Indian words

Leggere l'India

25 gennaio 2012

Trasgressione

di Uzma Aslam Khan

L'ho letto subito dopo aver finito Mehwish parla al sole: Trasgressione è il precedente di romanzo di Uzma Aslam Khan, pubblicato nel 2003.

Anche in questo caso, ho pensato: che brave queste scrittrici pakistane, che riescono a parlare di argomenti importanti e ambiziosi senza mai cadere nel banale né nella pura e semplice denuncia.

Che brave, al plurale, perché in qualche modo ho associato questi romanzi a quelli di Kamila Shamsie, in cui la geografia si combina alle storie dei personaggi, che in tutti i casi amiamo fin da subito, non appena incontrati. Soprattutto bei personaggi, quindi, da cui è facile farsi accompagnare nel mondo della società pakistana e delle vicende violente di cui è fatta la sua storia.
E nel caso di Trasgressione il parallelo è ancora di più evidente: è ambientato nella stessa Karachi di Kartografia, una città violenta e assurda, eppure in qualche modo, almeno a leggerne, attraente e sanguigna.



Siamo nei primi anni Novanta, e Daanish torna dall'America dove studia al college per assistere al funerale di suo padre. E' durante il Quran Khwani (la lettura del Corano) che incontra Dia e Nissrine: sua madre cerca di combinare un matrimonio con "la sottile e colta" Nissrine, ma Daanish si innamora invece della sua migliore amica, Dia, una ventenne che vuole scegliere da sola che cosa fare della propria vita.

L'intreccio della storia fra queste due famiglie, fra passato e presente, si sviluppa per tutto questo ambizioso romanzo, che racconta di una fabbrica di seta, dei suoi bachi e delle sue operaie, di piogge e di mancanza d'acqua, di guerriglieri per la libertà, di famiglie della buona società che organizzano cene di ostriche e che combinano matrimoni cercando il partito migliori per i propi figli, di ditte che dipingono gli autobus (prima o poi voglio salirci, su questi coloratissimi autobus pakistani dipinti a mano), di villaggi di pescatori impoveriti dalle reti a strascico degli stranieri, di donne sottomesse oppure intraprendenti, delle violenze di Karachi, di un omicidio di un padre rimasto inspiegato dopo anni, delle inquietudini di due giovani alle prese con la loro storia segreta d'amore, della Guerra del Golfo sullo sfondo e di un segreto del passato che scopriremo solo alla fine.

Uzma Aslam Khan riesce a intrecciare tutti questi fili di seta in una trama elaborata, il cui ordito è la società pachistana, violenta e corrotta, ma soprattutto sprofondata in un fatalismo che impedisce di mettersi a costruire il proprio destino.

Ma nessuno dei personaggi è mai appiattito da questa società: tutti i personaggi tragrediscono in qualche modo, e noi riusciamo ad avere diversi punti di vista, ad ascoltare la voce anche di personaggi che in altri libri avrebbero potuto essere silenti: l'autista che viene da una classe sociale più bassa e la sua famiglia, oppure la madre di Daanish, sottomessa a un marito liberale e progressista solo a parole.

Dei due libri che ho letto di Uzma Aslam Khan, Mehwish parla al sole è forse il migliore, e questo è un buon segno perché vuol dire che la scrittice è migliorata con il passare del tempo. 
Ma questo non vuol dire che bisogna leggere solo quello: il mio consiglio è di iniziare con Trasgressione per poi proseguire con Mehwish parla al sole. 

Per poi andare in Pakistan, come prima o poi spero di fare anche io. 

13 gennaio 2012

Dangerlok

di Eunice de Souza

È questa uno delle foto più frequenti di Eunice de Souza, che prima di leggere Dangerlok conoscevo principalmente come poetessa (soprattutto attraverso la raccolta Women in Dutch Painting).




E Rina, la protagonista di Dangerlok, me la sono immaginata proprio così, con un pappagallo in testa, in vestaglia, a guardare fuori della finestra in una cucina nella periferia di Bombay.

Un po' folle, come devono pensare i vicini o i colleghi, molto indipendente, arguta, autoironica, e molto sola, una donna single di mezza età che vive in un minuscolo appartamento in una zona periferica di Bombay.

