Leggere l'India

27 novembre 2011

L'ufficiale postale, il vagabondo, Mashi e altre storie

di Rabindranath Tagore

"Quando il battello si mosse, e il fiume gonfio di piogge come una corrente di lacrime sgorgata dalla terra turbinò singhiozzando a prua, provò una specie di pena al cuore: il viso angosciato di una contadinella parve per lui il grande dolore inespresso che pervadeva la Madre Terra stessa."

È una storia di nostalgia e struggimento, di languore e abbandono, di solitudine e malinconia, sullo sfondo della bellezza di una natura che non consola.
È la storia di un ufficiale postale che da Calcutta viene mandato in una zona rurale, nei pressi di una piantagione d'indaco e di uno stagno verde e limaccioso, nel bel mezzo di un folta vegetazione.

L'ufficiale dall'animo metropolitano soffre intensamente di solitudine, ma alla sera trova la compagnia di Ratan, una orfanella che lo aiuta in cucina e a cui lui insegna a scrivere.
La nostalgia della città e la vita in un posto insalubre indeboloscono l'ufficiale postale, che sceglie di fuggire. Il suo dolore comunque può sempre consolarsi con considerazioni filosofiche sul destino, sugli incontri e le partenze, sulla vita e la morte. Ma invece "Ratan non ha filofosia" e a lei rimarrà solo il dolore: "Povero e pazzo cuore umano!"

È da questo racconto di Tagore, L'ufficiale postale, che è tratto l'altro film di Satyajit Ray che verrà proietatto al River to river (purtroppo giovedì 8, quando io non ci sarò): Teen Kanya (Three Daughters), tratto in realtà da questo e da altri due racconti (Monihara e Samapti) del nostro amato Rabindranath. 

L'ufficiale postale si può leggere in inglese nella raccolta Mashi and other stories, oppure in italiano nella raccolta Il vagabondo.


Le due raccolte in italiano e in inglese si sovrappongono in buona parte, anche se non del tutto, e contengono racconti molto struggenti, di amore e disamore, di sentimento e sofferenza.

Per esempio, Mashi racconta dell'intenso legame fra una zia e il nipote malato: un affetto tenero e infinito che cerca di proteggere il malato dall'indifferenza crudele della moglie.
Othiti (che dà il nome alla raccolta Il vagabondo) è invece la storia di un ragazzo errante, che neanche l'intenso amore di tutti quelli che lo incontrano riesce trattenere in nessun luogo: "come la natura, costantemente attivo eppure distante e calmo".

Sono storie piccole e intense, melodiose e piene di inquietudine, vissute in una natura rigogliosa, sempre bellissima e spesso indifferente, mentre mai è indifferente l'autore a ogni piccolo sussurro dell'animo umano. 

23 novembre 2011

Le pietre maledette

di Rabindranath Tagore

Le pietre affamate che divorano storie umane

Continuo con il mio revival tagoriano in preparazione al River to river.

Dopo La casa e il mondo, ho riletto anche alcuni racconti, in particolare quelli della raccolta Le pietre maledette, in attesa di vedere il film di Tapan Sinha, tratto dal racconto che dà il nome alla raccolta (Kshudita Pashgan in bengalese, The Hungry Stones nella traduzione inglese, che si può leggere qui).

Tagore, forse da noi conosciuto principalmente come poeta, fu un prolifico autore di racconti,  fin da molto giovane: scrisse il primo racconto a 16 anni e i suoi primi lavori furono pubblicati nella rivista per bambini Balak.
Gli anni Novanta dell'Ottocento furono un periodo dorato per la sua produzione di racconti e Le pietre maledette sono di questo periodo, del 1897.  


Il racconto in questione è una ghost story tutta indiana. Un narratore anonimo incontrato sul treno racconta la sua storia: si trasferisce a lavorare come esattore delle tasse presso il Nimaz di Hyderabad e si stabilisce in un palazzo abbandonato e maledetto, temuto da tutti, le cui pietre sono "assetate e voraci, avide di ingoiare, come un orco affamato, l'essere vivente che per avventura si sia avvicinato".

Di questo racconto sono indimenticabili le descrizioni dei paesaggi lungo il fiume dove sorge il palazzo con i suoni nella natura e i profumi degli alberi ma soprattutto degli interni del palazzo, che diventano sogni e visioni, in un tintinnio di atmosfere da le mille e una notte, fatto di babbucce ricamate d'oro, di pugnali balenanti, di accordi di chitarre e di ghazal e soprattutto dell'immagine di una bella fanciulla persiana di un tempo passato di cui il protagonista si innamora.

Sembra che il film di Tapan Sinha sia poco fedele al racconto, ma ne colga l'anima nel profondo.

