18 luglio 2014

La morte di Mister Love

di Indra Sinha

Un capitolo della Città color zafferano, di cui parlavo nell'ultimo post, è dedicato al caso Nanavati, che fece molto scalpore in India alla fine degli anni Cinquanta e che finì con l'assoluzione di Kawas Manekshaw Nanavati, incriminato dell'omicidio dell'amante della moglie. 

Nella Città color zafferano non si parla tanto del caso in sé, ma più che altro di come la città di Bombay ha reagito e di come la stampa lo ha trattato, visto che è stato un caso che ha sconvolto e appassionato l'intera nazione.

E' così che mi è ritornato alla mente La morte di Mister Love, il primo romanzo di Indra Sinha, autore che ho tanto amato per Animal al punto che il povero Mr Love è finito un po' in secondo piano e non ha mai avuto un suo post.
Rimedio, anche perché quando l'ho letto (ormai molti anni fa), l'ho letteralmente divorato in una domenica di sole (in una domenica di pioggia sono capaci tutti...) ed è giusto rendergli giustizia, sperando di ricordarmi a sufficienza tutti i risvolti del romanzo.


Oltre alla scrittura elegante e raffinata, l'aspetto forse più riusciuto della Morte di Mister Love è l'abilità nell'intrecciare una trama complessa con grande equilibrio e senza perderne mai i fili, con personaggi che vivono in diversi decenni, da bambini e da adulti, fra l'Inghilterra dei cottage, dei cavalli e del tè e l'India, quella delle montagne un po' soprannaturale e quella sfavillante delle grandi metropoli.

Il protagonista del libro è Bhalu, un indiano che vive ormai da tempo in Inghilterra, dove conduce una vita tranquilla da libraio, con moglie e figlie inglesissime.

La morte della madre Maya, scrittice e sceneggiatrice molto famosa in India negli anni Cinquanta, però, scoperchia vecchi ricordi e misteri: Bhalu legge gli scritti lasciati dalla madre e al funerale ritrova Phoebe, compagna di giochi dell'infanzia vissuta in India e figlia di una cara amica di Maya.

Sarà Phoebe a consegnargli i diari di sua madre, in origine destinati a Maya: leggendo gli scritti delle due donne, il mistero avvolge la storia e Bhalu, un po' impacciato e incerto, andrà alla ricerca del passato, fra gli anfratti della storia di un omicidio, la cui versione ufficiale, già vistosamente bugiarda, nasconde intrecci più intricati, i cui fili (threads, in inglese) o minacce (threats, in questo gioco di parole) si diramano nel presente.

E l'India così ritorna in primo piano, l'India scintillante degli artisti e intellettuali degli anni Cinquanta e quella di oggi, e si annoda a tutte le azioni con le loro infinite conseguenze e inimmaginabili ripercussioni.
Si annoda alla vita di Bhalu, alla sua relazione con Phoebe, ai suoi fallimenti professionali e familiari, ai motivi per cui si è ritrovato a vivere in Inghilterra, al viaggio che servirà soprattutto a fare i conti con se stesso.

Come scrive la madre di Bhalu (che è poi una dichiarazione su questo stesso romanzo):
"Nell’opera di uno scrittore, le storie non sono mai veramente separate.
Cercano di raggiungersi. Si toccano, si mescolano, si separano. Scivolano una dentro l’altra”.

Ed è così che tutte queste storie, fra finzione e realtà storica, si mescolano e scivolano l'una dentro l'altra. Annodarne i fili spetta al protagonista del libro, e anche un po' a noi.


Indra Sinha, La morte di Mister Love, Neri Pozza 2003
Traduzione di Vincenzo Mingiardi
pp. 576, € 18,00

19 giugno 2014

La città color zafferano

Bombay fra metropoli e mito

di Gyan Prakash

Sono ormai rimasta indietro con il blog da mesi: chiedo umilmente perdono a tutti i lettori (se ancora ce ne sono!).
Cercherò di smaltire un po' di libri che aspettano un post da mesi, forse da anni. Cominciamo con quello che, poverino, ho lasciato più indietro, giusto per ritornare subito in uno dei luoghi del cuore: Bombay. 

La città color zafferano è una biografia di Bombay, scritta non da un suo cittadino ma da chi l'ha vissuta come città del mito e del sogno, come città dell'oro.


Gyan Prakash, oggi professore di storia a Princeton, racconta la storia di una metropoli con le radici nel colonialismo, nella modernità e nel capitalismo, che vive di cinema e letteratura, ma sempre con una doppia visione: quella cosmopolita dell'élite alla moda, che si esprime con architetture moderne e urbanistica all'avanguardia, e quella invece dei diseredati, dei poveri e dei lavoratori, che sono poi quelli che mantengono il capitalismo e l'industrializzazione, ammassati negli slum e nei chawl, l'opposto (ma anche lo specchio) dell'architettura più innovativa.

E allo stesso modo, in questo specchio capovolto che è Bombay, il cosmopolitismo si specchia nel suo opposto, nelle tensioni comunaliste che hanno portato la violenza religiosa nella città più internazionale dell'India. 

Nei vari capitoli Gyan Prakash ripercorre la storia di Bombay, dal tempo della dominazione inglese che ha portato il gotico coloniale negli edifici della città, per poi approfondire, arrivati agli anni Trenta, la storia della Progressive Writer Association, con scrittori come Saadat Hasan Manto (consiglio sempre di leggere i suoi racconti!) e Ismat Chughtai. 

Fino al primo cambiamento radicale dell'anima della città con l'indipendenza: una metropoli portuale e industriale, che una volta finita di essere colonia dell'impero inglese si deve reinventare come una città nazionale indiana.
E così, dopo la letteratura degli anni Trenta e le ferite della Partizione, sono il cinema di Bollywood e i film di Raj Kapoor a guidare i sogni di Bombay e di tutta l'India. 

A guidare questo passaggio da coloniale a post-coloniale è anche la "politica del popolo", o in altre parole, il populismo: Bombay diventa la città della cultura di massa, dei tabloid e poi, più tardi, la città che passa dalla sinistra al nazionalismo hindu.

Seguiamo quindi l'ascesa dello Shiv Sena, partito di destra e xenofobo, che cambia appunto il colore della città, dal rosso al giallo zafferano, colore del nazionalismo hindu. 
Per arrivare così alle violenze fra hindu e musulmani degli anni Novanta e al cambio del nome in Mumbai, un ri-battesimo che sancisce la sconfitta della vocazione cosmopolita.

Ed eccoci quindi a oggi, fra progetti urbanistici che si infrangono in una politica corrotta e negli scandali, con un susseguirsi di boom edilizi per cercare di cambiare una città sovrappopolata in un sogno che si può vendere facilmente alle multinazionali, fra slum ed edifici di lusso, in "una città magnifica all'esterno ma marcia dentro".
Fino agli ultimissimi sogni, quelli degli slum, dei tassisti immigrati, dell'antiquariato di Chor Bazar, che recuperano, forse, una dimensione meno disumana.

Gyan Prakash si muove con abilità non solo nella storia, ma anche e soprattutto nella cultura di massa di Bombay, quella del cinema, dei fumetti, dei tabloid e delle riviste scandalistiche, descrivendo tutti questi sogni che sedimentano nei diversi strati di Bombay: niente del passato viene mai veramente spazzato via, tutto confluisce in un intreccio di esperienze, di immaginari, di desideri diversi e contraddittori, di opportunità e di oppressione. 

Rispetto a Maximum City di Suketu Metha, l'altro grande libro che parla della città di Bombay, questo è un libro in cui la ricerca meticolosa, l'urbanistica, l'architettura e gli aspetti storici guidano il racconto.
Laggiù l'autore andava in giro per strada a cercare storie, qui invece c'è tantissima ricerca, storica e letteraria, tantissime citazioni e una lunga bibliografia su Bombay: ma non vuol dire che sia noioso, anzi...

Lo consiglio in modo particolare a chi vuole approfondire la sua relazione con Bombay, iniziata magari visitandola di persona o anche solo attraverso la sterminata letteratura su questa città dei sogni meravigliosa e terribile.

Gyan Prakash, La città color zafferano, Bruno Mondadori 2012
Traduzione di Gioia Guerzoni e Clara Nubile  (un caro saluto a entrambe!)
pp. 286, € 19,00


06 gennaio 2014

Giorni indiani in Italia

Le settimane sono passate veloci e io arrivo solo ora a raccontare i giorni passati con Rajeevan qui in Italia.

Sono stati momenti importantissimi, che mi hanno dato la gioia di ospitare un amico, poeta, scrittore ed editore indiano a casa mia e di ricambiare almeno una volta tutta l'ospitalità infinita che ho ricevuto in India. 
Insieme a lui c'era un medico congolese che faceva parte del suo stesso programma di studio qui in Italia: un'amicizia profonda fra India e Africa, nata sul lago di Como. 

Ma la cosa più bella è stato vedere con i suoi occhi tutta la bellezza che c'è in Italia, di cui sono ben consapevole ma di cui a volte non so più riconoscere la meraviglia. Perdersi fra le calli veneziane, camminare lungo l'Arno, passeggiare in Piazza Maggiore tutta illuminata per il Natale. 
Leggere nel suo, nel loro sguardo, l'esaltazione al sentir parlare di Brunelleschi, di Michelangelo, di Giotto, di Marco Polo, di tutta la storia e di tutta l'arte che avevano letto sui libri ma mai toccato con mano. 
Sentirmi privilegiata a poter essere la loro guida, un modo fin troppo facile per avere la loro riconoscenza.
Riconoscere, in persone provenienti da continenti diversi, lo stesso identico desiderio di viaggiare che a me ha portato in India o in Asia, e capire che la meraviglia della mia prima volta in cui ho visto un tempio indù o un monastero buddhista è esattemente la stessa che loro hanno provato nel vedere la Basilica di San Marco o il Palazzo Vecchio.

Rajeevan ora è tornata a casa sua, a Calicut in Kerala, e mi ha lasciato due bellissimi regali: il suo primo romanzo scritto in inglese, Undying Echoes of Silence (già iniziato!), e le parole che mi ha scritto "cara Silvia, quelli passati in Italia sono stati i giorni più belli della mia vita".

05 dicembre 2013

10 anni dopo

Il tempo, i tempi.
Ci sono cose che hanno tempi diversi dai nostri, da quelli che ci aspettiamo, da quelli che vorremmo, dal nostro "tutto e subito".
I semi piantati crescono, a distanza di anni, o di decenni.
Anche quando ormai ci abbiamo rinunciato e abbiamo stabilito che ormai "non è più tempo". Ma alla fine il tempo non lo decidiamo noi.

Ho conosciuto Rajeevan 10 anni fa, a Calicut in Kerala, nel campus dell'università, a un pranzo in una capannetta di adivasi vicino a un fiume.
Lui era il direttore di una piccola casa editrice, Yeti books, un poeta in lingua malayalam e in inglese. 
Abbiamo parlato di letteratura, poesia, teatro, di India, di religione, di tante cose.

Lui ha provato a venire in Italia una volta che era in Croazia, ma gli hanno rifiutato il visto.
Ho fatto da garanzia per farlo venire qua, giurando per iscritto che se lui diventava un clandestino io andavo nei guai. Gli hanno respinto nuovamente il visto.
Ho provato a contattare tutti i festival di poesia in Italia per cercare di farlo invitare. Nessuno mi ha mai risposto.

Poi sono di nuovo andata a trovarlo a Calicut, questa volta nel suo appartamento in città. Abbiamo parlato tanto che alle sette di sera ci siamo resi conto che ci eravamo dimenticati di mangiare il pranzo.
Ci siamo scritti quando lui era a New York, in Polonia, in Israele, in giro per festival, e ovviamente a casa sua in Kerala.

Dopo tanti festival e workshop in giro per il mondo, finalmente è toccato il momento dell'Italia.
Dopo 10 anni dal nostro primo incontro, lui è arrivato su quel ramo del lago di Como, con il mano il suo romanzo pubblicato in inglese. E da domani saremo insieme saremo a Bologna, Firenze, Venezia.

Tutta la mia relazione con l'India è così. C'è un filo sottile, tanto sottile che a volte non si vede. Ci sono momenti di frenesia folle, e momenti di distacco e di riflessione, ma c'è sempre quell'onda che oscilla e che, quando meno te lo aspetti, raggiunge il suo massimo, come in un ciclo di rinascita.

Se la sua visita fosse avvenuta anni fa quando ci speravo, mi sarei messa a saltare e cantare per l'eccitazione. Ora che è arrivata che non ci speravo più, e quasi me ne ero dimenticata, sono semplicemente e profondamente felice.

Rajeev, benvenuto nel mio paese.
Spero sappia accoglierti allo stesso modo in cui il tuo ha accolto me.


19 novembre 2013

Come diventare ricchi sfondati nell'Asia emergente

di Mohsin Hamid

Amore o denaro? Che cosa conta di più nella vostra vita? E nell'Asia emergente?

Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente uno dei miei giorni passati ad Akanksha, un'associazione indiana che si occupa dell'istruzione dei bambini degli slum di Bombay e di Pune.
La storia è raccontata in questo vecchissimo post, ma in pratica la domanda dell'insegnante alla classe era: conta di più l'amore o il denaro? Le risposte dei bambini che vivono negli slum di Bombay, nel cuore pulsante dell'Asia emergente, sono state chiarissime: il denaro. Senza quello non si va da nessuna parte.

E così lo scrittore pakistano Mohsin Hamid, autore del Fondamentalista riluttante (a proposito: qualcuno ha visto il film tratto dal libro? io non ci sono ancora riuscita...), sulla scia di questa certezza, scrive un libro brillante e originale nello stile, con l'espediente di essere un libro di self-help, di autoaiuto, come quelli per smettere di fumare o riacquistare la fiducia in se stessi.

Come contenuti in realtà non aggiunge molto di nuovo per chi è abituato al filone che potremmo definire "della nuova India emergente e corrotta dallo sviluppo disumano", un po' in stile Tigre bianca (e chi non è abituato troverà il tutto molto interessante, in effetti lo è, per questo alla fine ho letto tanti libri!).
La storia è infatti quella un poveraccio senza nome nato in un villaggio senza nome dell'Asia emergente che si trasferisce in una città senza nome e da lì inizia la sua mirabolante ascesa economica, fino a diventare un imprenditore nel campo dell'imbottigliamento dell'acqua minerale.



