Leggere l'India

21 dicembre 2011

Mehwish parla al sole

di Uzma Aslam Khan

La geometria di Dio

Ambientato fra Islamadab e Lahore, questo romanzo racconta la storia di due sorelle, a partire dalla fine degli anni Settanta per arrivare fino agli anni Novanta, sullo sfondo di un Pakistan difficile e insicuro che vuole imporre alla società un'idea distorta di religione.

Detto così può sembrare davvero banale, la solita storia delle donne e l'islam. Invece no, è un romanzo molto intelligente, profondo, originale, ben scritto, e del tutto lontano da stereotipi e luoghi comuni. 



E' nelle prime pagine del romanzo che la piccola Amal partecipa agli scavi nel Salt Range pakistano insieme al nonno Zahoor, paleontologo, scienziato e libero pensatore, e a soli otto anni scopre un fossile, un osso a forma di S.
E' un indizio della struttura del cane-balena che il nonno sta cercando: un mammifero di transizione tra la moderna balena e un antenato simile a un lupo, che un tempo nuotava nell'Oceano Tetide.
Ed è in quello stesso momento che Mehwish, la sorella più piccola, diventa cieca, forse per aver fissato troppo a lungo il sole.

Un episodio che ritornerà spesso nelle narrazioni dei tre giovani personaggi che raccontano la storia in prima persona, con tre punti di vista diversi, con scritture e parole davvero uniche (finalmente un libro in cui quando si cambia narratore si cambia davvero anche stile, tanto che leggendo una riga a caso si riconosce chi è che parla - senza nessuna forzatura).

Oltre alle due sorelle, il terzo narratore è Noman, figlio di un politico del Partito della Creazione (partito islamico contrario alla scienza e alle libertà individuali), che abbandona il suo talento per la matematica per scrivere controvoglia articoli e discorsi per il padre, diviso fra l'ubbidienza alla famiglia e l'onestà intellettuale.

Amal e Mehwish vivono in una particolare simbiosi in cui è la sorella maggiore a prendersi cura della più piccola, diventando i suoi occhi sul mondo.
Amal è intelligente e pratica, ribelle ed equilibrata, mentre la piccola Mehwish, da non vedente, sembra cogliere i significati più profondi di quello che succede, interprentandoli con i suoi discorsi assurdi e i suoi giochi di parole fra urdu e inglese, che confondono lettere mute e parole composte: benzina adutera, spiega azioni, virgo elette, forza di grave età, clacsuono (qui il traduttore, Norman Gobetti, racconta come sia stato difficile tradurli).

Ma è Zahoor a essere il personaggio centrale nei racconti dei tre narratori: il nonno con il suo grande carisma, il suo spirito illuminato e la sua anima da scienziato ricca di fantasia e di curiosità, darwinista osteggiato dal potere e incarcerato da eretico e apostata per la sua attività scientifica.
 
Un tema fondamentale del romanzo è il contrasto fra religione e scienza: il fondamentalismo nega alla radice lo stesso metodo scientifico e impone di rigettare una qualsiasi ingadine della realtà; non c'è bisogno di nessuna scienza, tutto è spiegato ricorrendo a Dio.  "Non è per la gravità che stiamo seduti su una sedia, ma perché lo vuole Allah."

Così il Corano viene strumentalizzato: nei suoi articoli Noman deve dimostrare logicamente, usando i versi del Corano come assiomi da cui far discendere per deduzione un intero sistema, che bisogna cancellare Einstein e la relatività, Mendel e la genetica, Darwin e l'evoluzione. Un paradosso logico, scientifico, religioso.

Il romanzo non si riduce però all'arido conflitto scienza-religione, e non è solo intellettuale (anche se di piacevolmente  intellettuale c'è molto): la storia si nutre dell'affetto fra i personaggi, delle relazioni familiari, della storia d'amore di Amal, delle riflessioni e difficoltà di ogni personaggio. 
E' una storia molto intima e quotidiana: la politica si infiltra nella società pakistana, che viene abilmente descritta nelle sue sfacettature, ma è filtrata dagli occhi dei personaggi.

E' anche un libro coinvolgente, con personaggi a cui ci si affeziona da subito, quando sono ancora bambini. Poi procedendo nella storia e negli anni i personaggi diventano fra loro più indipendenti, e anche noi ci distacchiamo un po', e la storia diviene più spezzettata, eterea, incerta. 

"La geografia esiste prima nella mente": altra frase che ricorre spesso nel libro, a indicare confini,  punti di riferimento, geografie personali, umane, politiche e sociali fra le fazioni, fra i membri della stessa famiglia, fra i personaggi.
Personaggi che formano un triangolo e poi un quadrato, in questa geometria di Dio (ma quanto era bello il titolo inglese, The Geometry of God! Dava anche un senso a molti aspetti descritti nel romanzo).

Geometria dei versi in rima e dei ghazal che Mehwish compone con il nonno, geometria di Amal che diventa una scienziata come il nonno in un mondo ostile di soli uomini. Geometria di piani e prospettive, di angolazioni e di dimensioni che si moltiplicano o si appiattiscono.

Una geometria imperfetta ma non per questo meno divina.

