Leggere l'India

30 gennaio 2011

I fenicotteri di Bombay

di Siddharth Dhanvant Shanghvi

I fenicotteri di Bombay sono fenicotteri perduti che si sono ritrovati in una palude in mezzo a capannoni e relitti industriali, animali bellissimi e fragili che si sono accontantentati di un posto che non era il loro e che hanno solo la libertà, a volte, di alzarsi in volo. 

Sono anche i protagonisti di questo romanzo, personaggi persi nelle loro vicende umane. Tutti geniali e malinconici.


Il protagonista è un giovane fotografo che appena arrivato a Bombay dalla remota Shimla diventa immediatamente amico di una bellissima star di Bollywood e di un giovane pianista di successo, omosessuale, che ha deciso di abbandonare la sua carriera.
Scusate la volgarità (e poi è una frase assolutamente in tono con il romanzo), ma appena l'ho raccontato al mio compagno, mi ha detto: "Sì, e poi magari gliela dà anche la prima che incontra per strada". Ecco, in effetti, sì, è proprio così. Si tratta di Rhea, un'artista della ceramica che però ha lasciato tutto per un matrimonio d'amore. E con l'andare del tempo e le svolte drammatiche della storia anche il talento del protagonista avrà la sua crisi.
Insomma, una sorta di Tenenbaum indiani, un concentrato di geni e artisti che per qualche motivo si sono persi per strada.

Altra protagonista della storia è la città di Bombay, di cui il nostro protagonista vuole realizzare un ritratto epico, "una musa mostruosa, un po' straga e un po' clown, sempre assurda, spesso incantevole".
In particolare, i personaggi della storia, che si ispira al caso di  Jessica Lall, abitano nel mondo raffinato di Bombay che abita in ville, beve Bellini e pronuncia argute battute da dandy da far invidia a Oscar Wilde (mentre la decantata Bollywood promessa in copertina non si vede).

Il romanzo a mio parere ha molti difetti: troppi stereotipi, troppe banalità, un lessico oscillante fra il linguaggio d'adolescente con allusioni sessuali e frasi d'effetto poetiche (alcune anche ben riuscite, altre del tutto fuori luogo), da giovane autore esuberante che cerca di stupire, per poi virare alla fine nei toni un po' stucchevoli da melodramma amoroso.

Sto dicendo che è una schifezza, anzi, "una sterile cagata senz'anima" (come vengono descritti i libri di uno dei personaggi)?
No... la storia è avvicente e le pagine scorrono. Le emozioni che colano allo stato grezzo dalle pagine coinvolgono.
Alcuni momenti sono effettivamente poetici e alcune delle frasi d'effetto funzionano davvero, fanno pensare, emozionare. Alla fine l'empatia si crea: se non altro perché, fra solitudine e redenzione, tutti sono colpiti dalla perdita e dalla morte. 

In poche parole, sembra il romanzo che potrebbe scrivere uno dei personaggi del libro (e d'altra parte,  la bandella ci racconta che l'autore è vissuto su una casa costruita su un albero a Bombay e che quando studiava a Londra si faceva offrire da bere raccontando leggende indiane...).
Un libro quindi pieno di alti e bassi, come descrive questa recensione di una blogger indiana, che è esattemente quello che penso, parola per parola.  

23 gennaio 2011

Mai

di Geetanjali Shree

Non so se "vale". In genere sono gli scrittori a dedicare i loro libri a qualcuno, ma penso che anche i lettori abbiano il diritto di dedicare le loro letture a chi più loro aggrada.
A me è venuto spontaneo dedicare il romanzo Mai, romanzo di Geetanjali Shree, scritto in hindi e  recentemente tradotto in inglese, a Kunjan, visto che fra l'altro l'ho letto mentre ero a casa sua.

Kunjan è la cognata dell'amico che mi ha ospitato a Gandhinagar in Gujarat, nella sua casa a tre piani con tutta la sua grande famiglia. Kunjan è diventata subito una carissima amica, in grado di donare in ogni istante confidenze, abbracci, lacrime e parole sincere.


Nel romanzo in questione, che ha avuto molto successo una volta tradotto in inglese,  l'autrice descrive in modo molto intenso la vita di una madre, "Mai", vista principalmente attraverso gli occhi della figlia.