I capitoli del libro esplicitano i dodici passi da compiere per raggiungere l'obiettivo più importante (diventare ricchi): trasferisciti in città, fatti una cultura, non innamorarti, evita gli idealisti, impara da un maestro, mettiti in proprio, tieniti pronto a ricorrere alla violenza ecc.

E con questi passi, sempre con spregiudicatezza nel corrompere e nell'allearsi con chi più conta (ma d'altra parte non si può fare altrimenti), seguiamo tutta la sua vita: infanzia, adolescenza, matrimonio, figli, vecchiaia.

Il "tu" persistente con cui l'autore si rivolge al suo protagonista è ben riuscito (se me lo avessero detto prima non ci avrei creduto) e ci coinvolge al massimo nella storia, nelle sue 150 pagine: un'intera vita in poche ore.
Il tutto ha un tono decisamente cinico, ironico, che gioca sugli stereotipi in modo intelligente, e che potete assaporare leggendo qui.

Ma venendo a noi... e l'amore?
Accanto a lui, come in una vita parallela, seguiamo decennio dopo decennio anche la storia della "bella ragazza", che riesce pure lei a diventare ricca partendo da zero (come farà? la modella, anche qui niente di nuovo): un amore possibile, ma ricordiamo che la regola numero tre è "non innamorarti".

E cosa rimane allora alla fine della storia? Una tristezza profonda, un'amarezza infinita che all'inizio non avresti detto per un libro dal tono così "smart". Ed è proprio in questa tristezza la forza del libro: ci chiediamo allora dove stia la felicità, nella vita.

Come diceva una ragazzina dello slum di Bombay, voce fuori dal coro di fronte alla domanda "amore o denaro?": una vita senza amore è una vita triste, e se è triste, che senso ha?


Mohsin Hamid, Come diventare ricchi sfondati nell'Asia emergente, Einaudi 2013  
Traduzione di Norman Gobetti 
pp. 160, € 17,50

22 ottobre 2013

Il sospiro lieve dei sensi

di Tarun J Tejpal

Un romanzo davvero forte e inquietante.

Nelle prime pagine il protagonista inizia a raccontare la sua storia a un registratore, ha poco tempo, perché fra poco arriveranno a ucciderlo. Capiamo che è fuggito da qualche posto e si è rifugiato a vivere insieme a una donna, in una vecchia casa in un villaggio indiano.

Ci racconta in modo dettagliato tutta la sua vita, affinché nella "farmacia delle storie del mondo" qualcuno possa trarre giovamento dalla sua: è vissuto all'interno di una grande comunità (o setta, ma questa parola non viene mai usata) che segue i dettami di Aum (letto "ohm", la lettera primordiale dell'universo), un guru-profeta che durante la sua vita ha fondato un nuovo modello di vita in una valle dell'Himalaya, lontano da tutte meschinità del nostro mondo: il possesso, l'ego, l'invidia, l'individualismo, la disuguaglianza.

La storia, al crescere del protagonista, che cresce non solo anagraficamente ma anche nella gerarchia del mondo di Aum (perché anche se tutti sono uguali anche qui c'è sempre chi è più uguale degli altri), è anche un crescendo di brutalità.

All'inizio si può forse anche apprezzare la struttura sociale nello sforzo di limitare l'ego e promuovere l'uguaglianza: i bambini non hanno una sola madre, ma più madri, ad allattarli ed accudirli, indipendentemente da chi sia la madre biologica, non dormono mai nello stesso letto per non avere un posto a cui legarsi, vengono fatti meditare ed educati collettivamente, quando diventano adolescenti gli viene messo "il volto", una maschera che li renderà tutti definitivamente uguali.
Ed è al "volto" che si rifà il titolo originale in inglese "The valley of masks" (anche qui non commento la resa in italiano...).

Ma a poco a poco capiamo che il fine della vita di ognuno è sempre la "fratellanza", l'ideale di una società perfetta di puri, a discapito dell'amore di ogni tipo (fra uomo e donna, fra genitori e figli, dell'amore anche solo per la musica), visto come fonte di attaccamento, e a discapito anche della vita umana.

La donne sono impiegate come madri, per partorire e allevare i neonati, oppure per soddisfare le esigenze sessuali degli uomini, nell'Harem dell'Effimera Felicità, perché i piaceri non vengono mai repressi, ma controllati (sì, in partica è un bordello...).
(E aggiungo che questo ruolo delle donne, insieme al punto di vista del protagonista, rende il romanzo molto "maschile".)

