Le linee d'ombra

di Amitav Ghosh

Forse bisognerebbe leggere questo splendido romanzo (pubblicato nel 1988) almeno due volte, una di seguito all’altra.
Perché qui la linea d’ombra conradiana si moltiplica in più linee, multiple e plurali, che vanno in direzioni diverse, così che diventa più sottile disegnare, nella prima lettura, tutte le linee immaginarie che attraversano situazioni e personaggi, che si snodano nel tempo nel loro ordine non cronologico che tocca eventi e tempi apparentemente diversi e distanti, quelle linee che giacciono dentro la storia, dietro la Storia.


La voce narrante del protagonista, fin da bambino, del cugino Tribid segue ammirato le fantasie, i racconti, i viaggi reali e immaginari, le amicizie e le parentele fra Calcutta, Londra e Dacca, le linee sul suo altante mondiale – quelle che separano gli Stati e quelle, che, misteriosamente, li uniscono, come cerchi tracciati con il compasso sulle pagine.

Tribid, con i suoi racconti, regala mondi per viaggiare e occhi per guardarli, con la sua fantasia da archeologo, ardita ma precisa, attenta ai più piccoli dettagli, con la certezza che non possiamo vedere nulla senza inventare ciò che guardiamo, "altrimenti non saremmo liberi dalle invenzioni degli altri".

Londra è uno di questi mondi, immaginati, vissuti e reinventati, con cui tutti si devono confrontare, per poi decidere se rifiutare, sposare, cercare di capire o di fuggire. E poi c’è Calcutta, che è casa, infanzia e famiglia, e Dacca, vicina ma lontanissima, al di là di un confine reso invalicabile dal tempo.

In questi luoghi non si può sapere se si va o se si torna, perché la differenza fra andare e venire, fra partenza e ritorno non è univoca quando le origini, inventate o reali, sono incerte, quando non si sa quale sia la periferia e quale il centro del mondo, del nostro mondo. E i veri protagonisti solo allora ombre, assenze, vuoti, lacune, silenzi inspegabili, in cui la Storia, dalla Seconda Guerra Mondiale ai "disordini" nel Pakistan Orientale, si insinua sottile, senza parole.

Alla fine, però, una partenza e ritorno ci sono, anche se l’uno non segue l’altra.
Sono anche la nostra partenza, il nostro ritorno: forse invece non bisognerebbe rileggerlo subito da capo, questo romanzo. Solo saperlo reinventare con i propri occhi.

Commenti

  1. Non vedo l'ora di uscire per andarlo a comprare...
    Sai se c'è qualche buon corso di hindi pubblicato qui in Italia?
    ciaoooo

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  2. Vedrai che ti piacerà!

    A me come corso hanno consigliato questo:

    Pinuccia Caracchi, Grammatica Hindi, Promolibri/Biblioteca Universitaria Orientale

    Ma mi ci vorrebbe (anche) un mucchio tempo - almeno per me!

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  3. Uahu ai dei blog splendidi... Appena ho tempo li leggo con calma...By marco

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  4. Grazie a te! Senti ma il tempio di Deshnok sarebbe il tempio dei topi?... Cavoli non ho mai ricordato il suo nome...

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  5. Sì, proprio lui! In realtà Deshnok è il nome della città in cui si trova il tempio (nome per me indimenticabile per il viaggio in autobus da Bikaner a Deshnok: quasi ancora più particolare del tempio stesso...).
    Il tempio è il "Karni Mata temple".

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  6. Grazie milleeeeeeeeeeeeeee!!!!
    Tu non t'immagini da quando tempo cercavo il suo nome...Grazie a te posso correggere l'articolo sul blog...
    Pensa...ho passato due notti in bianco su internet senza mai trovare il suo nome...la guida di viaggio l'avevo regalata ad un amico e sugli appunti non lo avevo mai segnato!
    Grazzzieeee!
    Spero di trovarti in India per sorseggiare un bel the!
    Salutoni.

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  7. Ciao Silvia, lo sto leggendo adesso. Ho un dubbio, ma Tridib non è il cugino dell' io narrante ma lo zio! Perchè sulla quarta di copertina lo presentano come cugino ed anche tu, ma se Mayadebi è la zia del padre e Tridib è il figlio di Mayadebi, ad occhio dovrebbe essere lo zio?
    O ... forse sono io che mi sono perso qualcosa?

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  8. Mi ricordo che avevo cercato una parola per definire questo grado di parentela, ma in italiano non l'avevo trovata, e quindi ho optato per un generico cugino (nella mia numerosa famiglia i cugini sono più o meno tutti quelli che hanno un grado di parentela di un certo tipo).

    Sarebbe il cugino del padre, giusto? Non lo zio (che se no dovrebbe essere fratello del padre), o sbaglio?

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  9. Beh... si, per me zio... nel senso a Roma i cugini del padre li chiamiamo zii (di secondo grado) così come i figli dei zii di secondo grado li chiamiamo cugini (di secondo grado). Crdo però che su al Nord sia diverso. Comunque ho letto quasi 100 pagine e mi piace. Molto diverso dagli altri romanzi di Ghosh, che sono molto "classici" se vogliamo (un po come i film di John Ford o Frank Capra per capirsi). Questo non è invece per nulla lineare ... e mi sembra molto intimo (sono convinto che sia molto autobiografico).

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  10. Eh, vedi, invece i figli dei miei cugini per me sono sempre cugini (e non nipoti!)...
    Così per curiosità, sono andata a cercare su wikipedia (voce "cugino") e forse la denominazione corretta di Tribid è "cugino di secondo grado" (se ho ben capito). Ma forse come dici tu è diverso fra nord e sud.

    Ma comunque, venendo a noi: sì, il libro è intricato, forse nelle prime 100 pagine ancora di più, nel senso che poi molti (non tutti!) nodi si sciolgono dopo.

    Se devo dire, questo è forse il mio romanzo preferito di Ghosh. Certo non è appassionante come Mare di papaveri o altri romanzi più "avventurosi", ma mi aveva colpito tantissimo questa sua intimità accompagnata dalla storia e dalla geografia ricostruite attraverso la memoria.

    Poi voglio sapere i tuoi commenti anche quando lo finisci!

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  11. ...in apnea. Ho letto il libro in apnea, isolandomi da tutti. Forse sarò esagerato, ma credo sia una delle mie esperienze di lettura più emozionanti di sempre. Calcutta, Dacca, Londra in questo universo diverse vite si intrecciano e le linee d' ombra della storia con la S maiuscola si intersecano con le linee d' ombra della "storia intima" dei protagonisti. Personaggi e vite sconvolte sia dalla violenza dei grandi conflitti, sia da quella meno nota (ed in parte rimossa)dei conflitti interetnici del Bengala del 64. Non so che dire ... mi ha completamente conquistato. P.S. Ho visto su facebook, che finalmente esce il secondo capitolo della "Ibis" (pare il 15 giugno in India).

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  12. Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto molto e condivido la modalità di lettura "in apnea", per certi libri almeno, in cui si è così immersi nella lettura che tutto il resto non conta più.

    Un libro bellissimo, intenso e rarefatto insieme, ricchissimo di spunti di riflessione. Anche a me aveva molto colpito il fatto della "rimozione" della memoria (storica e personale) e della sua ricostruzione.
    E anche la geografia del mondo, che ridefinisce che cosa è vicino e che cosa è lontano, quali sono i confini, che cosa significa andare e venire (anche perché adoro le cartine geografiche e a volte passo delle ore a guardarle - sempre quelle dell'Asia).

    Ho visto: "River of Smoke" dovrebbe uscire a giorni!

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