La sua è una storia fatta di cucine, di francobolli da andare a comprare da dipendenti delle poste scorbutici che sembrano gnomi, di corse sui treni e sugli autobus affollati in mezzo al traffico solo raramente intramezzate da quelle in taxi - quando si ci può concedere il lusso, delle classi di studenti curiosi o annoiati del college dove insegna letteratura inglese, di discorsi e pettegolezzi della bai (la domestica con la quale si intrattiene spesso a parlare), delle vicende meschine e divertenti del vicinato, di pappagalli verdi da accudire, di frequenti lettere a un ex che ora sta negli States, di riflessioni sulla letteratura postcoloniale in inglese, di una Bombay invivibile ma che è l'unico posto dove si può vivere, di una sigaretta e una tazza di tè.

E anche di dangerlok, di tipi fastidiosi e pericolosi presenti in ogni dove, come la bai ha battezzato nella sua lingua tutta particolare tutti quelli che non le piacciono.

Queste cento pagine hanno un ritmo che è come la metrica di un poema e che inanella tutte queste piccole situazioni lungo un filo di ironia: è il ritmo della quotidianità di una città che ha sullo sfondo tutti i problemi di una nazione complessa e in movimento, ma che è fatta di angoli, treni, quartieri e di gente che trova sempre il modo di affaccendarsi, di lamentarsi e di sorridere di sé.

21 dicembre 2011

Mehwish parla al sole

di Uzma Aslam Khan

La geometria di Dio

Ambientato fra Islamadab e Lahore, questo romanzo racconta la storia di due sorelle, a partire dalla fine degli anni Settanta per arrivare fino agli anni Novanta, sullo sfondo di un Pakistan difficile e insicuro che vuole imporre alla società un'idea distorta di religione.

Detto così può sembrare davvero banale, la solita storia delle donne e l'islam. Invece no, è un romanzo molto intelligente, profondo, originale, ben scritto, e del tutto lontano da stereotipi e luoghi comuni. 



E' nelle prime pagine del romanzo che la piccola Amal partecipa agli scavi nel Salt Range pakistano insieme al nonno Zahoor, paleontologo, scienziato e libero pensatore, e a soli otto anni scopre un fossile, un osso a forma di S.
E' un indizio della struttura del cane-balena che il nonno sta cercando: un mammifero di transizione tra la moderna balena e un antenato simile a un lupo, che un tempo nuotava nell'Oceano Tetide.
Ed è in quello stesso momento che Mehwish, la sorella più piccola, diventa cieca, forse per aver fissato troppo a lungo il sole.

Un episodio che ritornerà spesso nelle narrazioni dei tre giovani personaggi che raccontano la storia in prima persona, con tre punti di vista diversi, con scritture e parole davvero uniche (finalmente un libro in cui quando si cambia narratore si cambia davvero anche stile, tanto che leggendo una riga a caso si riconosce chi è che parla - senza nessuna forzatura).

Oltre alle due sorelle, il terzo narratore è Noman, figlio di un politico del Partito della Creazione (partito islamico contrario alla scienza e alle libertà individuali), che abbandona il suo talento per la matematica per scrivere controvoglia articoli e discorsi per il padre, diviso fra l'ubbidienza alla famiglia e l'onestà intellettuale.

Amal e Mehwish vivono in una particolare simbiosi in cui è la sorella maggiore a prendersi cura della più piccola, diventando i suoi occhi sul mondo.
Amal è intelligente e pratica, ribelle ed equilibrata, mentre la piccola Mehwish, da non vedente, sembra cogliere i significati più profondi di quello che succede, interprentandoli con i suoi discorsi assurdi e i suoi giochi di parole fra urdu e inglese, che confondono lettere mute e parole composte: benzina adutera, spiega azioni, virgo elette, forza di grave età, clacsuono (qui il traduttore, Norman Gobetti, racconta come sia stato difficile tradurli).

Ma è Zahoor a essere il personaggio centrale nei racconti dei tre narratori: il nonno con il suo grande carisma, il suo spirito illuminato e la sua anima da scienziato ricca di fantasia e di curiosità, darwinista osteggiato dal potere e incarcerato da eretico e apostata per la sua attività scientifica.
 
Un tema fondamentale del romanzo è il contrasto fra religione e scienza: il fondamentalismo nega alla radice lo stesso metodo scientifico e impone di rigettare una qualsiasi ingadine della realtà; non c'è bisogno di nessuna scienza, tutto è spiegato ricorrendo a Dio.  "Non è per la gravità che stiamo seduti su una sedia, ma perché lo vuole Allah."

