Indian words

Leggere l'India

18 marzo 2013

Solo una pausa

Come qualcuno si è accorto, è da qualche mese che scrivo nuovi post.
Ringrazio di cuore tutti quelli che mi hanno scritto per chiederemi se va tutto bene. 
Sì, va tutto bene! Sono viva, in piena salute e continuo a leggere e a sognare di India. 
Sono solo alle prese con una storia che mi sta occupando molto (e che poi è una cosa anche bella), ma tornerò! 
Il blog non chiude, questa è solo una (lunghissima) pausa.
Grazie a tutti!

30 novembre 2012

River to river 2012

Quest'anno ancora non sono sicura di poter andare a Firenze al River to river, il festival di cinema indiano che negli ultimi anni ha accompagnato il mio ponte dell'Immacolata. 

Mi dispiace se alla fine davvero non potrò andare, perché è sempre stato  un bel momento di scambio con altri blogger, e poi quest'anno (ovviamente oltre ai film e agli incontri) mi perderei anche l'imperdibile a visita di Amitabh Bachchan,  mega superstar di Bollywood!

In ogni caso, intanto questo è il programma del festival (quest'anno dal 7 al 13 dicembre a Firenze e con un prolungamento romano dal 14 al 16): a chi può, consiglio vivamente di andare!

04 novembre 2012

Nove vite

di William Dalrymple

Visto che mi piace parlar bene delle biblioteche emiliane che frequento, innanzi tutto vorrei dire che ho letto questo libro grazie alla Media Library Online, cioè il prestito di e-book gestito dalle biblioteche, che con un semplice click ti consente di avere un e-book in prestito senza neanche fare lo sforzo di uscire e andare in biblioteca (per me che son sempre lì a predendere e restituire libri è una gran cosa!).

Poi diciamo anche che di solito non leggo molti autori non indiani che scrivono dell'India, un po' perché preferisco i romanzi ai saggi, un po' perché preferisco gli indiani! 
Però William Dalrymple è davvero molto bravo e questo libro molto interessante, oltre a essere anche molto narrativo: leggere certe storie è proprio come leggere dei veri e propri racconti.

Nove vite racconta le storie di nove personaggi molto diversi fra loro, ma tutti accomunati dalle relazioni con il mondo religioso e del divino nell'India di oggi: monaci, baul, danzatori o sufi.


In mezzo a tanti libri che vogliono (giustamente) descrivere lo sviluppo della "nuova" India, fatta di ricchezza, povertà e contraddizioni, mi ha fatto piacere leggere qualcosa di diverso, che rendesse conto questa forte tendenza al divino, o semplicemente al religioso, anche in mezzo alla crescita economica.
Perché, nonostante tutto, l'India è forse uno dei paesi al mondo in un cui più si respira il divino in forme molteplici, nei tempietti negli angoli di strada, negli altarini nelle stanze delle case, negli infiniti festival di ogni religione possibile.

Conosciamo così la storia di una una monaca giainista, fatta di digiuno, rinunce e ascesi (la storia piu commovente del libro), e poi quella di un monaco tibetano che ha preso le armi per combattere i cinesi, e ora tenta di espiare le sue colpe stampando le bandierine delle preghiere.

Inconcontriamo poi un costruttore di idoli di bronzo, alcuni baul (i menestrelli del Bengala, che come sapete amo molto!), i cantastorie del Rajastan che sanno recitare a memoria migliaia di versi, una negromante che pratica rituali tantrici al crematorio per una dea Tara assetata di sangue, le devadasi del tempio fra riti divini e prostituzione (ecco, questo racconto l'avevo già letto 10 volte su giornali o antologie diverse).

A volte sono forme religiose che superano in qualche modo le divisioni della società indiana: il danzatore di theyyam, quando ospita un dio nel proprio corpo durante la danza, viene adorato dai bramini che fino al giorno prima si hanno evitato di toccarlo per non contaminarsi con il contatto con una casta più bassa. Così le divisioni fra hindu e musulmani vengono superate dal sincretismo religioso dei sufi nel deserto del Sindh.

Nella forma del reportage, William Dalrymple unisce i suoi racconti di viaggio con informazioni sulla cultura, sulla storia e la geografia dei luoghi: così veniamo a sapere dei phad del Rajastan (i dipinti sulla stoffa che seguono i cantastorie), delle pratiche religiose dei giainisti, della tradizione dei bronzi dell'epoca Chola.
Ma soprattutto riesce a dare voce in prima persona a ognuno dei nove personaggi, ed è sempre questa la parte più emozionante.


William Dalrymple, Nove vite, Adelphi 2011
Traduzione di
Svevo D’Onofrio
pp. 366, € 24,00

23 ottobre 2012

Black ice (Kalo Barof)

di Mahmudul Haque

Parlare della Partizione senza parlarne

Siamo subito trasportati dalle prime pagine, immediate, piacevoli e vivide, nel mondo dell'infanzia del protagonista. Un mondo dove il protagonista si succhia il pollice, si innamora di una ragazza che parla ai pesci e agli uccelli, non vuole andare a scuola, interagisce con i personaggi del vicinato: una vecchia a cui rubare la frutta, la madre credulona, gli amici dei genitori visti con la fantasia di un bambino.

