L'ufficiale postale, il vagabondo, Mashi e altre storie

di Rabindranath Tagore

"Quando il battello si mosse, e il fiume gonfio di piogge come una corrente di lacrime sgorgata dalla terra turbinò singhiozzando a prua, provò una specie di pena al cuore: il viso angosciato di una contadinella parve per lui il grande dolore inespresso che pervadeva la Madre Terra stessa."

È una storia di nostalgia e struggimento, di languore e abbandono, di solitudine e malinconia, sullo sfondo della bellezza di una natura che non consola.
È la storia di un ufficiale postale che da Calcutta viene mandato in una zona rurale, nei pressi di una piantagione d'indaco e di uno stagno verde e limaccioso, nel bel mezzo di un folta vegetazione.

L'ufficiale dall'animo metropolitano soffre intensamente di solitudine, ma alla sera trova la compagnia di Ratan, una orfanella che lo aiuta in cucina e a cui lui insegna a scrivere.
La nostalgia della città e la vita in un posto insalubre indeboloscono l'ufficiale postale, che sceglie di fuggire. Il suo dolore comunque può sempre consolarsi con considerazioni filosofiche sul destino, sugli incontri e le partenze, sulla vita e la morte. Ma invece "Ratan non ha filofosia" e a lei rimarrà solo il dolore: "Povero e pazzo cuore umano!"

È da questo racconto di Tagore, L'ufficiale postale, che è tratto l'altro film di Satyajit Ray che verrà proietatto al River to river (purtroppo giovedì 8, quando io non ci sarò): Teen Kanya (Three Daughters), tratto in realtà da questo e da altri due racconti (Monihara e Samapti) del nostro amato Rabindranath. 

L'ufficiale postale si può leggere in inglese nella raccolta Mashi and other stories, oppure in italiano nella raccolta Il vagabondo.


Le due raccolte in italiano e in inglese si sovrappongono in buona parte, anche se non del tutto, e contengono racconti molto struggenti, di amore e disamore, di sentimento e sofferenza.

Per esempio, Mashi racconta dell'intenso legame fra una zia e il nipote malato: un affetto tenero e infinito che cerca di proteggere il malato dall'indifferenza crudele della moglie.
Othiti (che dà il nome alla raccolta Il vagabondo) è invece la storia di un ragazzo errante, che neanche l'intenso amore di tutti quelli che lo incontrano riesce trattenere in nessun luogo: "come la natura, costantemente attivo eppure distante e calmo".

Sono storie piccole e intense, melodiose e piene di inquietudine, vissute in una natura rigogliosa, sempre bellissima e spesso indifferente, mentre mai è indifferente l'autore a ogni piccolo sussurro dell'animo umano. 

Commenti

  1. Grazie per queste perle su Tagore. Buona settimana!

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  2. Ti volevo ringraziare anch'io per queste preziose informazioni sui racconti di Tagore. Ho sempre voluto leggere qualcosa di suo e penso che comincero' proprio da uno dei libri da te citati in questi giorni.
    Aggiungo che la settimana scorsa ho finito di leggere "Terra rossa e pioggia scrosciante" dal quale, dopo un inizio di lettura non molto convincente, non riuscivo piu' a staccarmi. Pero' mi e' piaciuto di piu' "Giochi sacri", che resta uno dei libri migliori che abbia mai letto!
    Inoltre sono invidiosissima del vostro incontro a Bologna! Se non abitassi in Germania mi sarei unita volentieri a voi!
    Chissa' se riusciremo mai ad incontrarci...

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  3. Oh, io non vedo l'ora di leggere Red earth and pouring rain (è sul comodino di mio marito) e intanto Silvia, ma anche lettori e seguaci di Silvia, vi dedico questo stupendo ghazal, oggi l'India è una fitta lancinante, una nostalgia troppo forte

    http://www.youtube.com/watch?v=NqRCVdotF1U

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  4. Karachan: dai che una volta riusceremo a vederci!
    Anche secondo me Terra rossa è meno bello di Giochi sacri, ma mi è piaciuto tantissimo anche lui (anche perché l'ho letto prima!).
    I racconti di Tagore forse da noi sono meno conosciuti delle sue poesie, ma alcuni sono davvero grandiosi (l'ufficio postale per esempio è davvero commevente), te li consiglio davvero!

    @Clara, grazie mille per questa musica sublime e struggente, che nostalgia!
    Allora io ti dedico Dil Hi To Hai (sempre cantato da lui), che è uno dei miei ghazal preferiti.
    http://www.youtube.com/watch?v=lMHoCMvmHUQ

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  5. E aggiungo una cosa divertente su questa mia ultima lettura (del tutto senza polemica, visto che anche nei libri di cui mi occupo per lavoro capitano cose simili, se non peggiori, che colleziono gelosamente).
    In entrambe le traduzioni italiane che mi sono capitate sottomano di Postmaster, si legge che verso sera "i facchini della setta dei Baul cantavano i loro canti striduli".
    Sapete della mia passione per i Baul, così mi sono chiesta se i Baul nella vita, oltre a cantare e vivere di poesia, facessero i facchini...

    In attesa di imparare il bengalese, sono andata a vedere l'inglese ed è "faquirs", fachiri!

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  6. Faquirs che poi diventano *facchini* e cantano pure *canti striduli*... uhm... Buoni ghazal! Grazieeee

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  7. in effetti questi facchini che cantano sono un po' fastidiosi...

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  8. passo... succhio il nettare e volo via... come fossi un'apetta!
    grazie!

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  9. http://tabaccherieorientali.blogspot.com/2011/11/quellinverno.html

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  10. Grazie Clara, sono commossa.

    Sqwerez: cara apetta, succhia fin che vuoi, e poi vola via a impollinare altri fiori!

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  11. Errore di traduzione grottesco! Racconto sempre come durante un corso di lingua e traduzione inglese il professore ci fece notare come "Tenera è la Notte" tradotto dalla Pivano traducesse "busboys" come "autisti d'autobus" o qualcosa del genere, mentre sono in realtà i camerieri.

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  12. Che strani, gli autisti che giravano fra i tavoli...

    A me una volta un traduttore ha tradotto, in esercizio di un libro di fisica con un peso attaccato a una molla, spring costant con "la costante di primavera" invece di "la costante della molla".

    Una piccola svista può succedere a tutti!

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