23 novembre 2009

In custodia

di Anita Desai

Polvere.
Mulinelli di polvere soffiano fra le pagine di questo bel romanzo di Anita Desai, pubblicato nel 1984 e arrivato nella shortlist del Booker Prize di quell'anno.
Polvere. Nelle strade della grigia e triste città di provincia dove abita Deven, polveroso e grigio insegnante di hindi in un college. Nelle parole di un grande poeta: “prima che il Tempo ci riduca in polvere...”. E, sotto i cartelloni pubblicitari e nei vicoli antichi, anche nella gloriosa Delhi, culla di una cultura ormai in decadenza.

Deven viene arruolato da un amico d’infanzia, direttore di una rivista di poesia urdu, per intervistare  Nur, celebre poeta di Delhi: un'opportunità unica di conoscere la leggenda vivente della poesia urdu, proprio per chi si è dovuto accontentare di insegnare hindi a studenti insofferenti e a sperare inutilmente di veder pubblicata qualche sua poesia.

Ma entrando in casa del poeta, si accorge come le vette elevate della poesia siano un ricordo ormai lontano: Nur, invecchiato, incattivito e scorbutico, vive in balìa di donne volgari e del suo entourage più dedito a mangiare, bere e gozzovigliare che non ai versi sublimi della poesia.

Di fronte ai tentativi di Deven di concludere l’intervista, Nur parla a sproposito, oppure rimane in silenzio, con “le labbra che scoprono le gengive macchiate e i denti marci, come in una maschera di putrefazione”, in una tetra stanza che “puzza di insulti sordidi, di gengive marche, di liquore puro e di troppi anni e di troppa collera impotente”.

Timido e remissivo, già vittima dello sbeffeggio dei suoi studenti e delle imposizioni della moglie, Deven diventerà anche vittima dello stesso poeta e del suo mondo. La lingua che insegna, “un mostro vegetariano” adatto solo ad adoratori di vacche, viene disprezzato e ridicolizzaro, rispetto al ben più sostanzioso, sublime e poetico urdu.

Deven tornerà più volte a Delhi e si sentirà sempre più inadeguato, in mezzo a due fuochi, quello di Nur e quello del direttore della rivista, e cercando di concludere qualcosa peggiorerà sempre più la sua tragicomica situazione, fino a che i fuochi si moltiplicheranno: il preside, gli studenti, la moglie.

Arguto, impietoso e delicato, scritto in un tono ironico ed amaro, In custodia ben rappresenta la maestria di Anita Desai nelle descrizioni dei luoghi come negli stati d’animo, con il suo uso preciso e suggestivo delle parole.
Di Anita Desai spesso si loda la grande abilità di cogliere gli stati d’animo dei personaggi femminili. E’ sicuramente vero, ma questo libro dimostra che riesce magnificamente anche a rappresentare quelli maschili. E che forse non sono poi così diversi.

17 novembre 2009

Fratelli di sangue


Questo è esattamente il libro che volevo: la storia di una famiglia indiana (quella dell'autore), che attraversa tre generazioni (due e mezza, per la precisione), dalla carestia del 1870 in Bihar fino al 1968 in Bengala, attraverso nonno, padre e figlio.
Fratelli di sangue di M.J. Akbar è un libro che ho letto con molto piacere e interesse, senza sorprese, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, come succede in un matrimonio felice.

Tutto inizia con la fuga del nonno dell'autore dalla carestia del Bihar, quando, ancora bambino, orfano e in fin di vita, approda al villaggio di Telinipara, vicino a Calcutta, alla porta di una coppia musulmana senza figli che lo accoglie con sé. Indù di nascita, decide di convertirsi all’islam per riconoscenza verso la madre adottiva, e insieme a lui impariamo a poco a poco le tradizioni e i riti islamici del subcontinente.

Il villaggio di Telinipara, con la sua Victoria Jute Mill, la fabbrica di iuta fondata dagli inglesi, richiama lavoratori da tutto il Bihar e anche la storia passa di lì con i suoi eventi: l’epidemia di colera, l’arrivo dell’elettricità, le tensioni fra le comunità indù e musulmana alternate ai periodi di pacifica convivenza, i sahib inglesi non sempre cattivi ma spesso ingenui, il messaggio di Gandhi che suona stonato a chi deve il proprio benessere alla fabbrica degli inglesi, l’indipendenza e le folli violenze della Partizione che anche a Telinipara dividono famiglie e comunità, la politica nella nuova India indipendente, le richieste sindacali, il cinema e i suoi divi che arrivano nella quotidianetà.

Accanto a questi eventi, scorrono le vicende personali, le nascite, i pellegrinaggi per chiedere un figlio maschio, le amicizie, i matrimoni, in un intreccio umano fra mondo musulmano e indù, con personaggi descritti con grande grazia: cantastorie, sovrintendenti di fabbrica, bramini, leader religiosi che seminano guerra e dervisci che coltivano la pace, spose kashmire e madri affettuose, amici di religioni diverse, fino all’ultima e dolorosa fratellanza di sangue.

06 novembre 2009

Circostanze incendiarie

di Amitav Ghosh

L'ho inziato immediatamente dopo l'incontro di Amitav Ghosh al festival di Mantova (se il festival della letteratura era banalmente un'operazione di marketing, devo dire che ha funzionato alla perfezione).

17 reportage che spaziano fra il Tibet, le isole Andamane dopo lo tsunami, l'Egitto, la Cambogia, la Birmania, New York, il confine fra Pakistan e India, lo Sri Lanka, Calcutta.

Alcuni si possono leggere, in inglese, anche sul sito di Ghosh. Più che reportage sono in realtà un misto di note di viaggio e di riflessioni personali, di ritratti e di resoconti narrativi, dove le microstorie e i personaggi anonimi riescono, meglio di mille analisi storiche e politiche, a spiegare una geografia umana che non sempre coincide con quella disegnata sugli atlanti.

Le circostanze incendiarie del titolo, ovvero i focolai di violenza che stanno forgiando il mondo, sono il filo conduttore di questa raccolta di saggi scritti in momenti diversi. In particolare, ricorre spesso la riflessione su come uno scrittore possa parlare della violenza senza diventarne complice, senza concedersi allo spettacolo che la violenza può offrire.

Questa riflessione diventa esplicita nei Fantasmi della signora Gandhi, in cui Ghosh racconta della sua esperienza diretta durante i disordini anti-sikh a Delhi del 1984 e della sua difficoltà a scrivere di quei giorni (il saggio è del 1995).
La chiave che infine Ghosh riesce a trovare è quella di descrivere "sia la violenza sia l'opposizione consapevole e civile alla violenza", perché "il fatto è che la più comune reazione alla violenza è di ripugnanza, e che un gran numero di persone, in tutto il mondo, cerca di opporvisi in tutti i modi possibili".

Il filo conduttore di tutte queste piccole e grandi storie diventa allora l'imperativo di raccontare, per resistere alla violenza e per non arrendersi "nella battaglia contro il silenzio".
Imperativo che non è solo quello di un autore che fa della scrittura la sua professione, ma anche di altri, di chi gli chiede di scrivere di lui dopo la sua morte, di chi, profugo, vuole carta e penna per scrivere il suo nome e cognome e non essere cancellato dalla memoria, di chi trova nell'arte e nella danza un motivo di rinascita, di tutti quelli che intervista, di tutti quelli che prima di lui hanno scritto altri romanzi, riflessioni, lettere e poesie.
Perché c'è anche tanta letteratura in questo libro, e il mio taccuino si è riempito di molti titoli di libri che ora dovrò leggere, in questa virtuosa catena di Sant'Antonio in cui ogni libro che leggo ne chiama almeno altri dieci.

E anche se Ghosh scrive che le mappe che servivano per immaginare il futuro sono ormai perse per sempre, rimane la speranza che qualche piccola mappa, provvisoria e isolata, si possa ancora costruire: la protoganista, come spesso negli scritti di Ghosh, anche in questi reportage è ancora una volta la memoria.

04 novembre 2009

Password

Contemporary Malayalam short stories
a cura di Prem Kumar


Continuo imperterrita con questa carrelata di autori malayalam vecchi e nuovi (poi prometto di smetterla).

Questa volta siamo nel Kerala moderno, con autori per lo più giovani, fra cui molti esordienti: Password è un'antologia di racconti malayalam tradotti in inglese, curata (lo ammetto) da un mio caro amico. La casa editrice che l'ha pubblicata, Yeti Books, è una piccola casa editrice che pubblica autori indiani e internazionali che appartiene a un altro caro amico, Thacom Poyil Rajeevan.
Ho quindi un evidente problema di conflitto di interessi, ma penso che se sia dichiarato non ci sia niente di male...
E poi altrimenti mai e poi mai sarei venuta a contatto con questi autori e queste storie.

I racconti sono brevi istantanee di un Kerala molto diverso da quello che ci è arrivato tramite altri autori (per esempio Arundhati Roy o Anita Nair), non magico, non favoloso, per nulla esotico.
Questi giovani scrittori malayalam sono molto lontani anche dagli autori in lingua inglese loro coetanei che hanno avuto molto successo qui da noi, provenienti soprattutto dalle grandi metropoli indiane (Altaf Tyrewala o Aravind Adiga, per esempio).

Qui siamo in un mondo di piccoli villaggi urbanizzati, con una popolazione giovane molto istruita che vanta master e dottorati ma ancora molto tradizionale, che vive con nonni, genitori e suoceri in grandi case con ampie verande, che legge molti giornali in malayalam e solo alla domenica The Hindu, che ama la sua terra e la critica, ma difficilmente se ne andrebbe via.

Giovani spesso attaccati a internet e a cellulari per comunicare con gli amici dei tempi della scuola e con il resto del mondo, ma dove l'eco di Bangalore o Madras arriva sbiadito e distorto, dove Delhi e Mumbai sono città del tutto esotiche e lontane, e l'occidente è ancora oltre la linea dell'immaginazione.

Il racconto che fra tutti mi è piaciuto di più è Chinese Market di P. Surendran, che descrive l'amicizia di un anziano keralita di fede comunista-maoista con una profuga tibetana, vittima delle torture cinesi, approdata nel nord dell'India. La storia si conclude nella fiera di un festival religioso in Kerala in cui gli unici giocatoli che interessano al nipotino non sono più quelli in legno intagliati dal falegname locale, ma, per ironia della sorte, giocattoli elettrici made in China.

Tutti i racconti sono leggeri e profondi insieme, fra telefonini, virus dell'HIV, mitiche isole di farfalle, brevi incontri in resort riservati a turisti, rapide pennellate di un mondo positivo e ottimista, ma sempre un po' inquieto.

20 ottobre 2009

Indulekha

di O. Chandu Menon

Due giovani sono innamorati, ma un nobile ricco e potente vuole lei in moglie, a tutti i costi.

Ricorda qualcosa?
No, non è I Promessi sposi, ma Indulekha.
Il suo autore, O. Chandu Menon (1847-1899), lo scrisse nel 1889 e, anche se tecnicamente è il secondo romanzo in lingua malayalam, viene di fatto considerato il primo in ordine di importanza, quello che ha definito la narrativa malayalam moderna, che ha dato dignità letteraria alla lingua parlata nella vita di tutti i giorni, rompendo con la tradizione della lingua sanscritizzata fino ad allora usata in letteratura.

Lei, Indulekha, è una giovane colta e determinata, un po' come il suo innamorato: intelligente, bello, istruito e di idee moderne.
Il don Rodrigo in questione è un nambuthiri, un appartenente alla casta bramina, con tutti i privilegi possibili, letteralmente ricoperto d'oro, abituato a veder soddisfatto ogni suo desiderio.

Il matrimonio che vorrebbe concludere con Indulekha è più precisamente un sambandam, una forma di contratto matrimoniale di tipo matrilineare, in cui il marito non è tenuto a provvedere al mantenimento dei figli, né a vivere con la moglie. Era una pratica molto usata all'epoca del romanzo, in cui in genere i nambuthiri si univano a donne nair, di casta trazionalmente guerriera, e che spesso le donne subivano come imposizione della propria famiglia.

La storia racconta, principalmente sotto forma di dialoghi dai toni realistici e a tratti ironici, come le pressioni della società conservatrice e feudale ormai in decadenza non riescano comunque ad ostacolare l'amore fra i due giovani innamorati.

Più che ai Promessi sposi, in realtà Chandu Menon si ispirò ai romanzi di Jane Austen, che aveva abbondantemente letto, per criticare l'oppressione della tradizione, tutta a svantaggio delle donne.
Chandu Menon, pur rimanendo critico verso l'atteggiamento coloniale inglese in India, vedeva nell'istruzione di tipo inglese un'opportunità contro i privilegi di casta,
Nel suo progetto iniziale l'autore avrebbe voluto tradurre in malayalam Henrietta Temple di Benjamin Disraeli, ma poi capì che ai suoi lettori malayali la storia sarebbe risultata aliena e si risolse a scrivere un romanzo ambientato in Kerala, prendendo a modello le storie d'amore dei romanzi di costume della letteratura inglese.

Il romanzo suscitò un enorme scalpore per le forti critiche alla società del tempo ed ebbe un immediato e duraturo successo.
Leggerlo oggi (nella traduzione inglese), sotto pressione degli amici indiani che dicevano che "non mi poteva mancare", per me è stato affascinante, come un viaggio nel Kerala dell'Ottocento, come la lettura di un classico che ha sempre qualcosa da insegnare.

15 ottobre 2009

Una certa ambiguità


di Gaurav Suri - Hartosh Singh Bal


“L'intento principale di Una certa ambiguità è mostrare al lettore che la matematica è bellissima.”

Così inizia, nella nota degli autori, questo “romanzo matematico”, scritto a quattro mani da due matematici indiani.
Forse però questo non era il libro giusto per me. Non perché non mi piaccia la matematica, al contrario proprio perché che la matematica fosse bellissima l'ho sempre pensato e non c'era alcun bisogno di convincermi.

Una certa ambiguità racconta come Ravi, un giovane studente indiano a Stanford, scopra la matematica quasi per caso, con un corso sul concetto di infinito non previsto nel suo piano di studi. Allo stesso modo, sempre per caso e grazie alla matematica, in parallello Ravi scopre a poco a poco le vicende giudiziarie dell'amato nonno matematico (morto quando lui era bambino), arrestato per “blasfemia” in una piccola cittadina di provincia americana, nel lontano 1919.

C'è molta più matematica che India, in tutto ciò, e per questo non era il libro giusto per me, per me che cerco l'India fra i libri. Comunque mi è piaciuto e la lettura è volata, piacevole e interessante.

Nel corso delle lezioni del corso di matematica e le discussioni in carcere fra “l'indù blasfemo” e il giudice che lo deve interrogare, si scoprono gli aspetti più interessanti della matematica, la teoria dei numeri e le geometrie non euclidee, spiegati a chi non ne ha mai sentito parlare, come il giudice e come Ravi. Teoremi e dimostrazioni sono resi affascinanti da insegnanti capaci di trasmettere la bellezza che pervade la matematica, la grazia insita nella sua logica, la profondità delle scoperte intellettuali che hanno rivoluzionato il modo di pensare.

Ma soprattutto il libro è la ricerca di una certezza assoluta e la scoperta che tale certezza non si può avere, neanche in matematica, dove rimane sempre "una certa ambiguità". Ha senso invece quella ricerca che ci aiuta a capire quale ruolo possa avere la matematica (o la fede, come ogni altra attitudine) nella nostra vita, nel sistema di assiomi che, consapevolmente o meno, ci siamo scelti.