Così il Corano viene strumentalizzato: nei suoi articoli Noman deve dimostrare logicamente, usando i versi del Corano come assiomi da cui far discendere per deduzione un intero sistema, che bisogna cancellare Einstein e la relatività, Mendel e la genetica, Darwin e l'evoluzione. Un paradosso logico, scientifico, religioso.

Il romanzo non si riduce però all'arido conflitto scienza-religione, e non è solo intellettuale (anche se di piacevolmente  intellettuale c'è molto): la storia si nutre dell'affetto fra i personaggi, delle relazioni familiari, della storia d'amore di Amal, delle riflessioni e difficoltà di ogni personaggio. 
E' una storia molto intima e quotidiana: la politica si infiltra nella società pakistana, che viene abilmente descritta nelle sue sfacettature, ma è filtrata dagli occhi dei personaggi.

E' anche un libro coinvolgente, con personaggi a cui ci si affeziona da subito, quando sono ancora bambini. Poi procedendo nella storia e negli anni i personaggi diventano fra loro più indipendenti, e anche noi ci distacchiamo un po', e la storia diviene più spezzettata, eterea, incerta. 

"La geografia esiste prima nella mente": altra frase che ricorre spesso nel libro, a indicare confini,  punti di riferimento, geografie personali, umane, politiche e sociali fra le fazioni, fra i membri della stessa famiglia, fra i personaggi.
Personaggi che formano un triangolo e poi un quadrato, in questa geometria di Dio (ma quanto era bello il titolo inglese, The Geometry of God! Dava anche un senso a molti aspetti descritti nel romanzo).

Geometria dei versi in rima e dei ghazal che Mehwish compone con il nonno, geometria di Amal che diventa una scienziata come il nonno in un mondo ostile di soli uomini. Geometria di piani e prospettive, di angolazioni e di dimensioni che si moltiplicano o si appiattiscono.

Una geometria imperfetta ma non per questo meno divina.

14 dicembre 2011

Intervista a Dhananjay

Ancora storie bengalesi

Tanto per restare in tema e continuare con altre storie bengalesi dopo avervi già abbondantemente annoiato con gli ultimi post su Tagore, qualche tempo fa avevo chiesto al mio amico Dhananjay di essere intervistato all'interno di un articoletto sulle letterature dell'India. L'articolo poi non è uscito del tutto, e allora ecco qui questa piccola intervista. 

Dhananjay Ghosal è stata la mia guida "turistica" a Calcutta e nel Bengala, ma soprattutto è stato (ed è sempre di più) la mia guida spirituale in quello splendido e sconfinato territorio che è la letteratura bengalese. 
Dhananjay ha scritto varie raccolte di poesie e romanzi in bengalese (ed è stato scelto come uno dei rappresentati della letteratura bengalese l'anno scorso al Salone del libro di Torino, dove ci siamo conosciuti).

Se avete altre domande non esitate a chiedere!


Parlaci di te: che cosa hai scritto e quali sono i tuoi temi preferiti?

Scrivo poesie e romanzi. Amo andare alla ricerca dell'eredità culturale bengalese e della nostra storia, ma nei miei romanzi cerco anche di rappresentare la situazione sociale in cui viviamo.
Adesso sto scrivendo un romanzo che racconta della vita nei Sundarbans, un luogo incredibile dove la popolazione incontra ogni giorno diversi problemi, ma cerca di superarli nella quotidianetà.
Il mio romanzo precedente era sui Baul, i menestrelli bengalesi, con la loro particolare filosofia di vita che mi ha molto influenzato e che mi motiva a esplorare i loro rituali e pensieri. I Baul sono cantori di storie e di canzoni folk bengalesi, e hanno uno stile di vita particolare e misterioso, che io ho cercato di esplorare per capire la loro filosofia nascosta. 

La letteratura bengalese ha una lunghissima tradizione. C'è qualche scrittore o qualche opera che ti ha influenzato particolarmente?

Nessuno mi ha influenzato in modo particolare, ma c'è sicuramente un processo di assimilazione che questa lunga tradizione contina a portare. Prima di iniziare a scrivere, ho "consumato" la mia tradizione e allo stesso tempo cerco di stabilire una mia identità prendendo da tutti questi strati letterari. In realtà è un processo di emancipazione.
In qualche modo sono stato influenzato da Samoresh Basu.