Ma presto capiamo che ora niente è più come prima. 
Capiamo che è il nostro protagonista che sta scrivendo della sua infanzia, sollecitato da un amico, e che a ogni capitolo dedicato all'infanzia ne seguirà uno ambientato nel presente. 

In questo intervallarsi di presente e passato, seguiamo così la storia di Abdul Khaleq, prima un bambino vivace e simpatico in un sobborgo di Calcutta, ora un insegnante in un college decadente in un villaggio di provincia del Bangladesh, un uomo poco espansivo, con una moglie esigente che vede male la sua indole contemplativa di scrittore e un solo amico, un medico, con cui parlare.

Sono due mondi molto diversi dal punto di vista emotivo: complesso e pieno di relazioni quello dell'infanzia, ridotto all'osso quello del presente (gli unici personaggi sono la moglie e il medico), in una atmosfera di alienazione, fatta di scuola, casa, studio dell'amico medico e poco altro.
Allo stesso modo anche lo stile è diverso: pieno di immagini il passato, molto più astratto e con molti dialoghi il presente. 

In mezzo a questi due mondi si insinua una cicatrice invisibile e silenziosa, eppure profonda e dolorosa, una ferita dell'anima che non si può ricucire.
Una ferita che provoca dolore, ma mai rabbia o amarezza. 


 
Si può dire che il tema del romanzo sia la Partizione del 1947, ma è incredibile quanto poco se ne parli rispetto ad altri romanzi che ne descrivono i massacri, o anche solo la paura, le perdite o le tensioni. 

Che cosa è esattamente successo a metter fine all'infanzia felice di Abdul non lo sappiamo fino alla fine, fino a una gita in barca lungo il fiume con la moglie che diventa una rivelazione, forse una possibile salvezza. Ma non un ritorno, ormai impossibile.

Everything becomes a story one day. Louhojong, Louhojong! For the first time in his life, that cry had pierced his ears in the deep of the night. Beside him stood Moni Bhaijaan, in his pocket a ribbon, on the ribbon the fragrance of hair, in the fragrance such sorrow, in the sorrow so much love, in the love so much of their childhood.  

Di Mahmudul Haque (1941-2008) potete leggere qui, nel post sulla letteratura del Bangladesh
Aggiungo che anche lui, come il protagonista del libro, appartiene alla generazione che ha dovuto cambiate identità più volte: nato indiano, è poi dovuto rinascere pakistano (orientale) e poi bangladese. 

Mahmudul Haque ha scritto Kalo Barof in bengalese nel 1977: il romanzo è presto diventato un classico in Bangladesh ed è stato tradotto in inglese solo recentemente, da Mahmud Rahman (purtroppo non esistono traduzioni in italiano!).

A me ha coinvolto e commosso, e come al solito mi ha portato a desiderare di leggere altri bellissimi romanzi come questo, veri e propri tesori provenienti dall'universo delle lingue del subcontinente.  

 
Mahmudul Haque, Black ice, Harper Collins India, 2012
Titolo originale: Kalo Barof
Traduzione in inglese dal bengali di Mahmud Rahman 

03 ottobre 2012

India senza filtro

Ricevo questo simpatico e interessante annuncio per la ricerca di traduttori dalle lingue indiane per un progetto di blog letterario di traduzioni. 
Lo diffondo con piacere, sperando finalmente di poter leggere qualche libro in più senza il filtro dell'inglese.

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INDIA
SENZAFILTRO – call for collaborators!

NON NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

INDIASENZAFILTRO è un blog di letteratura indiana in traduzione italiana, che ospiterà la pubblicazione di un vasto repertorio di traduzioni dalle lingue moderne indiane: hindi, bengali, urdu, eccetera.
INDIASENZAFILTRO ha lo scopo di creare un archivio digitale di traduzioni (letterarie e non: shortstories e articoli di giornale, estratti di romanzi, travelogues, saggi e poesie, canzoni e pièce teatrali) che non passano per il ''filtro'' dell'inglese.
INDIASENZAFILTRO servirà da piattaforma di lancio per giovani traduttori e da database digitale di letteratura indiana in italiano. L'augurio è quello di garantire ampia visibilità agli aspiranti traduttori sollecitando media e case editrici ad affacciarsi sul mondo, ancora largamente inesplorato, delle pubblicazioni tradotte direttamente dalle lingue moderne del subcontinente indiano.

Prima di mostrarsi in pubblica piazza, la squadra di INDIASENZAFILTRO ha bisogno di nuovi e aitanti collaboratori (AAA max serietà – no perditempo) che possano coprire un ampio raggio di produzioni letterarie in varie lingue dell'India: 
sei interessato a contribuire con virtuose traduzioni inedite? Vuoi diffondere i tuoi esercizi di stile fra i curiosi del web? 
Sistema i tuoi brani e inviali, insieme a una tua piccola biografia, a indiasenzafiltro@gmail.com. Per la protezione dei tuoi contenuti dai più biechi malintenzionati, il blog si tutela con licenza di copyleft (www.creativecommons.it).
Ti invito a diffondere il progetto di INDIASENZAFILTRO tra amici, colleghi o chiunque possa contribuire con delle belle traduzioni.  