L'aria che si respira nel libro è quella un po' ingenua della vita da college americano, con i classici personaggi del secchione, del musicista stonato, della ragazza carina e intelligente di cui innamorarsi, fra jogging, biblioteca e concerti jazz.
Consiglierei Una certa ambiguità soprattutto a chi dice di odiare la matematica o a chi pensa che non la capirà mai. Non so se un libro possa funzionare (se penso al mio insegnante del liceo che mi ha fatto amare la matematica con le sue metafore stravaganti e i suoi mille gessetti corolati, non c'è confronto), ma potrebbe valer la pena.


11 ottobre 2009

Musica, libri, danza, pakora e samosa a Polesine

Tempo di festival, senza dubbio.
Lo scorso weekend ero a quello di Internazionale a Ferrara, a sentire un intervento di Steven Johnson sui nuovi mezzi di informazione (blog, social network e varie altre diavolerie sul web). Una delle obiezioni del pubblico è stata se così non si diventa alienati a stare ore al computer perdendo il contatto con la vita reale.
Steven Johnson ha risposto che al contrario il web dà molte occasioni di incontrarsi nella vita reale e spinge, sempre si vuole, a uscire e ritrovarsi con persone che condividono gli stessi interessi, a venire a conoscenza di eventi e di luoghi che altrimenti resterebbero ignoti.

Come preannunciato, ieri sono stata al festival Namastè Italia, a Polesine Parmense, piccolo paesino sul Po nella bassa parmense, in cui mai mi sarei sognata di andare se un giorno di maggio del 2008 non avessi iniziato a scrivere questo blog.

La mia giornata è iniziata con il concerto di sitar e tabla di Nadim Khan e Arup Kanti Dass che hanno suonato alcuni raga del pomeriggio, fra spettatori estasiati e sognanti.

Poi il nostro incontro sulle letterature: Alessandro Vescovi (con cui spero di continuare a discutere di Ghosh e della Tigre bianca...) ha parlato del libro che gli ha cambiato la vita, Il paese delle maree di Amitav Ghosh, che lo ha portato proprio in nel paese delle maree a ritrovare e riscoprire dettagli e situazioni.

Vincenzo Mingiardi (traduttore della maggior parte dei libri che letto, che finalmente ho conosciuto di persona!) ha parlato delle logiche di mercato che rendono difficili scoprire le letterature in lingue indiane, della complessità del mondo linguistico indiano e di conseguenza della complessità di una traduzione, anche dall'inglese, che voglia rispettare una cultura diversa dalla nostra.

Guido Conti ha raccontato la sua esperienza sugli arcani meccanismi dell'editoria, sottolineando fra l'altro come in India il nostro Guareschi, autore di Don Camillo e Peppone, abbia un successo strepitoso e quanto proprio la tradizione locale sia importante per raggiungere una dimensione universale.

Io ho timidamente cercato di portare un po' della mia insana passione per letterature sconosciute come quella malayalam e di provare a suggerire Basheer come autore veramente autentico e amato in India.

Poi pakora e samosa chiacchierando di India e libri con Sylver, una cara compagna di letture indiane conosciuta in rete su Anobii e incontrata ieri per la prima volta, con Anna e suoi simpaticissimi aneddoti di viaggio, con gli altri e con quel fenomeno di uomo che ha organizzato il tutto, il grandissimo Luigi Ronda.
E infine la danza di Simona Zanini, fra Krishna e Shiva, che ha portato una tradizione millenaria in una scuola di Polesine, fra bambini increduli e i loro genitori, italiani e indiani.

Una bella giornata, che mi ha dato il senso di quanto le parole scritte nei libri continuino sempre nella realtà e nei viaggi (in India o nella bassa parmense), e di quanto le email o i post sui blog siano come parole magiche che ci portano da chi ha qualcosa da condividere, per poi sciogliersi in magici abbracci.

