese.