Leggere l'India

29 dicembre 2009

I giovani per i giovani


Sempre per restare in tema di giovani scrittori indiani, è con grande interesse che ho letto questo articolo del Times of India, dove si parla appunto di giovani autori che scrivono principalmente per  altri giovani come loro: dinamici, moderni e affamati di storie da leggere tutte d'un fiato.

La Penguin India sta infatti per lanciare una nuova collana, Metro Reads, che accoglierà questo genere di romanzi dai toni colloquiali che rispecchiano le vite dei "giovani d'oggi".

In particolare, il mio entusiamo è dovuto soprattutto al romanzo Dreams in Prussian Blue di Paritosh Uttam, in uscita a febbraio 2010 in India. Forse qualche veterano di questo blog ricorderà che avevo parlato di Paritosh e del suo bellissimo blog sull'Indian Writing in English.

Nel frattempo Paritosh è diventato un caro amico e un ottimo consigliere di mille letture (ed è bellissimo pensare di avere scovato uno scrittore indiano ancora prima che pubblicasse il suo primo libro!).
In attesa del libro, comunque, vi consiglio qualche assaggio della sua scrittura (che, lasciatemi dire, pur essendo "easy-to-read" e giovanile, riesce a essere anche profonda) attraverso i racconti sul suo sito.

18 dicembre 2009

India. Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti

Autori vari, a cura di Gioia Guerzoni

"Undici storie e tre fumetti per raccontare la vita delle nuove città-mostro indiane, degli avvenieristici centri direzionali di Delhi e delle popolose baraccopoli di Mumbai. Luoghi di storia millenaria proiettati in un futuro ipertecnologico e iperconsumista, comunque lontano da stucchevoli esotismi e cliché bollywoodiani."

Così recita la prima pagina di presentazione di questa antologia, che raccoglie la voce dei nuovi scrittori trentenni con studi all'estero che lavorano come giornalisti freelance, registi o disegnatori nelle megalopoli indiane. Fra loro i più conosciuti, almeno per me, sono Altaf Tyrewala (autore di Nessun dio in vista) e Sonia Faleiro (di cui ho letto un libro su Goa).
Storie di jeans, indumento amato ed odiato (le belle ragazze in questi racconti sono sempre in jeans, mentre le vecchiarde sempre in sari, e con rotoli di grasso in vita), di attrici di film porno, di domestiche degli slum che lavorano nelle case dei ricchi, di viaggi in treno, di come si trova casa a Mumbai o a Delhi, della vita nella comunità hijda.
E, alla fine di ogni storia, una breve intervista all'autore con domande su Bollywood, sull'Italia e sulla "Shining India".

Brevi istantanee di un mondo in cambiamento: più che maestose fotografie che restano impresse nella memoria, assomigliano alle foto digitali in uno slideshow su un blog, che catturano immediatamente l'attenzione, che si guardano velocemente e poco dopo si dimenticano.
Il tutto è molto interessante, forse più da un punto di vista più sociologico che letterario, e il tentativo di dar voce all'India giovane e urbana è ben riuscito.

Ma forse il ritmo veloce di un antologia di racconti non è ciò che prediligo, forse sarò una vecchia bacucca (anche se sono coetanea di questi trentenni frizzanti e dinamici), e forse il paragone non si dovrebbe neanche porre, ma per il momento ancora preferisco gli scrittori indiani cinquantenni che tessono i loro prolissi capolavori. 

12 dicembre 2009

Fuoco sulla montagna

di Anita Desai

Un altro romanzo di Anita Desai, scritto nel 1977, sconsigliato a chi già di suo è depresso o  in balìa di istinti suicidi, e consigliato invece a chi ha voglia e coraggio di addentrarsi nelle solitudini di tre donne in una casa sulle pendici aride e polverose dell’Himalaya.

Anita Desai descrive con minuziosa esattezza i rumori e i movimenti della natura che circonda la casa della protagonista, grande e vuota e quasi assediata dal mondo esterno: le galline che becchettano e inghiottono golosomante pezzetti di vermi, il vento fra i rami ondulati dei pini, il frinire delle cicale, i passi di una mantide religiosa su un'emerocallide in fiore.

