Leggere l'India

29 ottobre 2010

Una stanza, una sera, a Calcutta

A Calcutta dormivo in una stanzetta al secondo piano della casa di Dhananjay Ghosal, il poeta bengalese che mi ha molto gentilmente ospitato nella sua città e nel suo mondo.
Mi facevano compagnia libri, riviste, i mille fogli e manoscritti di Dhananjay, e la statua di Saraswati, la dea delle arti.

Mentre dormivo sotto la zanzariera, mi guardavano da un quadro appeso al muro anche Einstein e Tagore, immortalati insieme in una famosa foto scattata nel 1930 in Germania, dove i due premi Nobel si incontrarono per discutere di fisica, filosofia, religione e musica.
Trovare questa foto - a cui sono molto affezionata - nella "mia" stanza a Calcutta è stato per me, una fisica appassionata di letteratura indiana, il massimo della vita.


Solo l'ultima sera trascorsa a Calcutta, ho scoperto che quella stanza, oltre a essere lo studio di Dhananjay, è anche qualcosa di più: è il luogo di incontro per vere e proprie serate letterarie.
Mi sono ritrovata in mezzo a vari amici poeti, scrittori e appassionati giunti a casa di Dhananjay per recitare poesie e discutere di teatro, libri, arte. Ovvero, il massimo della vita.

Così inizia la serata: Amit Chakrabarti recita le sue poesie in bengali e poi in inglese.  Le ha molto gentilmente trascritte per me sul un bel foglio fucsia con un fiocco regalo.
Soumitra Ghosh recita le poesie di Dhanajay in bengali e poi Amit, che le ha "transcreate" nella raccolta Love, the Neverending Runaway, le ripete in inglese. Pradeep, il pittore di Taki, ha portato anche la moglie e la figlia di un anno, incerta fra gioia e paura.

Con Soumitra Kumar Chatterjee, regista e sceneggiatore, parlo soprattutto di teatro e delle rappresentazioni che sta preparando per i prossimi mesi.

Alok Ghoshal canta canzoni folk.
Ipsa Ghoshal e Sharmistha Pal, due bellissime donne vestite elegantemente in sari, hanno voci stupende quando intonano le canzoni di Tagore, che dalla foto di un'epoca e di un paese lontani sembra partecipare anche lui alla serata, decisamente il più citato, recitato, venerato.
E qui penso a quante dimensioni si perdano, nel leggere semplicemente le poesie di Tagore in italiano rispetto a sentirle cantare in bengali: la lingua, la metrica, la musica, l'atmosfera, l'intonazione della voce, un intero mondo. 
 
La maggior parte dei presenti scrive su Balaka, la rivista letteraria diretta da Dhananjay (invito a visitarne il sito: non è tutto in bengali e si possono ascoltare alcune poesie recitate), che prosegue idealmente l'essenza di queste serate offrendole ai suoi lettori.

Purtroppo, anche se tutti fanno a gara a tradurmi, non parlando la loro lingua so di perdermi praticamente tutto il bello, ma sento fortissime le vibrazioni di un mondo vitale e libero. E poi, come consolazione, sembra che, a poco a poco, nuove traduzioni in inglese di questo mondo stiano venendo fuori.

E' con questa speranza e con molta musica in tutte le corde del corpo, che dico buonanotte a tutti, quando se ne tornano a casa a tarda notte. 
Buonanotte, dolce e caotica Calcutta, da questa stanza in quest'angolo di casa della tua labirintica periferia che emana poesia e vita.
Buonanotte, e arrivederci.

25 ottobre 2010

I giorni dell'amore e della guerra



Era da un po' che avevo visto questo libro in libreria, ma il titolo terribile, la copertina rosa (non la foto in sé, che era bellissima) e la frase "la battaglia di una madre per salvare i propri figli" mi avevano finora intimorita.