Altro che Chetan Bhagat: noi c'abbiamo Premchand.

Cordialmente,
INDIASENZAFILTRO

29 settembre 2012

Per saperne un po' di più della letteratura del Bangladesh (seconda parte!)

Eccomi qui a continuare il riassunto del talk di Mahmud Rahman sulla letteratura del Bangladesh.
(La prima puntata è qui).
Era venuto il momento di parlare in particolare di tre scrittori, a loro modo rappresentativi, e quindi eccoli qua.

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Mahmudul Haque
   
Mahmud Rahman ha una vera e propria passione per Mahmudul Haque: inizialmente è stato affascinato da una sua intervista, poi dai suoi libri - divorati - e in fine anche dalla sua persona.
Ha deciso così di tradurre un suo libro e di andarlo a conoscere. Il primo incontro, nella sua casa piena di mobili, è diventato una conversazione di cinque ore, solo la prima di molte altre.

La biografia di Mahmudul Haque è quella di uno scrittore emerso nel periodo post-Partizione: tre anni dopo la Partizione, a 10 anni, si spostò con la famiglia dalla periferia di Calcutta a Dhaka. Da qui, una volta scappò da casa per tornare a Calcutta, deluso dal nazionalismo pakistano presente anche nella sua scuola.
Già da piccolo era un lettore vorace e lui stesso racconta di aver imparato la sintassi e il ritmo della narrazione riordinando i pezzi di carta scritti in prigione da un insegnante comunista, dal quale era stato avvisato di stare alla larga. 
Non andò all'università ma dopo la scuola iniziò a lavorare nel negozio di famiglia, una gioielleria.

Si sposò nel 1967 e andò ad abitare con sua moglie in una stanza con due sedie, un tavolo, due pentole, due piatti e due bicchieri (nessun letto). In questo periodo scrisse il romanzo Onur Pathshala, pubblicato su una rivista, che raccontava di un ragazzo diviso fra il matrimonio infelice dei genitori e il richiamo del mondo di fuori, della strada.

Mentre il governo pakistano cercava di islamizzare la lingua bengalese, Mahmudul Haque e altri scrittori di questo periodo imparavano a scrivere in versi e in prosa e si riunivano in vivaci incontri letterari, chiamati adda.

Ma il 25 marzo 1971, con l'irruzione dell'esercito pakistano, tutto cambiò.
Dopo i due giorni di coprifuoco, Mahmudul Haque andò in giro per diventare un testimone della distruzione causata dall'esercito. Nella Dhaka occupata, il suo negozio fu saccheggiato e la vita si rivelò durissima.
Alla fine della guerra, visitò Rayerbazar, il luogo in cui erano stati uccisi molti intellettuali bengalesi e dove ancora giacevano i corpi.

Da quel momento in poi, i suoi romanzi torneranno spesso a parlare della guerra.
Per esempio, il romanzo Jibon Amar Bon, ambientato interamente nel mese di marzo, provocò reazioni diverse: chi lo accusò per il distacco del protagonista, chi invece ne fu impressionato per l'uso della lingua e per il suo anti-romanticismo.
Fino a metà degli anni Settanta Mahmudul Haque ambientò i suoi romanzi in città, ma in seguito cercò di riallacciare i suoi legami con il mondo dei villaggi, passando più tempo possibile a Bikrampur, un'aera rurale non lontana da Dhaka.

Smise di scrivere a quarant'anni.
Una sera, proprio dopo una conversazione con Mahmud, sua moglie morì. Pochi mesi dopo, anche lui la seguì.


Sheda Publishing e Qazi Anwar Husain

E' molto frequente in Bangladesh trovare bancarelle ambulanti di libri e giornali a ogni angolo di strada. L'offerta va da manuali per imparare l'italiano o il coreano (lingue dei paesi di emigrazione) a riviste di politica, intrattenimento e telefonini.
Tra i libri più diffusi in questi angoli di strada ci sono principalmente quelli di un editore, Sheda publishing: ecomonici, accessibili e avvicenti.
Su molte bancherelle è presente Rohoshyo (Mistero), il mensile di Sheda.
Rohoshy è anche il nome di un vero e proprio genere letterario, che combina storie poliziesche con fantasmi ed elementi soprannatutali, un mix fra i gialli occidentali e le storie folk bengalesi.

La storia di Sheda inizia nel 1966 con la creazione di Masud Rana, un clone bengalese di James Bond, che da Hong Kong a New York compie le sue mirabolanti imprese contro il crimine internazionale.
Qazi Anwar Husain ne è l'autore e ad oggi ci sono circa 400 titoli con le storie di Masud Rana, che da decenni rimane un personaggio senza tempo, e sempre in ottima forma.
Un'altra serie è quella di Tin Goyenda (Tre detective), che racconta la storia di un trio di detective adolescenti, ma ci sono anche storie horror, della seconda guerra mondiale o anche western di bangladesi immigrati in Texas.