Due parole anche sugli altri 12 racconti, tutti profondamente umani e ricchissimi di immaginazione nel descrivere le piccole storie dei mille microcosmi dei villaggi bengalesi e della Calcutta di fine Ottocento.

Fra quelle che più mi hanno commosso c'è Kabuliwallah, in cui un padre si intenerisce a osservare il rapporto di amicizia fra la propria bambina e un venditore ambulante afgano, che ha dovuto lasciare la sua famiglia in un posto lontano, "al di là delle aride vette montuose". 
In questo come in altri racconti c'è una tenerezza infinita nei confronti del mondo dei bambini: ingenui, curiosi, pronti a cogliere le cose semplici che gli adulti hanno dimenticato. 

Alcune storie, come appunto Kabuliwallah o C'era una volta un re (in cui Tagore ricorda le favole raccontate dalla nonna), sono autobiografiche, altre fantastiche, altre ancora più realistiche e focalizzate sui rapporti sociali, sull'assurdità delle caste o sul ruolo delle donne.

Per esempio, nel racconto La luce, una donna resa cieca dall'incompetenza medica del marito studente di medicina dovrà scongiurare la scelta del marito di procurarsi una nuova moglie: lo farà per salvare lui, non per se stessa.

Memorabile è anche Viva o morta, in cui una donna creduta morta in seguito a una malattia non riesce a uscire dal limbo del sottile confine fra la vita e la morte e arriverà a doversi suicidare per provare di essere (stata) viva.

L'ironia non manca mai e se da una parte c'è una sconfinata dolcezza nei rapporti familiari o di amicizia, dall'altra c'è anche la crudeltà estrema del destino o degli esseri umani, capaci della più grande mancanza di compassione. 
Così che i finali di questi racconti possono anche essere tragici e spietati.
Oppure aperti, per lasciare al lettore il gusto di farsi divorare dalla parole affamate di queste storie.

15 novembre 2011

La casa e il mondo

di Rabindranath Tagore

Avete visto il programma del River to river, il festival di cinema indiano che ogni anno agli inizi di dicembre si tiene a Firenze?

Quest'anno io ci sarò, anche perché c'è un interessante "focus su Tagore".
Anche perché vorrei recuperare, visto che quest'anno mi sono persa tutti gli eventi a Calcutta per il 150esimo della nascita di Tagore, di cui però mi hanno prontamente mandato notizie e impressioni, riuscendo così a farmi impazzire dalla nostalgia.

Uno dei film che saranno proiettati è di Satyajit Ray, girato nel 1984 e tratto da un romanzo di Tagore, Ghare Baire (La casa e il mondo) del 1915.
Ho riletto il romanzo in questi giorni per l'occasione e quindi eccomi qui a consigliarvi di leggerlo (anche se non sarete al River to river!).

Con una sola avvertenza: lo stile di Tagore, ai nostri occhi moderni, ha un ritmo lento, un sapore antico, fatto di sospiri e di discorsi sentimentali, molto poetico, totalmente romantico.

La storia è raccontata attraverso i diari di tre personaggi: le voci si alternano, prendendo la parola in lunghi monologhi, in cui ognuno confessa le sue emozioni, giustifica le sue azioni, espone le proprie opinioni, politiche o personali.

Il romanzo inizia con la voce di Bimala, moglie devota di Nikhil, un nobile idealista, illuminato e progressista.
La massima gioia di Bimala è quella di sfiorare di nascosto i piedi del marito al mattino presto senza svegliarlo, per esercitare in segreto la propria venerazione.
Ma Nikhil la spinge a uscire di casa per entrare "nel mondo", un mondo che è il Bengala del 1908, infiammato dalle tensioni politiche e dallo swadeshi, la forma di lotta contro l'impero britannico che aveva come strategia il boicottaggio di ogni merce straniera.

Il mondo entra in casa di Bimala soprattutto attraverso un amico del marito, Sandip, un carismatico leader politico capace di incendiare gli animi con la sua passione sanguigna e coinvolgente.
Nasce così un triangolo amoroso: Bimala rimane affascinata da Sandip ed è disposta a seguirlo nella sua ideologia politica, mentre Nikhil ama e rispetta profondamente Bimala tanto da lasciarla libera di fare le sue scelte. 

Tutto il romanzo gira intorno alle divese posizioni dei due personaggi maschili: Nikhil è idealista, tollerante, colto e razionale, crede nell'umanità, nella pace e nella lotta non violenta, mentre Sandip, feroce e narcisista, radicale e senza scrupoli, è pronto a tutto, anche a indurre a rubare o a mandare in rovina i più poveri: tutto per la causa, e per il suo successo personale.