Rabindranath Tagore è il bengalese più famoso del mondo. Ha ancora influenza sugli scrittori contemporanei?
 
La grandezza di Rabindranath è himalayana, ma si può dire che gli scrittori contemporanei non lo seguano.
La sua filosofia e le sue creazioni ci spingono a capire il nostro presente: Rabindranath è profondamente accettato anche dai più giovani, che però non scrivono come lui: nel frattempo i parametri sociali sono cambiati e la nostra contemporaneità ci impone nuove idee. 
Tagore però rimane necessario per capire la nostra realtà e per superare le barriere.

Che cosa leggono oggi i giovani di Calcutta: libri in bengalese o in inglese?

La maggioranza in bengalese. Una parte di loro legge però sia in bengalese sia in inglese. 

Quali autori bengalesi suggeriresti ai lettori italiani?

E' difficile fare una lista... sicuramente Rabindranath.



07 dicembre 2011

Di ritorno dal River to river 2011

Eccomi finalmente a raccontare del weekend passato a Firenze al River to river
Prima di tutto, sono stata molto felice di avere incontrato nuovamente Elisa e di aver finalmente conosciuto Gianni!

Ho molto apprezzato tutto il focus su Tagore: il bel documentario di Satyajit Ray che racconta della sua vita e del suo impegno intellettuale e sociale, l'incontro mattutino interamente dedicato a Tagore e i due film tratti dai suoi libri.

Ghare Baire (The home and the world), diretto da Satyajit Ray e tratto dal romanzo omonimo di Tagore, ben descrive la situazione e l'atmosfera politica dell'epoca dello Swadeshi, con tutte le sue contraddizioni e la sua tendenza a sfociare in violenza. 
Il romanzo ha sicuramente però l'arma in più di raccontare la storia con tre punti di vista diversi, che dà uno spessore tutto particolare al romanzo, che invece non troviamo nel film. 

Khudito Pashan (The Hungry Stones), il film di Tapan Sinha del 1960, è decisamente un bel film, anche se le due ore di proiezione non lasciano quel senso di mistero e di magia che c'è invece nelle sette pagine del racconto di Tagore: della vicenda dell'esattore delle tasse che si stabilisce in un palazzo infestato di fantasmi, Tagore lasciava solo intuire la storia della bella fantasmessa di cui invece Tapan Sinha ci racconta nel dettaglio tutte le disavventure. 

Mi è molto piaciuto anche il film pakistano Bol,  diretto da Shoaib Mansoor, ambientato in una famiglia di Lahore dove un padre tiranno in cerca di un figlio maschio sfoga la sua violenza sulle sette figlie, sulla madre e su un figlio ermafrodita. Molto duro (la storia viene raccontata sul patibolo da una delle sorelle condannata a morte), uno di quei film che fanno soffrire e pensare, giustamente.

Ma per chi non è potuto venire: non disperate!
Potete vedere qui il documentario su Tagore e qui (in otto parti) tutte le pietre affamate! Con sottotitoli in inglese.

Invece ecco un assaggio di Ghare Baire (qui senza sottotitoli, però).

Alla prossima!



27 novembre 2011

L'ufficiale postale, il vagabondo, Mashi e altre storie

di Rabindranath Tagore

"Quando il battello si mosse, e il fiume gonfio di piogge come una corrente di lacrime sgorgata dalla terra turbinò singhiozzando a prua, provò una specie di pena al cuore: il viso angosciato di una contadinella parve per lui il grande dolore inespresso che pervadeva la Madre Terra stessa."

È una storia di nostalgia e struggimento, di languore e abbandono, di solitudine e malinconia, sullo sfondo della bellezza di una natura che non consola.
È la storia di un ufficiale postale che da Calcutta viene mandato in una zona rurale, nei pressi di una piantagione d'indaco e di uno stagno verde e limaccioso, nel bel mezzo di un folta vegetazione.

L'ufficiale dall'animo metropolitano soffre intensamente di solitudine, ma alla sera trova la compagnia di Ratan, una orfanella che lo aiuta in cucina e a cui lui insegna a scrivere.
La nostalgia della città e la vita in un posto insalubre indeboloscono l'ufficiale postale, che sceglie di fuggire. Il suo dolore comunque può sempre consolarsi con considerazioni filosofiche sul destino, sugli incontri e le partenze, sulla vita e la morte. Ma invece "Ratan non ha filofosia" e a lei rimarrà solo il dolore: "Povero e pazzo cuore umano!"