Va detto che questa tradizione è ben più antica degli anni Sessanta: già dalla fine dell'Ottocento esistevano romanzi gialli bengalesi, e con l'arrivo dei libri di Conan Doyle a Calcutta, alcuni autori si ispirarono ai suoi personaggi.
Molti dei libri di Sheba riportano la frase "Basato su una storia straniera": un po' come gli spaghetti western girati in Italia, o come le trame di Hollywood riprese nei film di Bollywood.
Ma queste non sono mere operazioni di copiatura, sono veri e propri trapianti in un nuovo contesto cultutale, filtrati attraverso nuovi personaggi bengalesi, e spesso realizzate con maestria e ingegno.

Sheba è stata una creazione di Qazi Anwar Huasi, un autore (nato nel 1936) proveniente dagli ambienti intellettuali di Dhaka che però ha preferito mettersi a scrivere "pulp fiction".
Ha inventato anche la distribuzione della casa editrice, iniziata andando in giro con la sua macchina a portare i suoi libri ai librai.

Con l'idea, poi non finalizzata, di tradurre una storia di Masud Rana, Mahmud ha incontrato Qazi Anwar Husain a Dhaka e in quella occasione ha imparato dall'autore che i suoi libri sono anche stati sottoposti a censura per le (pudicissime) scene di sesso.
Anche molti intellettuali hanno scritto per Sheba, che ha avuto una certa influenza sulla lingua del giornalismo e della narrativa in Bangladesh, con frasi brevi e verbi d'azione.


Shaheen Akhtar

Veniamo quindi alla nuova generazione di scrittori bangladesi, nati a partire dagli anni Sessanta: molte sono donne, che nella vita fanno lavori come insegnanti, giornaliste, autrici di documentari o lavorano per le ONG.
Una di queste è  Shaheen Akhtar, che è stata la prima autrice che Mahmud ha tradotto, dopo aver letto il suo romanzo Talaash ed esserne stato molto colpito.

Shaheen Akhtar ha cominciato a scrivere negli anni Novanta e inizialmente il suo interesse per la scrittura si è concentrato sulla difficoltà di vivere come donna single a Dhaka.
Taalash è stato il suo primo progetto più ambizioso, nato da una ricerca sulle donne violentate dall'esercito pakistano durante la guerra. La letteratura bangladese ha spesso avuto la tendenza di glorificare la guerra di liberazione, senza analizzarne le zone d'ombra, come quella delle violenze sulle donne.
Taalash racconta la storia di una donna catturata dall'esercito pakistano, di cui segue la vita fino a 30 anni dopo la fine della guerra.

Shaheen Akhtar è stata influenzata dalla letteratura bengalese ma anche dai film di registi di tutto il mondo: Kiarostami, Kurusawa, Ritwik Ghatak, Satyajit Ray.
Dopo Talaash ha scritto un'antologia sulla donna nella letteratura bengalese, e durante la stesura è venuta a conoscenza della storia di una donna del 18esimo secolo, decapitata in seguito a una storia d'amore intercastale. Da questa storia è nato il suo recente romanzo Shokhi Rongomala.

Talaash è stato tradotto in inglese e presentato al Jaipur Literature Festival (nel 2011).


E, per concludere, qualche considerazione sulla lettaratura del Bangladesh

  • Dopo la partizione, Dhaka è diventato il centro letterario in competizione con Calcutta: dopo il dolore delle guerre, le letteratura bangladese ha una sua identità e una sua anima, le cui strade portano tutte a Dhaka.
  • Questo è un momento di grande cambiamento: la generazione di scrittori che hanno reso matura la letteratura negli anni Sessanta se ne sta andando, lasciando il posto a una nuova generazione, che sta cercando di descrivere gli enormi cambiamenti che stanno avvenendo nella società del Bangladesh negli ultimi 25 anni.
  • Da una parte c'è una tradizione letteraria tipica del Bengala, con giornali letterari, fiere del libro e una vivace scena letteraria, d'altra la povertà, l'analfabestismo e il sistema scolastico scadente non permettono a gran parte della popolazione di avere accesso alla lettura. Gli scrittori subiscono minacce dai fondamentalisti e spesso mancano dei professionisti che lavorino nel mondo dell'editoria.
  • La recente maggiore influenza degli aspetti commerciali ha dato agli scrittori la possibilità di vivere scrivendo, ha permesso la sponsorizzazione di premi letterari, ma ha anche privilegiato la quantità rispetto alla qualità e ha abbassato il livello letterario e artistico. E d'altra parte la classe dirigente oggi è molto più povera culturalmente e molto meno interessata ai libri.
  • Inoltre per finire, sottolineiamo ancora l'importanza della traduzione sia dal bengalese verso l'inglese sia viceversa: c'è molta voglia di leggere narrativa straniera in Bangladesh, e c'è un enorme patrimonio di bellissime storie bangladesi che aspettano solo di essere tradotte.  
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Bene, questo è quanto.
A questo punto mi sembra ovvio quali saranno le mie prossime letture: un libro di  Mahmudul Haque (Black Ice, che è volato sulla mia scrivania direttamente dagli USA, grazie Mahmud!) e Talaash (arrivato invece dall'India).

