La vita degli altri

di Neel Mukherjee

Le prime potentissime pagine di questo romanzo ci portano nel cuore della campagna bengalese degli anni Sessanta. 

Per capire le dinamiche familiari, politiche e sociali dell'epoca, avremo altre 600 pagine, ma all'inizio ce ne bastano solo tre per entrare nel vivo della questione, con la storia di Nitai Das, un contadino che, letteralmente ridotto alla fame, decide di ammazzare se stesso e tutta la sua famiglia piuttosto di continuare a vivere nella sofferenza.

La storia che Neel Mukherjee, scrittore indiano nato a Calcutta, racconta nel resto del libro non è però questa.
Quella di Nitai Das è solo un prologo per introdurre la storia dei Ghosh, una ricca famiglia sulla via della decadenza nella Calcutta degli anni Sessanta, quando le rivolte di stampo maoista infiammavano la vita bengalese tranquilla e, fino ad allora, sempre uguale a se stessa.


Chi già frequenta la letteratura indiana, conoscerà il tema dei naxaliti, i ribelli maoisti che dagli anni Sessanta ad oggi lottano, in modo violento, contro le disuguaglianze della società indiana.

Mahasveta Devi ne ha scritto molto nei suoi racconti o romanzi (per esempio, in Mother of 1084, pubblicato nel 1974), evidenziando soprattutto la brutalità della polizia nei loro confronti. 
Arundhati Roy, che già ne aveva accennato nel Dio delle Piccole Cose, ha scritto il reportage In marcia con i ribelli per raccontare i giorni passati al loro fianco. 

I naxaliti compaiono per esempio anche nella Tigre Bianca di Aravind Adiga, in English, August di Chatterjee Upamanyu, in Giochi sacri di Vikram Chandra, in Un perfetto equilibrio di Rohiton Mistry. A seconda dei romanzi in questione, i naxaliti sono descritti in modo diverso: con più enfasi sulle violenze commesse da loro oppure su quelle subite da parte della polizia.

Recentemente poi abbiamo letto nel romanzo La moglie di Jhumpa Lahiri la storia del fratello di un rivoluzionario naxalita e in Calcutta di Shumona Sinha quella della figlia di un militante comunista.
Storie di chi ha visto da vicino, ma da fuori, le scelte di chi si è unito alla rivoluzione maoista, che diventa più importante della famiglia e di ogni altra cosa.

Nella Vita degli altri, invece, entriamo proprio nella mente di Supratik, un rivoluzionario che racconta in prima persona le sue vicende al fianco dei contadini per educarli alla lotta di classe e spingerli a ribellarsi contro i padroni. 
E' attraverso il suo diario-epistolario che lo seguiamo nelle campagne, libretto rosso alla mano, a fare i conti con le malattie, la fede politica e le dinamiche di partito.

Ma ancora prima di arrivare a leggere le pagine scritte di suo pugno, insieme all'autore ci camuffiamo nella sua famiglia cittadina e borghese, quasi a spiare i vari personaggi che la compongono.
Riusciamo a entrare in questo mondo, ricco di filoni narrativi che ci porteranno a conoscere aspetti molto diversi fra loro, grazie anche a descrizioni molto vivide e ricche di dettagli: i piatti cucinati, gli scioperi, i bordelli, le risaie, la vita cittadina, i teoremi di matematica e i matrimoni.

I Ghosh sono una sorta di Buddenbrook bengalesi.
E' una famiglia numerosa, formata da più generazioni che vivono nella stessa casa, tanto che ci vuole un albero genealogico all'inizio del libro per orientarsi e ci si mette un po' a ricordarsi chi è figlio o fratello di chi.

I Ghosh sono una famiglia strettamente gerarchica, con una struttura che si riflette anche su come occupano la grande casa a tre piani: il padre e i fratelli maggiori ai piani più alti, la figlia non sposata e non sposabile (in quanto strabica e di pelle scura) a metà, mentre a piano terra, in una misera stanza, vive la vedova del figlio degenere, costretta a nutrirsi degli avanzi del resto della famiglia.
Senza contare poi i domestici, tasselli indispensabili di una famiglia di industriali bengalesi.

Se all'inizio può essere complicato ricordarsi di tutti, dopo alcune pagine diventa più facile, perché ognuno ha un ruolo prestabilito, un po' come per le caste nella società indiana, quasi la famiglia ne fosse un piccolo modello.

I Ghosh hanno fatto fortuna con le cartiere nel passato, ma i tempi sono cambiati: i sindacati iniziano a rivendicare i loro diritti, le innovazioni tecnologiche non ripagano gli investimenti, la corruzione è sempre più forte e una certa avventatezza del padrone non aiuta gli affari.

Nell'affrontare le vicissitudini della famiglia Ghosh, conosciamo i diversi ruoli dei personaggi maschili: il padre-padrone, il figlio prediletto, il figlio degenere e depravato, il letterato bengalese perditempo, il tossicodipendente.
E ovviamente anche il rivoluzionario naxalita, che, man mano che ci addentriamo nella narrazione della storia della famiglia, sentiamo sempre più vicino per il suo giudizio sulla società indiana. Un giudizio pieno di contraddizioni, peraltro.

Come spesso accade nei grandi romanzi che descrivono le famiglie indiane, i personaggi femminili non sono certi secondari: ci ritroviamo fra cognate gelose, zitelle senza speranza, dolcissime vedove, madri affrante dal comportamento dei figli maschi.