Poi ho scoperto che il titolo originale è A golden age e che è uno dei pochi romanzi in lingua inglese scritti da autori originari del Bangladesh (anche se Anam Tahima, nata a Dacca, ha studiato all'estero e vive a Londra). Non che ci tenga che sia in inglese, mi andrebbe bene - anzi meglio - anche una traduzione dal bengali, ma ce ne fossero...


Il romanzo è ambientato nel 1971, durante la sanguinosa guerra di liberazione che ha portato alla creazione dello stato del Bangladesh. Prima di quell'anno, come effetto della Partizione del 1947, il Pakistan era formato da due entità territoriali distinte, il Pakistan Occidentale (cioè il Pakistan odierno) e quello Orientale (cioè l'attuale Bangladesh), distanti migliaia di kilometri e diverse culturalmente, linguisticamente, economicamente.
Sottomesso al volere di Islamabad, sfruttato il più possibile e abbandonato a se stesso nei momenti di calamità, il popolo del Bengala dichiarò l'indipendenza e subì una feroce repressione da parte dell'esercito pakistano, fino a vincere la guerra, con l'aiuto dell'India,  nel dicembre del 1971.

La storia ha un personaggio principale che seguiamo a distanza ravvicinata in ogni momento: Rehana, una vedova con due figli che vive a Dacca, dolce e remissiva ma determinata e coraggiosa quando si tratta della famiglia e dei suoi figli.

I nove mesi della guerra sono descritti dal suo punto di vista: a Rehana, che passa la maggior parte del tempo in casa, arrivano gli echi delle battaglie, delle atrocità commesse dai soldati pakistani, le storie della guerra e della politica, i destini dolorosi e cruenti di profughi e prigionieri, le canzoni e gli inni a favore del Bangladesh. In particolare, sono i figli, studenti universitari entusiasti e politicamente impegnati, a portare dentro casa l'ideologia dell'indipendenza e di un paese libero, le armi e un compagno ferito di cui lei dovrà prendersi cura.

La stessa Rehana intraprende, dalla cucina della sua casa, anche una sua personale battaglia per l'indipendenza: l'indipendenza che la porterà a prendere decisioni importanti da sola, non più confinata al ruolo di vedova devota e madre, come se la sua libertà personale crescesse parallelamente a quella del Bangladesh. 

Il romanzo è ben scritto e l'idea di descrivere una guerra dal punto di vista femminile e domestico è interessante e portata avanti con grazia.  
Tuttavia, ripetto alle critiche entusiaste che questo libro ha suscitato in tutto il mondo, io ho qualche riserva.
Rehana è la protagonista e tutti altri personaggi vivono attraverso di lei, non sono del tutto ben delineati, il che potrebbe essere anche un vantaggio. Ma sinceramente non sono riuscita a provare una grande empatia verso la povera vedova in mezzo a una guerra, e di conseguenza verso nessun altro personaggio nel libro.
Poi, ho trovato il tutto un po' troppo semplice e facile per i miei gusti; in genere preferisco trame più originali, o romanzoni più pesanti, volendo con riflessioni psicologiche o storiche anche un po' più complesse. Inoltre, alcune svolte della trama mi sono sembrate un po' forzate. 

Detto questo, mi sento di consigliarlo, soprattutto a chi vuole conoscere un pezzo del Bangladesh e della sua storia. E il viaggio continua.

17 ottobre 2010

Omaggio a Mahasweta Devi


Proprio nei giorni scorsi, a proposito di scrittori che scrivono in bengali, si parlava qui sul blog di Mahasweta Devi. Delle sue storie, dure e spietate, avevo raccontato anche qui qualche anno fa.
Ricevo oggi quest'invito per un pomeriggio di fine ottobre a Roma con la grande scrittrice. 
Purtroppo io non potrò andare, ma inoltro volentieri per tutti quelli che vorranno conoscere Mahasweta Devi e il mondo che lei racconta.