04 ottobre 2009

Il Festival Namastè Italia a Polesine Parmense


Segnalo il Festival delle culture Italia-India, Namastè Italia, che si terrà il prossimo weekend (9-11 ottobre) a Polesine Parmense (PR).

Riporto qui il programma, ringraziando chi ha avuto il buon cuore di invitarmi e facendo notare che l'evento Letterature che si incontrano di sabato 10 ottobre alle 17:00 è abbastanza imperdibile...

VENERDÌ 9 OTTOBRE

ore 18.00 Le autorità incontrano la stampa e il pubblico per la presentazione di Namastè Italia
ore 21.00 Marionette indiane spettacolo di Naurang Ji

SABATO 10 OTTOBRE

ore 11.00 Turismo Italia India incontro con Bashir Khan
ore 13.00 Pranzo: gastronomia indiana
ore 15.30 Concerto sitar di Nadim Khan e Arup Kanti Dass
ore 17.00 Letterature che si incontrano con Guido Conti, Silvia Merialdo, Vincenzo Mingiardi, Alessandro Vescovi
ore 19.30 Cena: gastronomie italiana e indiana
ore 21.30 Sul fiore di loto di Simona Zanini. Teatro-danza classico indiano in stile Bharata Natyam (1a nazionale)

DOMENICA 11 OTTOBRE

ore 10.30 Riti religiosi indiani
ore 11.00 Verdi: d’amor sull’ali rosee incontro con Gustavo Marchesi
ore 13.00 Pranzo: gastronomie italiana e indiana
ore 15.00 Lezione/dimostrazione di teatro-danza classica dell’India con Simona Zanini
ore 16.30 L’India di Salgari incontro con Gustavo Marchesi e Vittorio Sarti
ore 18.00 Musiche indiane concerto del Shaan Punjab Di Musical Group
ore 21.00 Centochiodi proiezione del film di Ermanno Olmi (con la possibile presenza del maestro Olmi)

Venderdì • Sabato • Domenica

Grandi Mostre: Goa, Kashmir, Arti figurative dell’India contemporanea.
Proiezioni ad libitum di Il Mahabharata di Peter Brook, Gandhi di Richard Attenborough e di film indiani.

Mercato di prodotti indiani: abiti, stoffe, profumi, sapori e colori.

01 ottobre 2009

Il Mahabharata su Twitter


Cercando qualche link per il post precedente su MT Vasudevan Nair (che poi alla fine neanche ho messo), mi sono imbattuta in questa notizia: Chindu Sreedharan, un lecturer indiano della Bournemouth University in Inghilterra, sta raccontando il Mahabharata sulla sua pagina di Twitter, che non a caso ha chiamato Epic retold.
Il più lungo poema epico della storia dell'umanità "fatto a pezzi" in tanti piccoli post di massimo 140 caratteri. Non c'è dubbio che il dono della sintesi sia molto apprezzato oggi...

Chindu Sreedharan ha iniziato a fine luglio e finora ha scritto 205 post (o meglio, tweets).
E' stato ispirato proprio dalla lettura di Randamoozham di MT Vasudevan Nair, che ha riletto più volte, e nei suoi post ha scelto il punto di vista di Bhima.
Nel postare su Twitter poi ha seguito prevalentemente Bhimsen, un'altra riscrittura del poema, che Prem Panicker ha scritto sul suo blog, a sua volta ispirata a Randamoozham e quindi ancora riscritta con gli occhi di Bhima.

"...ciò che qui c'è, lo si può trovare anche altrove;
ma ciò che qui non si trova, non esiste in nessun luogo" si dice nel Mahabharata.

Che quindi ne sia stato fatto di tutto, è più che normale, con tutto questo materiale a disposizione: l'arte indiana, le forme di danza e di teatro, le storie e le ninna nanna attingono a piene mani dal Mahabharata, fino ad arrivare a fumetti, serie tv (in 94 puntate!), film, cartoni animati, romanzi, riscritture.

