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Visualizzazione dei post da Marzo, 2009

Manine hindi

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Sono presa da un lavoretto notturno (non pensate male) che mi tiene lontana dal blog.
Però va bene così, anche perché tutto spinge nella stessa direzione. Tanto che mi è nuovamente saltata in testa l'idea folle e utopistica di studiare l'hindi nel restante tempo libero ormai tendente a zero. Ho capito che con il CD-rom di hindi piratato comprato in Cina non riuscirò mai a stare sveglia per più di cinque minuti (eppure c'è qualcuno che crede nell'apprendimento multimediale...). Ci vorrebbe un maestro. O per lo meno un libro. E così domenica scorsa vado in biblioteca alla ricerca, per lo meno, del libro. (Vorrei far notare che andare in biblioteca di domenica pomeriggio è un'esperienza mistica). Scaffale lingue straniere non europee, cioè lingue assurde, cioè poco o niente. Occhi fissi sulle coste dei libri. Ogni volta che adocchio qualcosa di vagamente pertinente al mio scopo, c'è una manina più veloce della mia che mi soffia l'oggetto desiderato. Fino…

Il buio non fa paura

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di Shashi Deshpande

Mi è capitato più volte. In mezzo ai discorsi sull'autenticità dell'Indian writing in English, quando amici indiani mi storcono il naso di fronte ad Arundhati Roy o a Kiran Desai, chiedo di dirmi una scrittice a loro avviso più "autenticamente indiana".Esce spesso il suo nome.Shashi Deshpande. "Lei scrive sì che per gli indiani, non per compiacere un pubblico occidentale e vincere premi internazionali", dicono.
Ho visto ora che è appena stato ripubblicato dalle edizioni e/o un suo romanzo del 1980, Dark holds no terror, che avevo letto nella vecchia edizione di Theoria presa in prestito dalla biblioteca, con il titolo Il buio non fa paura. Il romanzo è stato ora ritradotto con il titolo Il buio non nasconde paure.





Di Shashi Deshpande si può dire che in realtà ha qualche annetto in più di Arundhati Roy e Kiran Desai (è del 1938, quindi se mai è della generazione della Desai madre, Anita) e che nei suoi romanzi ha spesso raccontato il ruol…

Lo zefiro di Iqbal

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Ecco allora un'altra poesia.
È di Muhammad Iqbal (1873-1938), poeta e filosofo molto amato in Pakistan, considerato l'antesignano di uno stato musulmano indipendente come soluzione ai problemi religiosi dell'India (vorrei far notare che morì una decina d'anni prima della nascita del Pakistan).
Aveva studiato in Europa, scriveva in persiano e in urdu.
Questa poesia l'ho presa dal Messaggio dell'Oriente (tradotto da Bausani), scritto in persiano ispirandosi al Divan Occidentale-Orientale di Goethe, quasi in risposta al "mazzo di fiori" che Goethe così porgeva in segno di rispetto all'Oriente.

Lo zefiro del mattino

Vengo dal vasto mare, dalle cime de' monti,
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d'argento.
Rotolo sopra l'erba, e allo stelo del tulipano m'avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell'intimo seno;
e, a che non si pieghi a…

I bambini di Tagore

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Visto che si parlava di Tagore e che sono in vena poetica, eccomi a scrivere un'altra poesia.
Nell'andarla a cercare, ho riesumato dall'oblio il libro a 3900 lire della Newton & Compton, sopravvissuto ai fumi dell'adolescenza prima e a innumerevoli traslochi poi.

Già che c'ero, ho anche riletto l'introduzione di Alessandro Bausani, "Tagore visto da un non-tagoriano", di cui avevo del tutto dimenticato l'esistenza. Invece di prodigarsi a lodare il poeta premio Nobel indiano, Bausani evidenzia il rovescio della medaglia dell'ingenua concezione del mondo di Tagore, di quella sua languida ricerca delle tradizioni rurali, di quella sua fusione induista e un po' panteista con l'Essere. E il rovescio è poi sempre quello, che contrappone al fascino dell'India una realtà dura e dolorosa: la religiosità panteisticheggiante significa anche caste, superstizione e povertà, la meditativa dolcezza è anche sterile rassegnazione, il primitivo s…

Q&A: intervista con Raj

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Tempo fa avevo parlato di un "regalo marathi" ricevuto per Natale. Si trattava di un articolo su un sito marathi, con la traduzione di un mio post in marathi e con una mia piccola intervista in cui raccontavo cos'è che mi lega all'India.

Il tutto grazie a Raj, un ragazzo indiano di madrelingua marathi che ha vissuto in Italia e che voleva aprire in questo modo un ponte fra l'Italia e l'India. Raj mi aveva poi tradotto molto gentilmente tutti i commenti all'articolo e mi aveva colpito molto il fatto che quasi tutti dicessero che erano stati contenti di aver visto il loro Paese con gli occhi di uno straniero, perché vedersi con occhi esterni è sempre istruttivo e illuminante. Certo io non sono proprio una celebrità da intervistare, ma qualcuno ha trovato interessante proprio che fossero le impressioni di una persona "comune".
Ho pensato che la stessa cosa dovrebbe interessare anche noi (anche se in questa Italia alla deriva ormai non importa più …