E' una madre che trae il significato della sua vita dal silenzio, dalla sottomissione ai vari membri della famiglia: suoceri, marito, figli, ognuno in misura diversa. Non c'è violenza: gli altri decidono e lei accetta, come se non potesse o sapesse fare altro. La sua virtù si nutre e dipende da questo, in una prigione mentale in cui si ritrova spesso, per i suoi compiti di casa, con la schiena piegata, presto malata e dolorante, che diventa una metafora del suo stato, della sua sottomissione.

Mai, che appartiene a una famiglia della classe media nel nord dell'India, vive la sua vita fra le stanze della casa e da quelle stanze durante il romanzo anche noi usciamo molto poco. La stessa casa non è un ambiente neutro ma definisce le relazioni fra i membri della famiglia, con la disposizione delle stanze, della cucina, degli spazi interni e dei muri.
I due figli ripetono durante tutta la loro vita, fin dalla più tenera età, di volerla "salvare", ma a poco a poco si accorgono che un uccello in gabbia non può essere liberato. 

Il fatto che l'abbia letto a casa di Kunjan mi ha illuminato su molte cose, ed è stato fin troppo facile (e forse non del tutto corretto) leggere in filigrana il romanzo fra le stanze della casa di Gandhinagar.

Come la Mai del romanzo, anche Kunjan di sicuro non è costretta in casa con la forza, anzi tutta la grande famiglia è molto gentile e affettuosa con lei. Però la sua è una vita interamente al servizio della famiglia, da madre e moglie modello: amorevole, premurosa, sorridente, lei che è la più istruita della famiglia e quella che meglio di tutti parla inglese.
Ma quando mi apre il cuore, mi travolge la sua immensa nostalgia di Bombay, dove viveva prima del matrimonio, e di una vita piena di sogni in cui non era né moglie né madre, ma solo se stessa.

Il libro di Geetanjali Shree forse non mi avrebbe così tanto colpito se lo avessi letto in altre occasioni, così vicino alla realtà stessa che descrive.
Lo dedico a Kunjan, ai suoi sogni di ragazza.

11 gennaio 2011

Venus Crossing

di Kalpana Swaminathan

Queste 12 storie "di transito" hanno vinto lo scorso agosto il Vodafone Crossword Book Award
E' proprio in quella occasione, a Bombay, che ho conosciuto l'autrice e mi è piaciuta immediatamente: incredula di aver vinto, anche se chiamata più volte a ritirare il premio, dimessa e modesta, eppure piena di determinazione.


Questi 12 racconti, per il momento non ancora tradotti in italiano, sono molto lontani dalla narrativa indiana che arriva alle nostre sponde, del tutto spogli di "indianità" o di particolari indiani o esotici (che siano i vecchi sari e spezie o le nuove storie di Bollywood e baraccopoli), tanto che potrebbero essere ambientati ovunque nel mondo invece che a Bombay. Eppure, indianissimi nell'anima.

Il titolo si riferisce al transito di Venere tra la Terra e il Sole, in cui il pianeta appare come un pallino nero contro il cerchio solare, evento raro di un transito che simboleggia l'incrociarsi di più vite o di piccole rivelazioni che cambiano sottilmente il corso delle cose.

Sono storie difficili, storie di ospedali e malattie, di treni e stazioni, di medici e pazienti, di personaggi pieni di dolore, con il presagio della morte che spesso lascia il suo segno. Storie ad alta densità di disgrazie, dal suicidio alla "circoncisione femminile", ma senza mai essere morbose né morali, sempre discrete perché del tutto reali, solo talvolta addolcite con un sottilissimo velo di ironia.

La sua scrittura è sempre aperta, onesta, solo qualche volta si impenna in qualche toccante metafora, sempre con molta grazia e senza strafare, quasi a rallentare al momento giusto la lettura, e a far soffermare senza inciampare su un particolare.

Kalpana Swaminatha, che nella vita lavora come chirurga, taglia con il bisturi della compassione i mille colori del dolore, riuscendo a renderlo leggero e profondo. 
Sa parlare di morte, ma anche rinascita, di disperazione ma anche di speranza, di malattia ma anche di guarigione, come due facce della stessa medaglia.
E ti lascia lì, sempre un po' prima di intravvedere la rinascita, senza offrirla e senza negarla.
Con una onestà brutale e mai sfacciata.