Grazie a questo affresco familiare, che costituisce la parte più cospicua del romanzo, descritto in contrappunto alla campagna bengalese nel diario di Supratik, cogliamo l'abisso fra i problemi dei Ghosh e quelli dei contadini: quali gioielli indossare, gli uni, e di come non morire di fame gli altri.
Con Supratik queste due realtà distantissime diventano legate dal punto di vista narrativo, ma anche dal punto di vista logico: le miserie degli uni sono chiaramente colpa dei lussi degli altri.

Un senso di crudeltà pervade le pagine del romanzo: crudeltà che si esercita fra classi sociali diverse, ma anche all'interno della propria famiglia, fra padri e figli, fra suocere e nuore, fra mariti e mogli.
La famiglia della Vita degli altri non ha l'ottimismo e la vitalità - per esempio - di quella del Ragazzo giusto, per citare un altro grande romanzo familiare indiano: non siamo più nei radiosi anni Cinquanta in cui c'era da costruire una nuova nazione, ma negli incerti anni Sessanta, in cui i conflitti fra classi diverse di questa ridente società sono ormai inevitabilmente esplosi.

Ma La vita degli altri non è un romanzo politico.
Il racconto di Supratik è più un'educazione sentimentale (certo, di stampo maoista) che non un manifesto politico, mentre i conflitti familiari sono descritti attraverso le personalità dei vari protagonisti.

Alla fine, una presa di posizione dell'autore c'è, ma rimane giustamente ambigua perché la contraddizione di chi crede di essere al servizio dei poveri ma tradisce altri poveri è lampante.
Non ci sono buoni o cattivi, e ogni singolo personaggio rimane sempre umano, in una storia capace di commuovere profondamente.


Neel Mukherjee, La vita degli altri, Neri Pozza 2016 
Traduzione di Norman Gobetti
608 pagg.,  20

Commenti

  1. Cara Silvia, è sempre un piacere leggere i tuoi post. La mia ultima lettura indiana risale a diversi mesi fa (con Il ritratto del funzionario indiano, che ho apprezzato) e forse è tempo di rituffarsi nel subcontinente, magari proprio con La vita degli altri. Grazie!

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  2. Caro Gianni, scusami tanto per il ritardo, sono due settimane che cerco di rispondere ma per qualche motivo non riuscivo a visualizzare i commenti di questo post!
    "La vita degli altri" è l'ideale per un tuffo nel subcontinente: prendi bene il respiro, sarà un tuffo molto profondo!
    Un carissimo saluto

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  3. Ciao Silvia, ti pensavo e sono passata da qua.
    Ho regalato questo libro a mia mamma prima di partire per l'India e qualche giorno fa a Saligao, ho incontrato la traduttrice francese, Simone Manceau, di questo stesso libro, che ovviamente leggerò. Baci indiani

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  4. L’ho finito giorni fa. Appena aperto, anche a me l’albero genealogico con tutti i personaggi mi ha fatto pensare al Ragazzo Giusto. Ma per il resto le somiglianze sono davvero poche. È proprio vero Silvia: l’atmosfera è tutta diversa. Praticamente tutti i personaggi sono più o meno meschini, egoisti, talvolta anche cattivi, ma più vittime di sé stessi. Sono pochi quelli che si salvano. E lo sfondo sociale è cupo, instabile e pieno di tensione. A me questo libro è piaciuto molto. Non sembra il genere di libro scritto per tenerti incollato alla pagina, eppure per me è stato proprio così. È il primo di Mukherjee che leggo, non so se ha scritto altro, ma l’ho apprezzato davvero. (A proposito del Ragazzo Giusto, sembra che la BBC abbia in cantiere una fiction a puntate basata sul romanzo. Mentre ho visto su Amazon che “La ragazza giusta” è in prevendita, con uscita il… 10 gennaio 2019. Sarà la volta buona?)

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  5. Ciao Gianni, grazie per il tuo commento!
    È un gran bel libro, nella sua cupezza e nelle sue dinamiche di personaggi fondamentalmente egoisti, meschini e, come giustamente dici, soprattutto vittime di se stessi.
    Mukherjee ha scritto anche "Past Continuous", che però non è stato tradotto in italiano: l'avevo comprato tempo fa ma poi non l'ho più letto!

    Speriamo che sia la volta per La ragazza giusta, ogni anno la data di uscita slitta di un altro anno... Speriamo per il 2019!
    Non sono una gran amante delle fiction a puntate, ma nel caso del ragazzo giusto mi sembra proprio il libro perfetto per essere girato in fiction: lo guarderò sicuramente!
    Grazie per le news!

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  6. Cara Silvia, è passato troppo tempo dalla mia ultima lettura indiana. Immagino tu sia presa da ben altri impegni adesso, ma ogni tanto mi chiedo cosa potrei leggere di buono e se anche tu stai continuando con i libri dal Subcontinente. Un saluto!

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  7. Caro Gianni, ciao!
    Scusami per il ritardo. Negli ultimi tempi ho un po' ridotto le mie letture (indiane e non), ma spero di riprendere presto. Ho letto soprattutto molto Tagore: un tempo preferivo i romanzi, ma ora mi trovo spesso a leggere poesie.
    Ti consiglio anche un altro romanzo di Neel Mukherjee, Redenzione, che parla di cinque storie fra la povertà e crudeltà dell'India.
    A presto!

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