È da questo racconto di Tagore, L'ufficiale postale, che è tratto l'altro film di Satyajit Ray che verrà proietatto al River to river (purtroppo giovedì 8, quando io non ci sarò): Teen Kanya (Three Daughters), tratto in realtà da questo e da altri due racconti (Monihara e Samapti) del nostro amato Rabindranath. 

L'ufficiale postale si può leggere in inglese nella raccolta Mashi and other stories, oppure in italiano nella raccolta Il vagabondo.


Le due raccolte in italiano e in inglese si sovrappongono in buona parte, anche se non del tutto, e contengono racconti molto struggenti, di amore e disamore, di sentimento e sofferenza.

Per esempio, Mashi racconta dell'intenso legame fra una zia e il nipote malato: un affetto tenero e infinito che cerca di proteggere il malato dall'indifferenza crudele della moglie.
Othiti (che dà il nome alla raccolta Il vagabondo) è invece la storia di un ragazzo errante, che neanche l'intenso amore di tutti quelli che lo incontrano riesce trattenere in nessun luogo: "come la natura, costantemente attivo eppure distante e calmo".

Sono storie piccole e intense, melodiose e piene di inquietudine, vissute in una natura rigogliosa, sempre bellissima e spesso indifferente, mentre mai è indifferente l'autore a ogni piccolo sussurro dell'animo umano. 

23 novembre 2011

Le pietre maledette

di Rabindranath Tagore

Le pietre affamate che divorano storie umane

Continuo con il mio revival tagoriano in preparazione al River to river.

Dopo La casa e il mondo, ho riletto anche alcuni racconti, in particolare quelli della raccolta Le pietre maledette, in attesa di vedere il film di Tapan Sinha, tratto dal racconto che dà il nome alla raccolta (Kshudita Pashgan in bengalese, The Hungry Stones nella traduzione inglese, che si può leggere qui).

Tagore, forse da noi conosciuto principalmente come poeta, fu un prolifico autore di racconti,  fin da molto giovane: scrisse il primo racconto a 16 anni e i suoi primi lavori furono pubblicati nella rivista per bambini Balak.
Gli anni Novanta dell'Ottocento furono un periodo dorato per la sua produzione di racconti e Le pietre maledette sono di questo periodo, del 1897.  


Il racconto in questione è una ghost story tutta indiana. Un narratore anonimo incontrato sul treno racconta la sua storia: si trasferisce a lavorare come esattore delle tasse presso il Nimaz di Hyderabad e si stabilisce in un palazzo abbandonato e maledetto, temuto da tutti, le cui pietre sono "assetate e voraci, avide di ingoiare, come un orco affamato, l'essere vivente che per avventura si sia avvicinato".

Di questo racconto sono indimenticabili le descrizioni dei paesaggi lungo il fiume dove sorge il palazzo con i suoni nella natura e i profumi degli alberi ma soprattutto degli interni del palazzo, che diventano sogni e visioni, in un tintinnio di atmosfere da le mille e una notte, fatto di babbucce ricamate d'oro, di pugnali balenanti, di accordi di chitarre e di ghazal e soprattutto dell'immagine di una bella fanciulla persiana di un tempo passato di cui il protagonista si innamora.

Sembra che il film di Tapan Sinha sia poco fedele al racconto, ma ne colga l'anima nel profondo.

Due parole anche sugli altri 12 racconti, tutti profondamente umani e ricchissimi di immaginazione nel descrivere le piccole storie dei mille microcosmi dei villaggi bengalesi e della Calcutta di fine Ottocento.

Fra quelle che più mi hanno commosso c'è Kabuliwallah, in cui un padre si intenerisce a osservare il rapporto di amicizia fra la propria bambina e un venditore ambulante afgano, che ha dovuto lasciare la sua famiglia in un posto lontano, "al di là delle aride vette montuose". 
In questo come in altri racconti c'è una tenerezza infinita nei confronti del mondo dei bambini: ingenui, curiosi, pronti a cogliere le cose semplici che gli adulti hanno dimenticato. 