15 settembre 2012

Per saperne un po' di più sulla letteratura del Bangladesh

In seguito al post su 1971 di  Humayun Ahmed, con mia grande gioia e sorpresa, mi ha scritto Mahmud Rahman, l'autore di Killing the water (ricordate, il bel libro di racconti dal Bangladesh), per consigliarmi molto gentilmente alcuni romanzi bangladesi recentemente usciti in traduzione inglese.

Mi ha anche mandato il link a un suo talk tenuto ad Austin in Texas sulla letteratura bangladese contemporanea. Ho trovato il tutto utilissimo, visto che i libri di scrittori bangladesi qui da noi sono ancora molto rari e del Bangladesh si sa davvero poco.

Qui potete vedere il suo talk "From war stories to pulp", ma faccio anche io un riassutino per chi preferisce leggere in italiano (adoro fare riassuntini, se non si fosse capito!), sperando possa invogliare nuove letture (e traduzioni?).

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Mahmud Raman è emigrato negli Stati Uniti dal Bangladesh.
Parlando di influenze letterarie, prima di scrivere i suoi racconti ha letto autori come Jamaica Kincaid o Maryse Conde, legati alla città di Detroit, e fra gli indiani ha scoperto Amitav Ghosh e Rohiton Mistry.
Nelle sue visite a Dhaka ha letto i libri di Taslima Nasrin, anche se al momento di scrivere il suo libro era del tutto tagliato fuori dalla letteratura bangladese. E' invece Ernest Gaines lo scrittore che più di ogni altro lo ha influenzato.

La sua raccolta di racconti Killing the water è così uscita fuori divisa in due parti: metà ambientata in Bangladesh e metà negli Stati Uniti.

Nell'arco temporale che va dal Bangladesh rurale degli anni Trenta fino alle storie delle seconde generazioni delle città americane, in molti hanno individuato in questi racconti due temi principali: la guerra e la migrazione.
Non è stata una scelta intenzionale, in un certo senso il libro è venuto fuori così. Ma non è neanche stato un caso: questi due temi sono quelli più sentiti dagli scrittori bangladesi.
  
La storia del Bangladesh degli ultimi 75 anni è costellata di eventi drammatici: la carestia durante la seconda guerra mondiale, la Partizione nel 1947, la guerra di liberazione nel 1971.
Questi eventi compaiono pesantemente della narrativa contemporanea: d'altra parte la guerra spesso porta alla migrazione, anche se i bangladesi sono già di loro un popolo di migranti, con comunità presenti in tutto il mondo.

Fra questi eventi, se si dovesse scegliere un singolo tema di questa letteratura, sarebbe senza dubbio la guerra del 1971, un terremoto le cui scosse di assestamento si sono propagate per molti anni.
Alcuni autori sono riusciti a scrivere anche durante la guerra, per esempio Shawkat Osman scrisse Jahannam hoyte bidai (Farewell from hell) e Anwar Pasha Rifle, roti, aorat (Rifles, bread, and women).

Ma è subito dopo la guerra, fra nuove incertezze e delusioni, che c'è stata una vera e propria esplosione di narrativa che racconta il 1971 e le conseguenti trasformazioni nella società.

Mahmudul Haque ha scritto a profusione su questo periodo, spesso visto con gli occhi di personaggi che nel conflitto sono stati in disparte.

Akhteruzzaman Elias ha scritto negli anni Ottanta Chilekothar Sepai (The Soldier in an Attic), un romanzo ambientato negli anni subito antecedenti alle guerra (1968-69), che descrive i movimenti studenteschi, i contadini con simpatie naxalite e gli slum di Dhaka. E' un romanzo che più di altri ha cercato di cogliere la complessità di quegli anni, poi sfociata di lì a poco nel conflitto.

Jahanara Imam è una scrittice che perse il figlio nel 1971, famosa per aver ispirato negli anni Novanta un movimento per impedire la riabilitazione di criminali di guerra. Ha scritto Ekattorer Dingulo (Days of 71), un vero e proprio diario di quei giorni di guerra.

Anche chi era bambino o non ancora nato durante la guerra ne ha continuato a scrivere negli anni: per esempio Shaheen Akhtar ha pubblicato Talaash (The search) nel 2004, un romanzo su una giovane donna tenuta prigioniera come schiava sessuale dall'esercito pakistano.


Pochissimi autori del Bangladesh sono pubblicati in inglese. Un primo progetto è stato quello dell'UNESCO di tradurre Lalshalu (Tree without roots) di Syed Waliullah nel 1967 (il libro è del 1948 e parla di un uomo che riesce a trasformare la tomba ordinaria di un villaggio in un luogo di culto). E' stato lo stesso autore a tradurlo (e a reinventarlo), mentre viveva in Francia, e nel farlo ci ha aggiunto un po' di esistezialismo francese che non esisteva nell'originale.