Ci si può sbizzarrire all'infinito, cambiando i punti di vista degli infiniti personaggi.
A me piacerebbe leggerlo con gli occhi di Karna, figlio non riconosciuto della madre dei cinque Pandava e finito dalla parte dei nemici.
Nel recente Il palazzo delle illusioni della Divakaruni (questa volta tradotto anche in italiano e in qualche centinaio di lingue) invece il punto di vista è quello femminile di Draupadi, la moglie dei cinque Pandava.

Ma su Twitter? Potrà funzionare? Per ora l'ho messo tra i miei siti preferiti.

30 settembre 2009

Randamoozham (Second turn)

di MT Vasudevan Nair


Il Mahabharata secondo Bhima

MT Vasudevan Nair è un altro degli scrittori in lingua malayalam (la lingua del Kerala) che ho letto in traduzione inglese. Più spesso chiamato semplicemente MT, scrittore, sceneggiatore e regista, è nato nel 1933 in un piccolo villaggio ed è uno degli autori contemporanei più amati in Kerala.

Randamoozham (tradotto in inglese con Second turn) è forse il suo capolavoro: l'autore reinventa la storia del Mahabharata, rivisitandola dal punto di vista di uno dei suo protagonisti, Bhima.
Per far questo MT "legge fra le righe, espandendo i silenzi della narrazione", trovando spazi e tempi per sentimenti nuovi fra la miriade di storie, digressioni e personaggi.

Nel Mahabharata, il grande poema epico indiano, Bhima è il secondo dei Pandava, i cinque fratelli che combattono per il regno contro i cugini Kaurava nella grande lotta fra Bene e Male. Bhima è figlio del dio del vento e la sua caratteristica principale è la forza.
I cinque Pandava condividono la stessa moglie, Draupadi, che Arjuna, il terzo fratello, ha vinto a un torneo ma che per un inghippo deve dividere con gli altri fratelli.
A ognuno di loro spetta un certo periodo di tempo da passare in esclusiva con lei: Bhima ha appunto il "secondo turno".

Nella sua versione di 260 pagine, MT non intende fare un riassunto del Mahabharata, anche se ne segue gli eventi principali. Si concentra invece sulle pieghe della storia, sull'umanità di Bhima che parla in prima persona, sulle sue debolezze, sui dubbi che lo assalgono nella lotta fra Bene e Male, sul suo essere sempre e comunque secondo, il numero due.
MT si sofferma sui suoi momenti di tristezza e riflessione, ancora più intensi perché in contrasto con la sua forza sovraumana, sul suo amore per Draupadi, che però sembra preferirgli il valoroso Arjuna.
E anche gli dèi sono più umani che divini, le figure femminili sono spesso vittime consapevoli e non remissive, eppure troppo deboli di fronte agli eventi.

Nello scrivere questo libro, MT probabilmente aveva in mente un lettore indiano, che conosce a memoria la storia e che sa coglierne rimandi e sfumature, divergenze e interpretazioni.
Sorgerà spontaneo un dubbio: ma che senso ha leggere questo libro (ammesso che mai lo si trovi, ma a questo vengo dopo) se non conosciamo nei dettagli il Mahabharata?

Forse non è un approccio filologicamente corretto, ma ha un senso.
Il senso di leggere una bellissima storia, il senso di perdersi in una narrazione profonda e intima sull'onda dell'epica indiana. E poi il senso di contaminare la vita e i sogni, tanto che quando lo leggevo me lo sognavo di notte, ripescando dall'inconscio i sogni che facevo da bambina e trasformandoli nelle battaglie di Bhima, nel duro esilio nella foresta, in un regno giocato - e perso - ai dadi.
Rispetto ad altre rappresentazioni del Mahabharata più note dalle nostre parti, come per esempio il Mahabharata di R. K. Narayan o il film di Peter Brook (assolutamente senza nulla togliere a entrambi), per me è stata una vera e propria immersione in un mondo che alla fine ho sentito anche un po' mio.

Quanto poi a trovarlo, forse non è facilissimo dalle nostre parti, ma pur di far rivivere un po' di questi sogni, posso sempre prestarlo...