Alcune storie, come appunto Kabuliwallah o C'era una volta un re (in cui Tagore ricorda le favole raccontate dalla nonna), sono autobiografiche, altre fantastiche, altre ancora più realistiche e focalizzate sui rapporti sociali, sull'assurdità delle caste o sul ruolo delle donne.

Per esempio, nel racconto La luce, una donna resa cieca dall'incompetenza medica del marito studente di medicina dovrà scongiurare la scelta del marito di procurarsi una nuova moglie: lo farà per salvare lui, non per se stessa.

Memorabile è anche Viva o morta, in cui una donna creduta morta in seguito a una malattia non riesce a uscire dal limbo del sottile confine fra la vita e la morte e arriverà a doversi suicidare per provare di essere (stata) viva.

L'ironia non manca mai e se da una parte c'è una sconfinata dolcezza nei rapporti familiari o di amicizia, dall'altra c'è anche la crudeltà estrema del destino o degli esseri umani, capaci della più grande mancanza di compassione. 
Così che i finali di questi racconti possono anche essere tragici e spietati.
Oppure aperti, per lasciare al lettore il gusto di farsi divorare dalla parole affamate di queste storie.

15 novembre 2011

La casa e il mondo

di Rabindranath Tagore

Avete visto il programma del River to river, il festival di cinema indiano che ogni anno agli inizi di dicembre si tiene a Firenze?

Quest'anno io ci sarò, anche perché c'è un interessante "focus su Tagore".
Anche perché vorrei recuperare, visto che quest'anno mi sono persa tutti gli eventi a Calcutta per il 150esimo della nascita di Tagore, di cui però mi hanno prontamente mandato notizie e impressioni, riuscendo così a farmi impazzire dalla nostalgia.

Uno dei film che saranno proiettati è di Satyajit Ray, girato nel 1984 e tratto da un romanzo di Tagore, Ghare Baire (La casa e il mondo) del 1915.
Ho riletto il romanzo in questi giorni per l'occasione e quindi eccomi qui a consigliarvi di leggerlo (anche se non sarete al River to river!).

Con una sola avvertenza: lo stile di Tagore, ai nostri occhi moderni, ha un ritmo lento, un sapore antico, fatto di sospiri e di discorsi sentimentali, molto poetico, totalmente romantico.

La storia è raccontata attraverso i diari di tre personaggi: le voci si alternano, prendendo la parola in lunghi monologhi, in cui ognuno confessa le sue emozioni, giustifica le sue azioni, espone le proprie opinioni, politiche o personali.

Il romanzo inizia con la voce di Bimala, moglie devota di Nikhil, un nobile idealista, illuminato e progressista.
La massima gioia di Bimala è quella di sfiorare di nascosto i piedi del marito al mattino presto senza svegliarlo, per esercitare in segreto la propria venerazione.
Ma Nikhil la spinge a uscire di casa per entrare "nel mondo", un mondo che è il Bengala del 1908, infiammato dalle tensioni politiche e dallo swadeshi, la forma di lotta contro l'impero britannico che aveva come strategia il boicottaggio di ogni merce straniera.

Il mondo entra in casa di Bimala soprattutto attraverso un amico del marito, Sandip, un carismatico leader politico capace di incendiare gli animi con la sua passione sanguigna e coinvolgente.
Nasce così un triangolo amoroso: Bimala rimane affascinata da Sandip ed è disposta a seguirlo nella sua ideologia politica, mentre Nikhil ama e rispetta profondamente Bimala tanto da lasciarla libera di fare le sue scelte. 

Tutto il romanzo gira intorno alle divese posizioni dei due personaggi maschili: Nikhil è idealista, tollerante, colto e razionale, crede nell'umanità, nella pace e nella lotta non violenta, mentre Sandip, feroce e narcisista, radicale e senza scrupoli, è pronto a tutto, anche a indurre a rubare o a mandare in rovina i più poveri: tutto per la causa, e per il suo successo personale.

Attorno ai tre protagonisti si aggirano personaggi minori: la cognata gelosa, il vecchio maestro di Nikhil e il giovane Amulya, succube di Sandip e affezionatissimo a Bimala, che diventa il simbolo della gioventù bengalese pronta a tutto nel seguire l'ideologia demagogica del nazionalismo.

Il messaggio è forte e chiaro: avvertire dei pericoli del nazionalismo e della violenza, in un periodo in cui lo swadeshi, imposto con la forza, aveva assunto le forme del terrorismo, sfociando anche in violenze comunaliste fra musulmani e induisti.