Piu recentemente è stato Adib Khan, residente in Australia, che ha lanciato la narrativa bangladese in lingua inglese. I suoi romanzi sono ambientati fra Bangladesh, India e Australia, e raccontano spesso del senso di appartenenza ed escusione degli immigrati. Anche nel suo caso, la guerra del '71 fa da sfondo al suo primo romanzo Seasonal Adjustments, che ha vinto il Commonwealth Book Prize.

Anche dal Regno Unito sono arrivati nuovi scrittori di origine bangladese: Manzu Islam, Monica Ali (che hanno scritto di immigrazione) e Tahmima Anam (che ha scritto della guerra).

E poi sono arrivati anche scrittori pubblicati per la prima volta in India, come Shazia Omar e Mahmud Rahman stesso.

Per quanto riguarda la poesia in lingua inglese possiamo invece ricordare Kaiser Haq (residente a Dhaka e anche traduttore).

Ma anche chi scrive in inglese cerca di conservare un legame con la letteratura in bengalese.
Lo stesso Mahmud nel 2006 ha lasciato il suo lavoro a Oakland per tornare a Dhaka e conoscere più da vicino la scena letteraria.

L'idea che si è fatto è quello di una scena dinamica e vitale, che può essere semplificatata in tre tipologie di autori:
- gli scrittori più "letterari": alcuni nati negli anni 30-40, soprattutto autori di racconti, altri più giovani nati nel Bangladesh indipendente, tra cui molte donne;
 - gli scrittori che hanno avuto un successo commerciale, che possono vivere del loro lavoro scrivendo storie di mistero, fantascienza e amore per un pubblico di studenti, e soprattutto scrivendo per il cinema;
- quelli che scrivono pulp fiction.

Ma per capire meglio, vale la pena di chiedersi quale sia l'identità del Bangladesh come paese. La maggior parte degli abitanti, anche se esistono importanti minoranze, sono bengalesi musulmani. La lingua bengalese ha una storia circa un migliaio di anni, anche se la sua forma moderna si è sviluppata nel 19esimo secolo.

Se non ci fosse stata la Partizione del 1947 non parleremmo di letteratura del Bangladesh ma di un'unica letteratura bengalese: dalla partizione in poi la letteratura bengalese del Bangladesh, pur rimanendo sempre bengalese, ha preso una via diversa rispetto alla letteratura bengalese indiana.

L'identità di questa letteratura non è unicamente bengalese musulmana, ma in gran parte viene da lì, anche se poi molti scrittori sono laici.
In questo cammino intrapreso dalla letteratura del Bangladesh, possiamo individuare quattro tappe (e date) fondamentali:
- il 1921, con la fondazione dell'Università di Dhaka, che ha fornito soprattutto alla classe media musulmana un'educazione laica;
- il 1947, con la Partizione dall'India che ha costruito un muro fra due mondi, e ha spostato Calcutta, la capitale culturale, al di là del confine (con molti scrittori che sono passati di là, in India: come per esempio Buddhadev Bose o Sunil Gangopadhay);
- il 1952, con le rivolte contro l'imposizione dell'urdu come unica lingua da parte del Pakistan Occidentale e la conseguente affermazione dell'identità musulmana bengalese;
- il 1971, con la guerra e l'indipendenza dal Pakistan, a cui seguì la disillusione del dopo-guerra.

In questo senso si può dire che la letteratura contemporanea si forma negli anni Quaranta e diventa davvero matura negli anni Sessanta e Settanta.
E ora possiamo passare alla storia di 3 scrittori che Mahmud ha incontrato a Dhaka e che sono in qualche modo rappresentativi, ognuno a suo modo.

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Ma qui ormai è tarda notte, io ho scritto troppo e quindi, ringraziando infinitamente Mahmud, lascio i tre scrittori al prossimo post. A dopo!

28 agosto 2012

Libri e film di fine estate

Ho preso una piccola pausa estiva per immergermi nuovamente nel Giappone (attraverso nuove letture) e nei Balcani (qui non solo letture, ma anche un piccolo viaggetto che mi ha portato al di là dell'Adriatico, in questa terra così vicina e così lontana - in realtà lontana per noi, non certo per loro). 

Un bel viaggetto che, fra tutta la frammentazione di popoli, lingue, etnie e religioni, mi ha spinto ad amare in modo particolare gli albanesi, così accoglienti, spontanei e pieni d'amore per gli italiani (non si capisce perché, visto come li abbiamo trattati in passato e li continuiamo a trattare...) e a scoprire la loro terra e la loro cultura. 
Un viaggio che consiglio a tutti, facilmente realizzabile e super-economico, per conoscere anche chi viene ad abitare nel nostro paese ed è spesso vittima di pregiudizi.

Finiti, ma solo per il momento, i romanzi balcanici (e qui vorrei consigliare quelli di Ismail Kadaré e di Anilda Ibrahim), torno ora all'India (e scusate la premessa che non c'entrava niente...).

Come lettura di fine estate ho deciso di rileggere, questa volta finalmente in inglese, I figli della mezzanotte, proprio lui, il libro che per primo mi portò in India. L'avevo letto esattamente 10 anni fa, in una fredda estate inglese, ed era stato il dischiudersi di un nuovo mondo meraviglioso e di nuovi sogni impensabili.