Quella descritta è una natura che partecipa nella sua disarmante nudità alla vita degli uomini, non con paesaggi consolatori in cui perdersi e sognare, ma con una presenza inquietante, ostile e metaforica, dalla luce del sole che, "non più lacca, diventa colla", dal "ronzio delle mosche troppo pigre per volare, che restano impigliate nella tela vischiosa del meriggio".

Lo stesso tipo di descrizione è riservato ai sentimenti delle tre donne, prima fra tutte Nanda Kaul, che si è chiusa in un geloso e religioso isolamento, ricercato e conquistato dopo una vita da madre di molti figli e dai troppi impegni sociali.

A turbare per prima la sua solitudine sarà Rakha, la pronipote convalescente venuta a stare da lei, una bambina strana, che ama la solitudine forse più di lei, in modo istintivo e naturale, che passa le giornate scomparendo in solitarie passeggiate "lungo i dirupi, tra le rocce, verso le fornaci, le agavi e i rifiuti della scarpata, verso le fausi gialle spalancate della pianura sottostante".

Solo alla fine arriverà anche Ila Das, stridula amica di lunga data di Nanda, che manifesterà apertamente il suo disagio, in modo tanto grottesco da disgustare le altre due.
Nei rapporti fra le tre donne prevale il silenzio rispetto ai dialoghi, la totale assenza di solidarietà e un doloroso sentimento di indipendenza, di segreti ben nascosti dentro, che qua e là fanno capolino con una parola appena accennata, con una sfumatura di colore, con un movimento di un insetto.

E solo nelle ultime pagine, con raffinatezza estrema, arriva veloce l'inesorabile e inaspettato finale, lapidario e senza giudizi.

07 dicembre 2009

River to river parte seconda

Eccomi di ritorno dopo due (soli) giorni passati al River to river, il festival fiorentino dedicato al cinema indiano.
Era il mio secondo anno ed è stato bello ritrovarsi fra appassionati (per la verità, dovrei dire "appassionate") di India e di tutto ciò che da laggiù proviene: film, libri, canzoni, racconti di viaggi, ricordi.

I film ci hanno riportato fra le vie di Bombay, sotto il sole indiano, all'interno di tradizioni, di case, di città e di sentimenti vissuti sulle note di una canzone.

Khargosh, un film delicato e appassionante dalla fotografia impeccabile, ci ha portato in un sonnolento villaggio indiano e nei pomeriggi di un bambino che fa da tramite a due giovani innamorati, portando lettere e messaggi e diventando loro complice fra il tintinnio di braccialetti e gli sguardi sognanti.

Con il film di Deepa Mehta, Heaven on Earth, claustrofobico e durissimo, invece abbiamo seguito una giovane ragazza indiana del Punjab andata a sposarsi in Canada, un paradiso in terra solo nei sogni, in realtà un vero e proprio inferno chiuso fra le mura domestiche.

Barah Aana, ironico e divertente, ci ha portato a Mumbai, nella vita di tre disperati che, fra fato e necessità, si ritrovano sulla via del crimine, spinti dell'evidente constatazione che sono i soldi ciò che conta nella vita. Nel cast c'è anche Violante Placido, nel ruoli di un'occidentale in India con la vita a rotoli, ma il più grande è Naseeruddin Shah, nei panni dell'autista di una petulante e isterica signora (sembra proprio che, come nella Tigre bianca, fare l'autista dei ricchi istighi inevitabilmente alla vendetta nei loro confronti).

Ma quello che più mi ha entusiasmato è stata la retrospettiva su Guru Dutt, regista e attore geniale e tormentato, morto suicida nel 1964 a soli 39 anni.
Ho visto solo due film, Aar Paar e Mr and Mrs 55, romantici e divertenti attraverso il bianco e nero delle pellicole consumate dagli anni, e mi è venuta voglia di vedere altri: mi dovrò al più presto procurare Pyaasa, che tutti mi dicono sia il suo capolavoro.

Per il momento ecco la perla che mi è rimasta nel cuore, da Mr e Mrs 55, cantata da Mohammed Rafi: struggente e dolorosa come le pene d'amore del protagonista, come la nostalgia che assale all'improvviso e lascia senza parole.
Al prossimo anno.



AGGIORNAMENTO del 12 dicembre: il film vincitore del festival è Heaven on Earth di Deepa Mehta.