Sabato 30 ottobre, alla Casa internazionale delle donne
ore 16.30, Sala Tosi, Via della Lungara, 19 - Roma

Mahasweta Devi, scrittrice e attivista sociale, da oltre mezzo secolo combatte, con l’attenzione, la trasmissione e il racconto, contro le violenze di cui sono oggetto soprattutto le donne delle popolazioni tribali dell’India, gli adivasi.
Devi, di cui in Italia conosciamo La preda e altri racconti, La cattura, Invisibili e La trilogia del seno, usa la memoria e l’infinita ricchezza delle lingue del subcontinente per rendere visibile il popolo scuro della grande India.

Alla scrittrice, in Italia per presenziare alla proiezione del film «Gangor», di Italo Spinelli - in concorso alla Festa del cinema di Roma domenica 31 ottobre, alle 17:00 - sarà dedicata la lettura musicata del racconto «Draupadi» nella versione dal bengali di Federica Oddera e Babli Moitra Saraf, interpretata dall’attrice Silvia Gallerano con l’accompagnamento musicale di Cristina Vetrone.
Per coloro che interverranno, la possibilità di ascoltare e dialogare con Mahasweta Devi.

11 ottobre 2010

Killing the water

di  Mahmud Rahman

Più acqua che terra



Più acqua che terra: così appare il Paese di origine di Mahmud Rahman, visto dall'alto, dall'aereo che lo riporta a casa, a Dacca. Un labirinto grigio-blu di fiumi zigzaganti in mezzo a un mosaico di campi verdi. Eppure proprio quell'acqua, fonte di vita come una madre, come le madri e le donne di queste storie, viene maltrattata e uccisa, come suggerisce il racconto che dà il titolo al libro.

Mahmud Rahman è un autore nato a Dacca nel 1953, rifugiato a Calcutta durante la guerra del 1971 e poi emigrato negli Stati Uniti. Killing the water è il suo primo libro, scritto in lingua inglese, per il momento pubblicato solo in India e nel subcontinente. Ed è il primo libro del mio viaggio alla scoperta del Bangladesh. 

In questi racconti, l'immagine del Bangladesh e dei suoi abitanti rispecchia quella delle sue acque: liquida, mutevole, sempre in divenire, sempre in esilio nella propria terra, intrisa di separazioni e di cambiamenti, spesso dolorosi o violenti.

Si parte dagli anni Trenta quando ancora il Bangladesh non esiste e fa parte in tutto e per tutto, senza confini, dell'impero britannico; in questa terra ancora intatta un figlio torna (in barca, naturalmente) nel suo villaggio natale dopo tanti anni trascorsi in città, ma ormai è talmente diverso dalla sua famiglia di origine che un confine, quello fra città e campagna, fra modernità coloniale e tradizioni familiari, è già irrevocabilmente segnato.

Avanzando con i racconti e con la linea del tempo, si passa poi per la guerra di indipendenza del Bangladesh del 1971, nel racconto più significativo del libro, Kerosene. Qui un bengalese che si batte per liberare il suo popolo dall'oppressione del Pakistan Occidentale racconta le vicende che lo hanno portato a commettere violenze contro le famiglie musulmane di lingua urdu arrivate dal nord dell'India, accolte durante la Partizione del 1947 e in seguito considerate nemiche e collaborazioniste dei Pakistani.

Approdiamo poi negli Stati Uniti degli anni Ottanta con gli immigrati provenienti da un Paese di cui nessuno sa niente, in un nuovo mondo fatto di cambiamenti, di perdite e di nuovi rapporti umani tutti da inventare.

La raccolta si divide infatti esattamente in due: la prima metà raccoglie storie ambientate in Bangladesh e la seconda negli Stati Uniti. Le storie americane mi sono sembrate meno belle, meno intense di quelle bengalesi, molto più evocative e anche più crudeli.