Attorno ai tre protagonisti si aggirano personaggi minori: la cognata gelosa, il vecchio maestro di Nikhil e il giovane Amulya, succube di Sandip e affezionatissimo a Bimala, che diventa il simbolo della gioventù bengalese pronta a tutto nel seguire l'ideologia demagogica del nazionalismo.

Il messaggio è forte e chiaro: avvertire dei pericoli del nazionalismo e della violenza, in un periodo in cui lo swadeshi, imposto con la forza, aveva assunto le forme del terrorismo, sfociando anche in violenze comunaliste fra musulmani e induisti.

La forte contrapposizione fra Nikhil e Sandip rende i personaggi un po' schematici, quasi allegorici, come in una favola morale.
In questo senso i due persomaggi risentono del messaggio intellettuale di Tagore, ma così il romanzo diventa anche uno strumento complesso per approfondire una serie di contrasti dell'epoca che sono ancora attuali in India e nel mondo: modernità e tradizione, materialismo e idealismo, illusione e realtà, pubblico e privato, emancipazione della donna e responsabilità. 

È Bimala, in mezzo alle due visioni contrapposte a dare però dinamismo e vitalità al romanzo: è lei che cambia, si evolve, si agisce e si pente, si entusiasma e si ricrede, con gesti concreti che le fanno prendere consapevolezza di sé e muovono i fili dell'azione.

Scritto in bengalese nel 1915 (due anni dopo il Nobel), fu tradotto in inglese nel 1919 dal nipote Surendranath, con la collaborazione di Tagore stesso.
Si può leggere in inglese direttamente qui, oppure in italiano nella traduzione di Chiara Gabutti. 

In attesa di vedere la sua trasposizione cinematografica, a rileggerlo oggi ha tutto il fascino di passioni e sentimenti che sembrano appartenere a un altro mondo, a un'altra epoca o semplicemente ai giorni andati dell'adolescenza, ma che le parole di Tagore tornano a far divampare e rivivere.

09 novembre 2011

Paura del vuoto

di Raj Kamal Jha 

La scorsa settimana stavo cercando di raccontare a un'amica il libro che stavo leggendo e la sua reazione è stata: "ah, ho capito, non è un libro normale, è un libro strano!"
E in effetti è proprio così, questo è un libro strano.

Piccola parentesi (si era capito che mi piacciono le parentesi?): ogni volta è straordinario notare che quando racconto agli altri quello che sto leggendo, loro capiscono di quel libro che non hanno mai letto molto più di me.  Chiusa piccola parentesi.



Paura del vuoto è "strano" perché intreccia tre storie apparentemente indipendenti con rimandi e indizi, con specchi di personaggi immaginari che in realtà sono reali, con sogni che si riflettono da una storia all'altra e ricordi che stanno nel passato ma che forse sono il presente. 
Strano perché c'è un narratore che vola sopra un corvo e personaggi con nomi simmetrici (Rima e Amir, Mala e Alam) che si chiamano e richiamano, perché c'è una bambina con il vestito rosso che sta sulla copertina e che ritroviamo anche dentro a libro, in un bicchiere d'acqua di un sogno, in fondo a un canale o nella sua camera da letto.  

La prima storia racconta dell'incidente di un impiegato delle poste, che viene soccorso da una donna misteriosa e portato a casa sua, a Paradise Park, un grattacielo di vetro attraverso le cui lenti-finestre si vede tutta la città, e molto più lontano.
Nella seconda, una giornalista cerca di investigare sulla morte di una bambina ritrovata in un canale e ripiomba nei suoi ricordi di infanzia, mentre nell'ultima il nostro narratore sul corvo incontra una bambina per rassicurarla del fatto che i suoi genitori non si suicideranno, nonostante l'epidemia di suicidi che dilaga in tutto il quartiere. 

Le tre storie potrebbero vivere indipendentemente e ognuna intreccia mondi tra loro diversi: quartieri distanti di una grande città indiana, il grattacielo dei ricchi con i sobborghi popolari, le grande metropoli e la piccola città di provincia.

Tutto rimane sul filo del mistero, sarà il lettore a collegare i fili e le connessioni invisibili e fragili del destino che uniscono le storie, costruendosi una sua ipotesi. Sempre che non abbia paura del vuoto, perché dovrà volare sulla groppa di un corvo e soprattutto fare i conti con il vuoto di una narrazione volutamente incompleta, con poca trama e tanti interrogativi.

Raj Kamal Jha, giornalista del The Indian Express e autore della Coperta azzurra, crea una scrittura che a tratti diventa onirica e ipnotica ma rimane sempre precisa e attenta al dettaglio nelle descrizioni, e sempre molto poetica.

Di sicuro un esperimento interessante, godibile nella lettura, decisamente curioso, anche se ho il sospetto che non resterà troppo a lungo nelle profondità dell'animo dove si rifugiano le mie letture più care.