Tarun J Tejpal ha inventato con grande immaginazione un'intera mitologia di questa società, in cui si trovano richiami alle storie di tutti i grandi profeti: la nascita e la vita di Aum, la sua fuga e la lunga marcia per la libertà, i suoi stretti seguaci, i suoi insegnamenti ormai leggendari, le sue epiche lotte contro l'umanità corrotta.
E ha anche inventato una toponomastica molto particolare: il Mausoleo dell'Ego, il Cratere delle Resurrezioni, la Stanza delle Verità Interiori.

La storia è ambientata sull'Himalaya e ci sono riferimenti al fatto che sia in India: i nomi possibili per i bambini, prima che abbandonino il loro nome e diventino un codice alfanumerico più anonimo, sono quelli dei cinque fratelli Pandava del Mahabharata, nel villaggio in cui il protagonista è scappato c'è l'India delle caste, dei matrimoni combinati, della musica e dei negozietti per le strade.
Ma a parte questi, che nella storia sono solo dettagli, il romanzo potrebbe essere ambientato ovunque: non ha alcuna importanza perché il mondo di Aum e la sua distorsione della realtà è universale, al di fuori della storia e della geografia.

Eppure, come scrive Tashi Tahoor in questo articolo, solo un indiano poteva scrivere un libro così, una distopia così forte e razionale, una metafora della società che sacrifica l'individuo a scapito di ideali più alti e puri. Di certo non sarà il primo romanzo di questo tipo nella storia della lettaratura, ma è scritto con grande originalità e immaginazione.

Alcune parti potranno sembrare eccessive, alcune descrizioni esageratamente crudeli o grottesche, alcune svolte della trame un po' forzate, ma tutto serve per raccontare l'alienazione prima e la presa di coscienza poi, per ribadire l'importanza di poter canticchiare, amare una donna, un gattino, una tazza di té, fino a realizzare che "il dubbio e la fede dovrebbero alternarsi come il giorno e la notte".


Tejpal Tarun, Il sospiro lieve dei sensi, Garzanti 2013
Traduzione dall'inglese di Silvia Ruta Sperti
pp. 364, € 18,80 

14 ottobre 2013

Imperi dell'Indo

La storia di un fiume

di Alice Albinia

È un viaggio che ho sognato anche io, un giorno sulle sponde dell'Indo ad Alchi, in Ladakh, quello di poter percorrere il fiume fino alla foce nel Mare Arabico, lasciandosi portar via dalla sua corrente impetuosa che dona angoli verdi di vegetazione in un deserto d'alta montagna.

Alice Albinia, giovane giornalista inglese, ha fatto invece questo viaggio a ritroso, controcorrente, dalla foce fino alle sorgenti dell'Indo. 

L'Indo è il fiume che ha dato il nome all'India e all'induismo, ma che oggi per la maggior parte scorre in Pakistan, un fiume che ha visto le prime città del mondo, che ha attratto conquistatori assetati e lungo cui sono passate le principali religioni e civiltà del subcontinente, un "fiume selvaggio e magnifico, moderno, storico e preistorico", anche se oggi viene continuamente messo in pericolo dall'incuria dell'uomo e dalle dighe.

Leggere Imperi dell'Indo, pubblicato in inglese nel 2008 e ultimamente tradotto in italiano, è davvero un viaggio, pieno di dettagli e di documentazione accuratissima, attraverso le varie genti che popolano le sponde di questo fiume.
Non è solo il resoconto di un viaggio, se pur enorme e avventuroso, ma un vero e proprio un viaggio nella storia, anche questo a ritroso: ogni capitolo è una tappa del viaggio dell'autrice e uno squarcio nella storia, sempre più indietro nel tempo.


Alice Albinia parte da Karachi e dai disordini della Partizione che in questa città sono arrivati un po' in ritardo, passando per il Sindh e la sua società feudale, i suoi monasteri sufi dove il sincretismo religioso rivela aspetti inattesi che sfociano in feste religiose catartiche.
A Hyderabad (la Hyderabad pakistana) conosce la comunità sheedi, i discendenti degli schiavi africani che ancora danzano al ritmo di musiche africane, divisi fra la conservazione delle loro tradizioni e il desiderio di integrarsi nella società pakistana.

L'autrice risale il Punjab pakistano per addentrarsi nelle storie dei sikh, per poi farsi ospitare a casa dei patshun e nelle zone tribali del nord, dove l'islam convive con tradizioni pre-islamiche.
Va sulle tracce del buddhismo nella valle dello Swat, dove le statue del Buddha sono state distrutte dai talebani, e poi ancora più a nord fra i monti dell'Himalaya, viaggiando a piedi tra la popolazione dei kalash, forse gli arii del Rig Veda, il più antico testo sanscrito, e poi, passando in India, tra il popolo dei dardi del Ladakh.

Fino alle sorgenti dell'Indo, sconosciute quasi a tutti e difficili da raggiungere, in un Tibet in cui i cinesi costruiscono dighe senza rispetto per questo fiume così ricco di storia.