A rileggerlo dopo esser stata in India e dopo aver letto altri libri, pensavo che un po' di quella magia fosse svanita, ma invece no, proprio no.

Sarà perché rileggerlo in inglese è una nuova scoperta a ogni parola e ogni frase, da come è scritto d'incanto, ma anche perché questo romanzo è come l'India: ogni volta che ci si va ci sono sempre nuove da scoprire, da rivedere, da reinterpretare, da reinventare. 
  
E poi fra poco esce anche il film!  
Alla fine la regista Deepa Mehta ce l'ha fatta (con la partecipazione dello stesso Rushdie alla sceneggiatura) e Midnight's children sarà presentato al Toronto International Film Festival il prossimo 9 settembre e uscirà nelle sale in autunno (in Italia però non vi so dire).

L'idea di fare un film era nata nel 2008 e si è finalmente realizzata nel 2011: il film è stato girato a Colombo in Sri Lanka, in territorio "neutro", per i noti problemi di Rushdie con i fondamentalisti islamici e i forse leggermente meno noti problemi della Mehta con quelli hindu (in seguito ai suoi film Water e Fire).

Spesso i film dei libri che abbiamo amato sono una delusione, ma questo comunque non potrò non andarlo a vedere.



Sempre a proposito di film tratti da libri, ecco un'altra news cinematografica: 11 anni dopo il leone d'oro a Monsoon Wedding, domani 29 agosto verrà proiettato in apertura al Festival di Venezia  The reluctant fundamentalist di Mira Nair, tratto dal libro di Mohsin Hamid.

E poi, dulcis in fundo, una notizia bomba (anche se tuttora incerta e, visti i precedenti, non molto affidabile): dopo il fondamentalista riluttante di Lahore che racconta la sua storia post 11 settembre, sembra che Mira Nair voglia tornare alla storia del più amato eroe australiano per le strade di Bombay.
Ebbene sì, sembrerebbe che il film di Shantaram forse alla fine si faccia!

31 luglio 2012

Narcopolis

di Jeet Thayil

"Bombay, la città che ha cancellato la sua storia cambiando nome e alterando chirurgicamente il proprio volto, è l’eroe o l’eroina di questo racconto, e siccome sono io a narrarlo e voi non sapete chi sono, diciamo che arriveremo al dunque, ma non subito, perché adesso possiamo prendercela comoda, c’è abbastanza tempo, possiamo accendere la lampada e aprire la finestra alla luna e sognare per un momento una città grande e distrutta, perché sul fare del giorno dovrò smettere, questi sono racconti notturni che svaniscono alla luce del sole come polvere di vampiro – aspetta, accendi come si deve, sì, tienimi ferma sulla lampada, con calma, innanzitutto un bel tiro, spingi il fumo in fondo ai polmoni, bene così, santo cielo, e un altro tiro per le narici, e qualcosa di dolce per la bocca, e adesso possiamo cominciare dall’inizio, la prima volta da Rashid, quando i ricami di fumo azzurro della pipa sono passati dal sangue agli occhi, dentro di me poi fuori, nel mondo azzurro, e ora stiamo arrivando al dunque..."


Se non vi siete mai fatti di oppio, la cosa più vicina che potete provare è leggere Narcopolis.
Non pensate però di arrivarci, al dunque di questa storia: d'altra parte una volta che si inizia a leggere forse non ci si pensa neanche, che ci possa essere un dunque.

In questa storia quello che si fa è seguire il narratore, e con lui finire subito dentro in un khana, una fumeria in Shuklaji Street, a fumare oppio di alta qualità. In mezzo a vicoli, bordelli e canali di scolo, in una Bombay oscena e carnale.
Ed è qui che il nostro narratore, dopo averci accompagnati (poi, sì, verra a ripendrenci), ci lascia in  compagnia di personaggi particolari.
Conosciamo così la bella e femminile Dimple, un eunuco che prepara le pipe, e poi Rashid, il gestore della fumeria anche lui dipendente da droghe. E poi Xavier, un pittore sempre ubriaco, e Rumi, folle e violento. Cristiani, musulmani, hindu.

Come in una serie di racconti paralleli e intrecciati fra loro, seguiamo le loro storie: sono personaggi tutti accomunati dalla dipendenza di sostanze stupefacenti, che ci portano nei bassifondi di Bombay, e fino in Cina, da dove arrivano le pipe da oppio di Rashid e i ricordi di altri che poi diventano i nostri.

Viviamo così quel periodo a partire dalla fine degli anni Settanta in cui si fumava nei khana, in un mondo febbrile, squallido, onirico e splendido. Ma a poco a poco gli anni passeranno per tutti, ognuno con un la sua disperazione, e pian piano l'eroina, più veloce, brutale e facilmente consumabile, prenderà il sopravvento sull'oppio, su quel mondo fatto di lente spirali di malinconia.

