Leggere l'India

13 settembre 2011

Incontriamoci!

Con le ragazze che seguono questo blog (e che scrivono a loro volta bellissimi blog) abbiamo pensato che è sempre emozionante incontrarsi fra appassionati di libri e di India.
Noi ci vediamo sabato 15 ottobre a Bologna per pranzo, con annessa scorpacciata in ristorante indiano. 
Siete tutti benvenuti a unirvi a noi (nel caso scrivetemi)!

09 settembre 2011

Il gioco di Ayyan

di Manu Joseph

Divertente, simpatico e intelligente, Il gioco di Ayyan è la storia di un dalit che lavora come umile impiegato tuttofare nell'Istituto per la Teoria e la Ricerca di Bombay, un centro di ricerca popolato da scienziati di alto livello, tutti di casta bramina.  

Il romanzo d'esordio del giornalista Manu Joseph, dal titolo originale Serious Men, ha vinto il The Hindu Best Fiction Award ed è stato recentemente tradotto da una casa editrice che si occupa principalmente di scienza, Edizioni Dedalo.

E' il mondo degli scienziati, delle loro guerre interne, dei loro assurdi modi di dire e di pensare a essere al centro del libro, un mondo che si intreccia con questioni di casta (scienziati bramini che pensano che i dalit non siano intelligenti come loro e che le quote non funzionino perché ammazzano il merito), questioni di genere (sono tutti uomini, tramite la bella e giovane Oparna, unica ricercatrice donna dell'istituto su cui tutti puntano costantemente gli occhi) e questioni politico-ministeriali e di potere nell'India della burocrazia e delle gerarchie.

Ayyan osserva i suoi superiori impegnati nella ricerca della verità, anche se è convinto che la verità non esista (esiste solo la sua ricerca: ognuno ha la sua strana occupazione nella vita) e si prende ogni giorno le sue piccole rivincite contro i bramini.

Scrive dei "pensieri del giorno" (è uno dei suoi compiti) fittizi mettendo in bocca a Einstein osservazioni contro i bramini, spia ciò che bolle in pentola dietro le quinte dell'istituto, autotelefonandosi sul cellulare per sentire conversazioni segrete, osserva divertito sia gli intrallazzi della bella Oparna sia la "guerra dei bramini", cioè la lotta fra le due fazioni dell'istituto: Pallone contro Orecchio, cioè fra chi vuole mandare dei palloni al di sopra dell'atmosfera a raccogliere materiale biologico e chi invece punterebbe tutto sui radiotelescopi a terra.

Fino al punto che con una serie di stratagemmi farà credere a tutti che il figlio di 11 anni è un genio matematico (è questo il gioco del titolo italiano) e riuscirà a incastrare, ma anche a salvare, la vita del capo dell'istituto.
In poche parole, Ayyan usa la furbizia per girare a suo favore le debolezze dei bramini, le loro rivalità e meschinità.  

Ambientato fra i sottoscala dell'istituto, fra la minuscola stanza del chawl di Ayyan e una Bombay protesa sul mare e bagnata dal monsone, il romanzo è ironico, divertente e leggero, spesso con toni da commedia, a tratti amaro ma tutto sommato benevolo.

Manu Joseph usa i clichè su bramini e intoccabili in modo consapevole e disincantato: non è di certo la storia del povero intoccabile, puro e innocente.
C'è chi lo ha accostato alla Tigre Bianca: l'argomento del rapporto fra il subalterno e il suo capo è simile, ma io eviterei di paragonare ogni cosa alla Tigre Bianca come fanno i miei amici indiani al solo scopo di ribadire che la Tigre fa schifo e infatti ha vinto il Booker Prize che piace agli occidentali, mentre questo sì che è un bel libro infatti ha vinto l'indianissimo The Hindu Award.

Di certo Il gioco di Ayyan non è violento e sovversivo (o esagerato, se vogliamo) come la Tigre, e la questione delle caste qui è trattata in modo più sottile, ma quello che mi viene da notare è questo: è davvero finito il tempo in cui gli intoccabili, i poveri, i contadini (vedi anche Peepli live, il film) e le vittime in genere sono guardati in modo paternalistico o descritti con toni neorealistici, oppure poetici.

Ora a loro modo queste vittime si danno da fare, a loro volta sono non tanto innocenti e sanno approffitarsi delle situazioni, visto che non hanno molte altre possibilità.
L'arma per descrivere tutto ciò è, a vari livelli, l'ironia. Un passo avanti, mi chiedo solo se basterà e quale sarà il prossimo.

02 settembre 2011

I giardini di Ceylon

di Shyam Selvadurai

"Questo non è Orgoglio e pregiudizio, akka. Il tuo Dancy non arriverà a cavallo".

Così dice a un certo punto di questo romanzo una giovane ragazza alla sorella in età da marito. 
E in effetti il suo Dancy non arriverà a cavallo, però per certi versi sembra proprio di essere in un romanzo di Jane Austen, per le descrizioni dei personaggi, stretti fra voglia di autonomia e convenzioni sociali, per l'abilità di delineare un'epoca, per la trama fatta di intrecci famigliari e ricerca di mariti, per i dialoghi che mandano avanti la storia. 

Qui siamo però in Sri Lanka alla fine degli anni Venti, quando ancora l'isola si chiamava Ceylon e faceva parte dell'impero britannico.
Il sapore del romanzo è molto coloniale, un po' retrò, con le descrizioni delle camicette da sari dell'epoca, dei mobili e delle tende, dell'archittettura delle case e dei quartieri di Colombo, girati in macchina o in risciò. 

Il titolo originale inglese del romanzo è Cinnamon Gardens, che è una zona residenziale di Colombo dove un tempo abitavano le classi più ricche, ed è stato bello leggerlo proprio a Colombo, questa capitale forse un po' anonima ma estremamente piacevole, e ritrovare nel libro i riferimenti al forte, al bazar di Pettah e alle vie parallele le une alle altre che la ferrovia separa dal mare.

Cinnamon Gardens descrive un periodo particolare, fatto di agitazioni sindacali e rapporti coloniali, in una nazione piccola ma complessa, con un grande intreccio di etnie, lingue e religioni diverse.

Il punto di vista è quello dell'élite tamil di Colombo, ricca e istruita ma non senza contraddizioni: anglofila (tanto che a volte ci vuole un po' a capire se un personaggio è inglese o ceylonese) e progressista fino a che non vengano meno i suoi interessi, a metà fra tradizionalismo e amore per gli inglesi, fra cristianesimo e induismo. 

Fra tutti i personaggi due sono i veri protagonisti: Annalukshmi, una ragazza sveglia e intraprendente, divisa fra la scelta di sposarsi e quella di continuare a insegnare, che non può andare in bici o parlare con gli uomini per non "rovinarsi la reputazione".
Lo zio Balendran ha invece a che fare con il suo passato, con una relazione omosessuale di quando stava a Londra che ora ritorna nonostante sia diventato un padre di famiglia e con la storia di un fratello ripudiato dal padre autoritario, a cui lui è totalmente sottomesso.

Entrambi dovranno trovare un equilibrio fra le convenzioni sociali, i propri desideri e l'importanza della famiglia. 

Il romanzo si legge piacevolmente, anche se talvolta si inciampa in piccole ingenuità (letterarie) dell'autore (che ha vissuto in Sri Lanka fino all'età di 19 anni, quando è scoppiata la guerra civile, e ora vive in Canada).
Una lettura interessante soprattutto per l'affresco di un paese e di un momento storico in cui si potranno anche trovare riferimenti al mondo di oggi.