L'autrice compie qualche deviazione dal corso del fiume: in India sulle tracce di Guru Nanak, il fondatore della religione sikh, e in Afghanistan sulle tracce di Mahmud di Ghazni, uno dei più decisi invasori musulmani dell'India.

In questo viaggio nella storia percorriamo così le orme di esloratori britannici del colonialismo ottocentesco, di sovrani Moghul, dell'imperatore Ashoka, di Alessandro Magno.
Sempre più indietro nel tempo, percorrendo tutte le tappe principali di questa vasta regione, fino all'età della pietra, e ancora prima: verso la parte finale del viaggio la storiografia diventa archeologia fra i petroglifi del Ladakh, per diventare poi geologia, e ripercorrere la nascita stessa del fiume con la formazione della catena himalayana.

Nelle pagine di Imperi dell'Indo, tutto è approfondito, documentato, non c'è niente di superficiale.
La ricchissima conoscenza della storia, della lingua, delle popolazioni e della politica riesce a dare un affresco di una realtà molto sfaccettata, di un Pakistan tutt'altro che monolitico, ma che ha invece un'enorme diversità etnica e religiosa, e migliaia di anni di storia. 

Alice Albinia è veramente brava a descrivere con empatia tutta questa affascinante e problematica diversità, senza mai cedere a sentimentalismo, orientalismo o quant'altro: sa sempre tirarsi indietro al momento giusto per far sì che siano le storie e la storia dell'Indo a essere sempre in primo piano, e non se stessa, anche quando racconta delle sue avventure più "estreme" (tipo passare il confine con l'Afghanistan attraverso i passi più pericolosi, farsi ospitare e camminare a piedi nelle aree tribali o in Tibet).

A parte le dovute e illuminanti eccezioni, in generale non sono una gran lettrice di libri di viaggio, ma qui mi sono davvero entusiasmata, quasi più che con un romanzo, perché di fronte a tanta sapienza tanto ben esposta non ho potuto far altro che continuare a leggere avidamente capitolo dopo capitolo.

Alla fine, il viaggio che avrei voluto fare lungo l'Indo mi è sembrato di averlo fatto davvero e non riesco a provare neanche una punta di invidia nei confronti dell'autrice (come spesso mi accade invece leggendo resoconti di viaggi che mai potrò fare), ma solo una profonda ammirazione: Imperi dell'Indo è il libro più interessante che ho letto negli ultimi anni.


Alice Albinia, Imperi dell'Indo - La storia di un fiume, Adelphi 2013
Traduzione di Laura Noulian 
pp. 493, € 30

15 settembre 2013

Il suono del respiro e della preghiera

di Tahmima Anam 
  
Di Tahmima Anam, scrittice originaria del Bangladesh emigrata in Inghilterra, avevo letto I giorni dell'amore e della guerra, ambientato durante la guerra di indipendenza del 1971.
Il libro mi era piaciuto, anche se non mi aveva convinto fino in fondo.

Ora mi è arrivato direttamente dal Bangladesh, da due miei carissimi amici viaggiatori (grazie!), il secondo romanzo della scrittice, The good muslim che è poi la continuazione del primo. In realtà si può anche leggere in modo indipendente e sta perfettamente in piedi da solo, ma se li volete leggere entrambi, iniziate senza dubbio dai Giorni dell'amore e della guerra.
Solo una precisazione sui titoli italiani: qui The good muslim originale è diventato Il suono del respiro e della preghiera. Non dico altro...



Questo secondo romanzo, che poi dovrebbe essere seguito da un terzo, mi è piaciuto più del precendente.
Mentre nei Giorni dell'amore e della guerra si parlava del grande idealismo che aveva mosso la guerra di indipendenza contro il Pakistan, delle lotte degli studenti, delle promesse di un paese libero, anche se in mezzo a una guerra atroce e cruenta, in A good muslim si parla delle disillusioni postbelliche, dei tempi e degli animi cambiati, di tutto un mondo andato in frantumi.

Il punto di vista è sempre quello della stessa famiglia: la vedova Rehana con i suoi due figli, Maya e Sohail.
La narrazione è costruita alternando due momenti storici, in modo da lasciare sempre un po' di suspense e di interrogativi nell'animo del lettore: l'anno successivo alla fine della guerra, il 1972, e tredici anni dopo la guerra, nel 1984, quando Maya, la protagonista del romanzo ritorna a casa dalla madre per la morte della cognata, dopo aver lavorato come ostretica in un villaggio del nord.

Tornando a casa Maya trova un mondo che non riconosce più e che sembra aver dimenticato tutti i vecchi ideali: gli amici che avevano combattutto per l'indipendenza ora danno party e feste alla moda, i criminali di guerra sono tranquillamente in libertà, un dittatore governa il paese intrattenendosi con gli ex-nemici, le donne vittime di stupro durante la guerra sono state dimenticate e lasciate a loro stesse. 