La forte contrapposizione fra Nikhil e Sandip rende i personaggi un po' schematici, quasi allegorici, come in una favola morale.
In questo senso i due persomaggi risentono del messaggio intellettuale di Tagore, ma così il romanzo diventa anche uno strumento complesso per approfondire una serie di contrasti dell'epoca che sono ancora attuali in India e nel mondo: modernità e tradizione, materialismo e idealismo, illusione e realtà, pubblico e privato, emancipazione della donna e responsabilità. 

È Bimala, in mezzo alle due visioni contrapposte a dare però dinamismo e vitalità al romanzo: è lei che cambia, si evolve, si agisce e si pente, si entusiasma e si ricrede, con gesti concreti che le fanno prendere consapevolezza di sé e muovono i fili dell'azione.

Scritto in bengalese nel 1915 (due anni dopo il Nobel), fu tradotto in inglese nel 1919 dal nipote Surendranath, con la collaborazione di Tagore stesso.
Si può leggere in inglese direttamente qui, oppure in italiano nella traduzione di Chiara Gabutti. 

In attesa di vedere la sua trasposizione cinematografica, a rileggerlo oggi ha tutto il fascino di passioni e sentimenti che sembrano appartenere a un altro mondo, a un'altra epoca o semplicemente ai giorni andati dell'adolescenza, ma che le parole di Tagore tornano a far divampare e rivivere.

09 novembre 2011

Paura del vuoto

di Raj Kamal Jha 

La scorsa settimana stavo cercando di raccontare a un'amica il libro che stavo leggendo e la sua reazione è stata: "ah, ho capito, non è un libro normale, è un libro strano!"
E in effetti è proprio così, questo è un libro strano.

Piccola parentesi (si era capito che mi piacciono le parentesi?): ogni volta è straordinario notare che quando racconto agli altri quello che sto leggendo, loro capiscono di quel libro che non hanno mai letto molto più di me.  Chiusa piccola parentesi.



Paura del vuoto è "strano" perché intreccia tre storie apparentemente indipendenti con rimandi e indizi, con specchi di personaggi immaginari che in realtà sono reali, con sogni che si riflettono da una storia all'altra e ricordi che stanno nel passato ma che forse sono il presente. 
Strano perché c'è un narratore che vola sopra un corvo e personaggi con nomi simmetrici (Rima e Amir, Mala e Alam) che si chiamano e richiamano, perché c'è una bambina con il vestito rosso che sta sulla copertina e che ritroviamo anche dentro a libro, in un bicchiere d'acqua di un sogno, in fondo a un canale o nella sua camera da letto.  

La prima storia racconta dell'incidente di un impiegato delle poste, che viene soccorso da una donna misteriosa e portato a casa sua, a Paradise Park, un grattacielo di vetro attraverso le cui lenti-finestre si vede tutta la città, e molto più lontano.
Nella seconda, una giornalista cerca di investigare sulla morte di una bambina ritrovata in un canale e ripiomba nei suoi ricordi di infanzia, mentre nell'ultima il nostro narratore sul corvo incontra una bambina per rassicurarla del fatto che i suoi genitori non si suicideranno, nonostante l'epidemia di suicidi che dilaga in tutto il quartiere. 

Le tre storie potrebbero vivere indipendentemente e ognuna intreccia mondi tra loro diversi: quartieri distanti di una grande città indiana, il grattacielo dei ricchi con i sobborghi popolari, le grande metropoli e la piccola città di provincia.

Tutto rimane sul filo del mistero, sarà il lettore a collegare i fili e le connessioni invisibili e fragili del destino che uniscono le storie, costruendosi una sua ipotesi. Sempre che non abbia paura del vuoto, perché dovrà volare sulla groppa di un corvo e soprattutto fare i conti con il vuoto di una narrazione volutamente incompleta, con poca trama e tanti interrogativi.

Raj Kamal Jha, giornalista del The Indian Express e autore della Coperta azzurra, crea una scrittura che a tratti diventa onirica e ipnotica ma rimane sempre precisa e attenta al dettaglio nelle descrizioni, e sempre molto poetica.

Di sicuro un esperimento interessante, godibile nella lettura, decisamente curioso, anche se ho il sospetto che non resterà troppo a lungo nelle profondità dell'animo dove si rifugiano le mie letture più care.