14 dicembre 2011

Intervista a Dhananjay

Ancora storie bengalesi

Tanto per restare in tema e continuare con altre storie bengalesi dopo avervi già abbondantemente annoiato con gli ultimi post su Tagore, qualche tempo fa avevo chiesto al mio amico Dhananjay di essere intervistato all'interno di un articoletto sulle letterature dell'India. L'articolo poi non è uscito del tutto, e allora ecco qui questa piccola intervista. 

Dhananjay Ghosal è stata la mia guida "turistica" a Calcutta e nel Bengala, ma soprattutto è stato (ed è sempre di più) la mia guida spirituale in quello splendido e sconfinato territorio che è la letteratura bengalese. 
Dhananjay ha scritto varie raccolte di poesie e romanzi in bengalese (ed è stato scelto come uno dei rappresentati della letteratura bengalese l'anno scorso al Salone del libro di Torino, dove ci siamo conosciuti).

Se avete altre domande non esitate a chiedere!


Parlaci di te: che cosa hai scritto e quali sono i tuoi temi preferiti?

Scrivo poesie e romanzi. Amo andare alla ricerca dell'eredità culturale bengalese e della nostra storia, ma nei miei romanzi cerco anche di rappresentare la situazione sociale in cui viviamo.
Adesso sto scrivendo un romanzo che racconta della vita nei Sundarbans, un luogo incredibile dove la popolazione incontra ogni giorno diversi problemi, ma cerca di superarli nella quotidianetà.
Il mio romanzo precedente era sui Baul, i menestrelli bengalesi, con la loro particolare filosofia di vita che mi ha molto influenzato e che mi motiva a esplorare i loro rituali e pensieri. I Baul sono cantori di storie e di canzoni folk bengalesi, e hanno uno stile di vita particolare e misterioso, che io ho cercato di esplorare per capire la loro filosofia nascosta. 

La letteratura bengalese ha una lunghissima tradizione. C'è qualche scrittore o qualche opera che ti ha influenzato particolarmente?

Nessuno mi ha influenzato in modo particolare, ma c'è sicuramente un processo di assimilazione che questa lunga tradizione contina a portare. Prima di iniziare a scrivere, ho "consumato" la mia tradizione e allo stesso tempo cerco di stabilire una mia identità prendendo da tutti questi strati letterari. In realtà è un processo di emancipazione.
In qualche modo sono stato influenzato da Samoresh Basu.

Rabindranath Tagore è il bengalese più famoso del mondo. Ha ancora influenza sugli scrittori contemporanei?
 
La grandezza di Rabindranath è himalayana, ma si può dire che gli scrittori contemporanei non lo seguano.
La sua filosofia e le sue creazioni ci spingono a capire il nostro presente: Rabindranath è profondamente accettato anche dai più giovani, che però non scrivono come lui: nel frattempo i parametri sociali sono cambiati e la nostra contemporaneità ci impone nuove idee. 
Tagore però rimane necessario per capire la nostra realtà e per superare le barriere.

Che cosa leggono oggi i giovani di Calcutta: libri in bengalese o in inglese?

La maggioranza in bengalese. Una parte di loro legge però sia in bengalese sia in inglese. 

Quali autori bengalesi suggeriresti ai lettori italiani?

E' difficile fare una lista... sicuramente Rabindranath.



07 dicembre 2011

Di ritorno dal River to river 2011

Eccomi finalmente a raccontare del weekend passato a Firenze al River to river
Prima di tutto, sono stata molto felice di avere incontrato nuovamente Elisa e di aver finalmente conosciuto Gianni!

Ho molto apprezzato tutto il focus su Tagore: il bel documentario di Satyajit Ray che racconta della sua vita e del suo impegno intellettuale e sociale, l'incontro mattutino interamente dedicato a Tagore e i due film tratti dai suoi libri.

Ghare Baire (The home and the world), diretto da Satyajit Ray e tratto dal romanzo omonimo di Tagore, ben descrive la situazione e l'atmosfera politica dell'epoca dello Swadeshi, con tutte le sue contraddizioni e la sua tendenza a sfociare in violenza. 
Il romanzo ha sicuramente però l'arma in più di raccontare la storia con tre punti di vista diversi, che dà uno spessore tutto particolare al romanzo, che invece non troviamo nel film. 

Khudito Pashan (The Hungry Stones), il film di Tapan Sinha del 1960, è decisamente un bel film, anche se le due ore di proiezione non lasciano quel senso di mistero e di magia che c'è invece nelle sette pagine del racconto di Tagore: della vicenda dell'esattore delle tasse che si stabilisce in un palazzo infestato di fantasmi, Tagore lasciava solo intuire la storia della bella fantasmessa di cui invece Tapan Sinha ci racconta nel dettaglio tutte le disavventure. 

Mi è molto piaciuto anche il film pakistano Bol,  diretto da Shoaib Mansoor, ambientato in una famiglia di Lahore dove un padre tiranno in cerca di un figlio maschio sfoga la sua violenza sulle sette figlie, sulla madre e su un figlio ermafrodita. Molto duro (la storia viene raccontata sul patibolo da una delle sorelle condannata a morte), uno di quei film che fanno soffrire e pensare, giustamente.

Ma per chi non è potuto venire: non disperate!
Potete vedere qui il documentario su Tagore e qui (in otto parti) tutte le pietre affamate! Con sottotitoli in inglese.

Invece ecco un assaggio di Ghare Baire (qui senza sottotitoli, però).

Alla prossima!