Ma soprattutto a esser cambiato è il fratello Sohail: ha bruciato tutti i libri tranne il Corano ed è diventato un integralista, perso fra sermoni, incontri religiosi e preghiere collettive. Suo figlio è la vittima principale di questo suo fanatismo: un bambino sempre sporco, senza istruzione, trascurato e dimenticato, che Maya cercherà di salvare.
Capiamo a poco a cosa ha portato a tutto ciò, perché Maya se ne è andata di casa, perché è tornata, perché i rapporti fra i due fratelli sono ora impossibili, e alla fine, anche il perché della scelta di Sohail.

Nel romanzo la tensione rimane sempre alta e, con la sua prosa intensa e scorrevole, si legge tutto di un fiato. Alcuni passaggi sono un po' melodrammatici per i miei gusti (notoriamente da persona acida e cinica...), ma la storia è ben orchestrata, i personaggi sono affascinanti e la descrizione della disillusione della post-indipendenza è davvero toccante.

Tahmima Anam, Il suono del respiro e della preghiera, Garzanti 2011
Traduzione di Alba Mantovani
pp. 312 , € 17.60


09 settembre 2013

Tree without roots (Lal Shalu)

di Syed Waliullah

Cerco ora di recuperare un po' e di parlare dei libri che ho letto nell'ultimo inverno che ancora non si sono guadagnati un loro post in queste pagine.
Mi riattacco al discorso sulla letteratura del Bangladesh (se a qualcuno fosse sfuggito qualcosa dopo tutto questo tempo, vi ricordo la pappardella in due puntate qui e qui): è ora giunta la volta di Tree without roots di Syed Waliullah (1922-1971), che ha molto gentilmente spedito Mahmud Raman.

Il libro è stato pubblicato in bengali nel 1948 con il titolo di Lal Shalu (stoffa rossa) e poi è stato tradotto in inglese nel 1967 dal suo stesso autore, che nel tradurlo l'ha anche un po' reinventato.


La storia è quella di Majeed, che arriva come straniero in un piccolo villaggio bengalese. Majeed riesce a convincere abbastanza facilmente gli abitanti del villaggio che una vecchia tomba abbandonata subito fuori il centro abitato è il realtà il mausoleo di un santo, di cui si autoproclama il custode, ponendo una stoffa rossa (quella del titolo originale) sopra la tomba, come è usanza fare con i luoghi sacri. 

Poco a poco, Majeed riesce a costruire una sua credibilità religiosa agli occhi del villaggio, inizialmente abbastanza freddo e indifferente nei confronti della religione, sfruttando l'ignoranza e la superstizione degli abitanti.
Diventa presto il riferimento religioso e l'autorità del villaggio, riuscendo in questo modo ad aggiudicarsi la stabilità economica e a soddisfare tutti i suoi desideri: prende prima una moglie, poi una seconda, anche se la seconda non sarà esattamente la moglie docile e timorata che aveva immaginato, inventa pratiche religiose basate sulla superstizione per dare consigli e risolvere i problemi dei suoi cittadini (condannandone invece altri a diventare vittime innocenti). 

Insomma, instaura il suo potere sulla gente. Potere che dovrà anche difendere, quando arriverà nelle vicinanze un pir, un santo, che lui vede unicamente come potenziale concorrente. 

Nonostante tutto, non si può dire che Majeed sia odioso o antipatico: in fondo la religione è anche un modo per guadagnarsi da vivere. Majeed è un personaggio completo e non il male assoluto, con le sue debolezze, i suoi errori e ripensamenti, e con una svolta nel finale.

Il romanzo, un classico della letteratura del Bangladesh da cui è stato anche tratto un film, è molto ben riuscito proprio perché riesce a creare empatia con il protagonista, oltre alla grande capacità di descrivere in modo vivido un villaggio bengalese dell'epoca, alle prese con le innondazioni, i cicloni e con le imposizioni della religione (in anni in cui, proprio a cavallo della Partizione, la religione significava creare o dividere interi Paesi).


Syed Waliullah, Tree without roots, Heinemann Educational Books,  1978
pp. 224

29 agosto 2013

Non solo India - Divagazioni letterarie centroasiatiche

Questo blog, come ben sapete, è nato per condividere le mie letture indiane. 

Ma ultimamente, pur rimanendo l'India e il subcontinente il centro di gravità delle mie esplorazioni di ogni tipo, ho letto molte altre robe e mi è venuta voglia di parlare anche di loro. 
Quindi inauguro l'etichetta "Non solo India", per scrivere anche di altre realtà e altre letture (per lo più asiatiche). Ma non temete, l'India resterà sempre al centro dei miei pensieri e di questo blog! 