27 ottobre 2011

In arrivo il fiume dell'oppio

(con un breve riassunto delle puntate precedenti)

Per chi come me negli ultimi tre anni è rimasto in mezzo ai cavalloni del Nero Oceano, con il cuore in bilico fra la Ibis e una scialuppa di salvataggio fra le onde, è finalmente arrivato il secondo romanzo della trilogia di Amitav Ghosh. 

River of Smoke è uscito in inglese a giugno ed è ora in uscita anche da noi nella traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti con il titolo Il fiume dell'oppio.

In particolare, Ghosh sarà personalmente in Italia a presentare il libro:

 
mercoledì 9 novembre 2011, ore 18:30


Casa delle Letterature
Piazza dell’Orologio 3 
Roma

Presenteranno il libro Irene Bignardi e Goffredo Fofi e sarà presente Amitav Ghosh 


  
E ora provo ad azzardare un breve ripasso della trama di Mare di papaveri, il primo romanzo della trilogia, per chi l'ha già letto e vuole rinfrescarsi la memoria (correggetemi se sbaglio qualcosa - sono passati tre anni!). 
ATTENZIONE: chi invece ancora non l'ha letto, non vada oltre e invece vada sul vecchio post su Mare di papaveri!
Allora.
I vari personaggi si ritrovano tutti nella stessa barca, il veliero Ibis che trasporta coolies dal golfo del Bengala verso le Mauritius, ma ognuno ci arriva con una storia diversa.
Deeti vieni data in sposa a un oppiomane, lungo le rive del Gange rigogliose di papaveri per l'oppio.
Il marito muore, lei porta via la figlia (avuta con l'inganno dal fratello del marito) dagli zii materni e proprio mentre è pronta a buttarsi sulla pira del marito per scappare alle future angherie, viene salvata dalle fiamme da Kalua, un carrettiere intoccabile, grosso e buono. Con lui scappa e si imbarca lungo il Gange come gimirtya, per poi arrivare sulla Ibis. Sulla Ibis stringe amicizia con una giovane donna, Munia, e scopre di essere incinta (di Kalua).
Zachary Reid è un giovane ambizioso e in gamba, figlio di una schiava americana, a cui viene dato il compito di secondo ufficiale della Ibis per il viaggio verso le Mauritius. Ha il supporto di Serang Ali, il capo dei lascari della Ibis, i marinai di tutte le razze possibili dell'Oceano Indiano.
Jodu è un barcaiolo di fiume di una umile famiglia musulmana che riesce imbarcasi sulla Ibis come marinaio. 
Paulette è una ragazza nata in India da genitori francesi. Rimasta orfana di madre alla nascita e allevata dalla madre di Jodu, che è per lui praticamente un fratello, alla morte del padre viene "adottata" da Mrs e Mr Burnham (l'armatore della Ibis, mercante di schiavi e di oppio, ricco e affamato di ulteriore ricchezza). 
Paulette e Zachary si incontrano a una cena in società e si piacciono. 
Paulette scappa dalle grinfie di Mr Burnham e da un matrimonio con un vecchio giudice, e camuffandosi riesce a salire a bordo della Ibis.
Neel è un raja languido e delicato che si indebita, cade in rovina e finisce in prigione, mentre Mr Burnham si impossessa con l'inganno delle sue proprietà terriere. Il suo compagno di cella e di prigionia è Ah Fatt, un oppiomane di Canton, che è anche la prima persona con cui ha un profondo rapporto umano. Entrambi vengono deportati ai lavori forzati e imbarcati sulla Ibis.
Sulla Ibis nel bel mezzo dell'Oceano succedono un po' di guai: Jodu e Munia vengono beccati ad amoreggiare, Deeti viene riconosciuta dallo zio del marito morto: per questo Kalua viene frustato e come se non bastasse si prende una condanna a morte per aver ucciso il suo fustigatore. 
Zachary viene a conoscenza dei rapporti di Serang Ali con i pirati dell'Oceano Indiano e il primo ufficiale, Mr Crowe, viene ammazzato. 
In cinque riescono scappare su una scialuppa: Serang Ali, Jodu, Neel, Ah Fatt e Kalua. 
Deeti, Paulette e Zachary li guardano dalla Ibis mentre si allontano fra le onde. 
E da qui il mare diventa fiume.