L'autore, un ex tossicodipendente, poeta e musicista, è davvero bravo a descrivere una città sfatta ma vitale, un mondo surreale e feroce, dove un burqa è più sensuale di una sari, dove un eunuco è più femminile di una donna, dove una dose ha più importanza anche di te stesso, e dove alla fine noi arriviamo a provare lo stesso dolore che provano i suoi protagonisti, e i suoi fantasmi.

Anche se c'è qualcosa in questo dolore che non arriva fino in fondo, nel profondo, e c'è qualcosa che non mi ha convinto fino alla fine.
Io adoro i libri che mettono a dura prova il lettore (sempre se alla fine si guadagna qualcosa), ma qui come lettrice mi sono sentita abbandonata, disorientata: i personaggi scompaiono sul più bello, e ricompaiono ormai già troppo sfioriti, ormai già troppo indifferenti. 

Come se a un certo punto ti dicessero: ehi, aspetta, ora devo farmi una pipa, o una dose di eroina, ora basta, lasciami stare.

Ma poi forse è proprio questo il suo bello: la desolazione in mezzo a un mondo così pulsante di vita, e di morte.


Jeet Thayil, Narcopolis, Neri Pozza 2012
Traduzione di Vincenzo Mingiardi
pp. 304, € 16,50

23 luglio 2012

1971: a novel

di Humayun Ahmed

La scorsa settimana ero in una delle mie due biblioteche abituali (la Sala Borsa, l'altra è il Centro Cabral) e al banco delle informazioni ho visto l'annuncio in quattro lingue  di una nuova sezione di libri in bengali e in urdu. 
Sono subito corsa a vedere, e infatti c'era un discreto numero di libri, che ho sfogliato senza capire più di tanto, fino a quando in mezzo a tutti quei simboli bellissimi e per me ancora troppo difficili da decifrare, ho trovato un romanzo bengalese tradotto in inglese, che ho subito preso in prestito e portato a casa, tutta contenta di riprendere a esplorare, almeno letterariamente, quella parte di mondo. 

E'  1971 di Humayun Ahmed, scrittore bangladese. 
Pochi giorni dopo, in procinto di iniziare il libro sono andata su internet a cercare informazioni su di lui e ho subito avuto la notizia che era morto esattamente il giorno prima, lo scorso 19 luglio, a New York. 
In molti lo piangevano e ricordavano i suoi meriti letterari (e non solo, anche cinematografici): uno scrittore apprezzato dalla critica, molto popolare e molto amato, tanto che alcune creature dei suoi libri (come Himu o Misir Ali) sono diventati personaggi popolari che tutti i lettori bengalesi conoscono.

Ho quindi iniziato a leggere subito il romanzo, e l'ho divorato in una sera (anche perché è molto breve, devo ammettere...).
L'anno che dà il titolo al libro è quello tragico che ha segnato la storia del Bangladesh, l'anno della cruenta guerra di indipendenza dal Pakistan Occidentale che ha insanguinato il Bengala (a questo proposito ricordo anche altri due libri: I giorni dell'amore e della guerra di Anam Tahima e Killing the Water di Mahmud Rahman, e consiglio soprattutto quest'ultimo). 

La prospettiva di 1971 è tutta incentrata sugli eventi di un piccolo villaggio ("a poor village, a ordinary one") avvenuti nel giorno in cui l'esercito pakistano arriva alla ricerca di alcuni combattenti per la liberazione del Bangladesh. 

La storia si apre su un quadretto notturno di vita familiare, con la figura di Mir Ali, un vecchio quasi cieco che non riesce a dormire di notte e ha bisogno di essere portato fuori per andare in bagno. 
Una figura debole, che la nuora aiuta come se fosse un bambino piccolo, mentre il figlio dorme, stanco del lavoro e dei kilometri che ogni giorno percorre a piedi. 

A poco a poco conosciamo anche le altre figure del villaggio, abitato sia da musulmani sia da hindu: l'imam della moschea, il maestro di scuola, il proprietario terriero, i pescatori. L'arrivo dei soldati non risparmia nessuno e assistiamo inermi alle intimidazioni e alle violenze dei militari (il padre di Humayun Ahmed fu ucciso nel 1971 dall'esercito pakistano).

E' quindi un romanzo politico, ma la dolcezza, l'ironia e l'umanità con cui sono descritti i personaggi anche nelle situazioni peggiori lo rende un coinvolgente affresco di un ondulato paesaggio umano.
L'imam parla sempre e fa troppe domande, anche quando viene sequestrato dall'esercito, il maestro Aziz si fa la pipì addosso ma poi è pronto a morire piuttosto di farsi umiliare di fronte all'amata, il vecchio Mir Ali continua a non rendersi conto della situazione e vorrebbe solo avere il suo pranzo perché ha fame, c'è chi confessa subito tutto quello che sa e chi invece con la furbizia riesce a ingannare anche l'ufficiale più spietato.

E così il piccolo, ordinario villaggio di 1971 diventa il centro di una guerra feroce e di una nazione con tutta la sua fierezza e le sue piccole debolezze umane.


Humayun Ahmed, 1971: A novel, Mowla Brothers, Dhaka 1993
Traduzione in inglese dal bengali e introduzione di Rahimn Akhtar