Il racconto del cantastorie

di Omair Ahmad

Circa 6 anni fa avevo parlato di The storyteller's tale, un libro che mi aveva colpito molto per la sua atmosfera magica e sognante, e per la raffinata sfida a suon di storie che raccontava. 

Bene, finalmente si può leggere in italiano, grazie alla determinazione del suo traduttore, Paolo Giovannetti, che l'ha traghettato nella nostra lingua con una pubblicazione indipendente.

Riporto qui quello che avevo scritto all'epoca (il libro si può acquistare su Amazon a questo link).

Siamo a Delhi nel diciottesimo secolo, quando la città viene invasa e devastata dagli eserciti afghani di Ahmad Shah Abdali. Ma mentre la guerra imperversa con distruzione e morte, c'è un duello più sottile, una battaglia più raffinata che viene condotta con armi più affilate.

È la battaglia del raccontare storie. In questa piacevole novella di Omair Ahmad, infatti, saper raccontare una storia significa avere un'occasione di riscatto. 

La cornice è quella di un narratore, che non ha altro nome se non quello dato dal suo particolare mestiere: il cantastorie, appunto. 

Un mestiere che gli permette di sbarcare il lunario a Delhi, di certo senza arricchirsi: tutto quello che possiede sono "le sue storie, la sua libertà e, di fronte, una strada da percorrere". E anche una piccola casa, che però viene distrutta dalla furia del saccheggio degli invasori, così che non gli rimane altra scelta se non quella di scappare, di fretta, su un cavallo rubato.

Sarà accolto da una Begum, una signora in una haveli fuori città, una donna intelligente, pensierosa, gentile, e profondamente inquieta. 

È nel suo palazzo, ovvero a casa del nemico (il marito della Begum fa parte di chi sta devastando la sua città), che il cantastorie sarà invitato a raccontare una storia per intrattenere la Begum.

La prima storia del nostro cantastorie è un racconto molto amaro e cupo, che parla di una madre, di un figlio e un lupo, in cui si intrecciano tradimento, amore fraterno e aspettative tradite. 

A questo racconto la Begum risponde con una storia più complessa, di due fratelli, figli di un re di una terra lontana con destini molto diversi ma sempre intrecciati fra loro.

È così che inizia il vero e proprio duello: nelle storie successive, il Narratore e la Begum riprenderanno il racconto precedente, lo rovesceranno andando a espandere una piega della storia, una zona d'ombra  o la prospettiva di un personaggio minore, inventando un sottointeso o un segreto che ribalta le motivazioni interiori dei personaggi. 

Il nostro Narratore deve essere molto prudente e trovare un equilibrio: vorrebbe dire, con le sue storie, quanto è crudele l'invasore della sua città, ma non può tradire l'ospitalità della Begum. 

La Begum a sua volta vorrebbe parlare della sua inquietudine e del suo bisogno d'amore.

Così le varie storie parlano di violenza, angoscia, fedeltà, amicizia, tradimento e perdita. Riflettono lo stato d'animo di chi le racconta, i suoi pensieri, sempre sapendo leggere fra le righe: alla fine siamo noi lettori che dobbiamo trovarci un filo, un senso.

Il libro si legge velocemente nelle sue 140 pagine in un paio d'ore: io consiglio un'unica sessione di lettura, per non perdersi i riferimenti fra le varie storie. 

Omair Ahmad è uno scrittore indiano nato ad Aligarh, nell’India del nord, nel 1974, conosciuto soprattutto per il suo romanzo Jimmy the Terrorist del 2010. 

Il racconto del cantastorie è il suo primo romanzo a essere tradotto in italiano e in questa novella Omair Ahmad ci parla soprattutto del potere delle storie e dell'immaginazione, soprattutto in un periodo buio e in un'epoca di terrore.

È una riflessione sul raccontare storie: sul loro potere, sul loro rapporto con la realtà e con il nostro modo di interpretarla, ma soprattutto con la libertà.

Siamo liberi fino a che possiamo immaginare e raccontare le nostre storie, la nostra storia. Come il nostro cantastorie che "non possedeva nulla, o meglio, aveva solo la sua libertà".

Omair Ahmad, Il racconto del cantastorie
140 pagg., 15,60 euro

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