Il sottile legame con la terra, con l'acqua, con la famiglia che spesso si rompe (anche solo spostandosi a Calcutta e non necessariamente negli States),  l'assenza di veri e propri approdi,  l'ipocrisia dettata dai tornaconti personali e i rimorsi dei personaggi che vengono dagli ambienti più disparati sono descritti con una certa bravura, con sincerità e un tocco di ironia, come le pennellate di un acquarello, liquide e indefinite, lievi e dolorose.

06 ottobre 2010

Il Bangladesh al di là del fiume

Taki è una piccola città indiana sull'Ichamati, il fiume che segna il confine fra India e Bangladesh.
In sé non ha vere e proprie attrazioni turistiche, ma visitarla con Pradeep, un pittore amico di Dhananjay, è stata un'esperienza memorabile, alla scoperta del busto di Chandra Ray (lo scienziato bengalese), del crematorio e dei chioschi di chai, della scuola dove tutti mi chiedono se per favore possiamo parlare per 5 minuti in inglese, delle barche di pescatori lungo il fiume.

Per poi addentrarci nei dintorni: rurali, verdissimi e poveri, dove piccoli tempietti dedicati a Kali e a Durga spuntano come funghi sotto gli altalenanti scrosci del monsone, e dove gli uomini si lavano nella fitta ragnatela di ruscelli che imprigiona e nutre la vegetazione. Per chi l'ha visto, sembra di essere dentro Pather Panchali, lo splendido film di Satyajit Ray (e per chi non l'ha visto, consiglierei di farlo - intanto mi sto leggendo il libro).

Per Pradeep questo luogo è particolarmente importante: è il suo villaggio natale e da qui si vede il Bangladesh, il paese da cui viene sua moglie. Sull'altra sponda ci sono i "fratelli" bangladeshi (fratelli, non cugini): parlano la stessa lingua, hanno le stesse tradizioni, per lui sono amici e vicini di casa.
Una volta all'anno aprono il confine invisibile che taglia per lungo il fiume, durante un festival religioso locale: il fiume si riempe di barche, indiani e bangladeshi festeggiano insieme, in barca, lungo il fiume. 

E' la prima volta nella mia vita che vedo il Bangladesh. Guardare ma non toccare, dal momento che l'ho solo salutato da lontano, al di là del fiume. Mi è rimasto il desiderio di conoscerlo meglio e, per iniziare, mi sono ripromessa di iniziare a leggere qualche scrittore che scrive da quella terra.

Per i miei amici di Calcutta la letteratura bengalese è una sola: il fatto che in mezzo ci sia un confine è solo un brutto scherzo della Storia. Penso agli scrittori in lingua bengali che conosco, come Mahasweta Devi, Buddhadeva Bose, Sunil Gangopadhyay, nati in quello che oggi è il Bangladesh e, prima o dopo, passati in India.
Mi chiedo però di cosa parlino, oggi, gli scrittori di Dacca e di quella terra fatta di fiumi e cielo, al di là di questo confine che la Partizione del 1947 ha creato e che la guerra di indipendenza del 1971 ha ancora una volta insanguinato. 

Di Dacca racconta Amitav Ghosh nel suo bellissimo Le linee d'ombra: è una città del ricordo, della memoria. 
In italiano sono stati pubblicati i romanzi Come un diamante nel cielo di Shazia Omar e I giorni dell'amore e della guerra di Anam Tahmima.
Sono scrittrici che hanno studiato all'estero e che scrivono in inglese.
So della drammatica storia della scrittice Taslima Nasreen (e del suo romanzo Vergogna, tradotto anche in italiano), esule dal Bangladesh dopo gli attacchi e la condanna a morte da parte di fondamentalisti islamici.

Ho iniziato però questo viaggio con i racconti pubblicati in India di Killing the water di Mahmud Rahman, un autore nato a Dacca e poi emigrato negli Stati Uniti. 
Di questo libro interessante e sincero parlerò presto. Intanto resto affacciata a guardare quella sponda, un mondo ancora ignoto, ancora tutto da sognare.