Bene, allora attacco subito. 

Sono appena tornata da un viaggio in Kirghizistan (ma dov'è? e cosa ci sei andata a fare? Per sapere dov'è c'è sempre Google Maps. Cosa ci sono andata a fare: niente, a vedere com'è. E' bellissimo), e quindi ho letto un po' del più famoso scrittore kirghiso, Čyngyz Ajtmatov (a volte anche traslitterato come Tschingis Aitmatov). 

Čyngyz Ajtmatov (1928-2008) nacque in un piccolo villaggio kirghiso e, oltre a essere un grande scrittore, ebbe anche ruoli policiti: fu ministro di Gorbachev durante la Perestrojka e ambasciatore del Kirghizistan, attento alle cause delle minoranze e ai temi ambientali. 

Ho letto tre dei suoi libri (ma ne ha scritti a decine, sia in russo sia in kirghiso, e sono numerose anche le traduzioni in italiano): Melodia della terra, Il battello bianco e Il primo maestro.




Melodia della terra è il titolo italiano di Giamilja, il romanzo breve che per primo rese celebre Ajtmatov. 
E' stato scritto nel 1958, quando il Kirghizistan faceva parte dell'Unione Sovietica (è uno stato indipendente dal 1991), ed è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il Kirghizistan vedeva da lontano ma con partecipazione l'evolversi della guerra, mandando i suoi uomini come soldati sul fronte. 
E' in una fattoria collettiva che le tradizioni kirghise, fatte di rispetto per gli anziani, di sottomissione delle donne, di stretti rapporti con la natura e di nomadismo, si mescolano con quelle sovietiche. Ed è nei prati e nelle steppe circostanti che sboccia "la più bella storia d’amore del mondo", come la definì Louis Argon, che per primo tradusse il romanzo in francese. 
Sarà infatti Giamilja, giovane moglie di un soldato al fronte, a capire il dolore espresso attraverso il canto struggente di un orfano vagabondo e sarà il suo giovane cognato a dipingere e a raccontare, affascinato, la loro storia. 

Il battello bianco, del 1970, è ambientato sulle montagne sopra il Lago Issyk Kul, dove un bambino senza genitori costruisce la sua fiaba e il suo sogno, quello di diventare un pesce del lago che vede da distante e su cui ogni sera vede passare un battello bianco. 
Il suo mondo innocente e pieno di meraviglia, fatto di dialoghi con gli elementi della natura, è però in forte contrasto con il mondo che lo circonda: a parte il nonno, depositario di leggende e tradizioni, tutta la sua piccola comunità è un mondo di egoismo e crudeltà, che culminerà in un banchetto in cui gli uomini, ubriachi e cruenti, diventaranno l'allegoria del disprezzo e della rottura con le tradizioni e la natura. 
Il contrasto si risolverà in una tragedia che contrappone i sentimenti puri alla cecità del male e che rivendica la scelta di non lasciarsi contaminare. 

Il primo maestro, del 1962, è ambientato nel 1924, quando la rivoluzione sovietica iniziava a fare capolino nell'estremità remota della terra kirghisa. 
Racconta la storia di un maestro semianalfabeta e portatore dei valori rivoluzionari che arriva in un villaggio arretrato di contadini per diffondere l'istruzione di tutti i bambini, maschi e femmine. Troverà l'ostilità di un mondo contadino restio al cambiamento, dove una stalla vale più di qualunque scuola, ma anche la soddisfazione di insegnare nuovi valori ai bambini di un villaggio della steppa. 
Anche qui incantano la purezza e gli ideali del protagonista, gli echi rurali del villaggio e l'intreccio fra le tradizioni kirghise e le nuove idee del comunismo: quando un'alunna verrà data in sposa da bambina, il maestro farà di tutto per salvarla. 

In tutti e tre questi brevi romanzi, ho apprezzato la semplicità narrativa, il lirismo e la descrizione di una natura spesso commovente (lasciatemi dire: alla lontana assomiglia un po' a Tagore!), i sentimenti fragili e onesti dei protagonisti in un mondo crudele e l'immersione nelle tradizioni e nella cultura kirghisa. 

Li consiglio vivamente a chi vuole farsi un'idea di questo piccolo gioiello che sta alla periferia estrema del mondo, che da allora non è cambiato più di tanto e che, soprattutto, ha molto da insegnare. 


Tschingis Aitmatov, Melodia della terra - Giamilja, Marcos y Marcos 2006 
Versione italiana di Andrea Zanzotto 
pp. 128, € 10,00 

Tschingis Aitmatov, Il battello bianco, Marcos y Marcos 2007 
Traduzione di Gigliola Venturi 
pp. 208, € 14,50 

Cinghiz Ajtmatov, Il primo maestro, Aer Edizioni 1996 
Traduzione dal russo di Guido Menestrina 
pp. 88, € 8,27