India - Complice il silenzio

di Luca Buonaguidi


I miei taccuini indiani straripano di parole. Ogni volta che sono stata in India ho scritto diari, blog, appunti o altro ancora con una grande facilità.
L'India, di suo sempre così prolissa, mi ha spinto a esserlo anche io, quasi a emularla.
Immagini, suoni, rumori, persone, anime e animali. Parole, parole.  

È invece esattamente l'opposto quello che succede nei versi indiani di Luca Buonaguidi raccolti nel libro India - Complice il silenzio. 
Lì dentro c'è, appunto, silenzio. C'è solo l'essenziale. Sono versi limpidi, quasi eterni, nitidi e cristallini. 

In questa raccolta Luca Buonaguidi racconta il suo viaggio che ha compiuto da solo e via terra nel 2013 attraverso Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet e Kashmir.

Il suo diario di viaggio in versi è formato da 28 poesie, arricchite da alcune fotografie del viaggio, rigorosamente in bianco e nero, che descrivono la sua esperienza dell'India nella geografia del subcontinente e dell'anima.

Sapete che non sono molto a mio agio a parlare di poesia, né di racconti di viaggio, e neanche di autori italiani che parlano dell'India. Insomma, dovrei ritirarmi in partenza, ma i suoi versi mi hanno colpito profondamente, perché lì dentro ho trovato un'India molto più profonda di quella di cui si legge altrove. 

Il viaggio poetico parte dallo Sri Lanka e arriva all'Himalaya, attraversando Mumbai, il Rajasthan, Varanasi, Calcutta, il Ladakh, il Bhutan e il Nepal, ma raramente le poesie descrivono nei dettagli un paesaggio o un momento del viaggio.

Descrivono invece l'impermanenza, e la sfidano, per trovare quello che resta, quando togliamo tutto.

È l'impermanenza di un mondo in movimento, fatto di vento, di fiamme di candela, di luce che si infiltra dalle fessure, di fiumi incessanti, di templi che, da lontano, vegliano sul divenire dell'India, sui suoi fuochi e sulle sue ceneri.

E poi c'è il tempo: il suo correre, il suo scorrere.
Perché "muore invero ogni istante" e, alla fine, i giorni non sono altro che "sequenze senza nome".
E anche qui, non rimane che da chiedersi: che cosa rimane quando il tempo passa e tutto finisce? 

Nei versi di Buonaguidi c'è poi anche un'altra ricerca, quella del poeta in cerca della poesia.
E questa è una ricerca complicata: la Poesia ama farsi aspettare, come una divinità capricciosa, ma spesso è un'attesa vana. 

Quand'è che arriva, e quando se ne va?
Che cosa vuole da noi, e che cosa ci lascia quando se ne va, oltre al "conto da pagare"?
Arriva quando corriamo, viaggiamo, saliamo su un treno in corsa, oppure quando finalmente troviamo un posto a sedere, quando tutto è quiete e silenzio?
Può convivere con la consapevolezza oppure ha bisogno di stupore, di meraviglia, di ignoranza?
La risposta arriva, forse, a Calcutta:

"Poesia è guardarsi da vicino
entro ciò che muove distante
ma anche questo bambino che ride
nel tramonto indiano."

o forse a Punakha, in Bhutan:

"Sono felice.
Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli."

Ed è proprio in India, che quiete e movimento, tempo, poesia e felicità alla fine portano lì: a togliere i dettagli, di cui l'India è grande e prolifica dispensatrice, per andare alla ricerca del sé, oltre le illusioni, alla ricerca della propria nudità:

"mi cerco sui treni notturni e nelle grandi stazioni"

O della propria identità di poeta:

"ora scrivo
ma quando mi leggo mi sono straniero"

Ci si ritrova nella propria assenza, in un folle dialogo con quell'altro se stesso "che non conosce poesia e che ama l'inganno".

È un'India discreta, sottile, sfuggente, oltre l'illusione. Che non si manifesta con un turbinìo di parole, ma con il silenzio. 
È l'India dell'anima. E io che quasi pensavo non esistesse più.


Luca Buonaguidi, India - Complice il silenzio, Italic Pequod 2015
pp. 64, € 10

Commenti

  1. Interessante, doppiamente interessante. Già sulla mia wishlist dei libri italiani. Grazie Silvia!

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