19 dicembre 2014

Questa notte è un albero di dolore

Dopo tanto che non scrivo, rifaccio capolino da questo blog. 

Proprio mentre sognavo un viaggio in quelle terre, la tragedia di Peshawar mi ha riportato con grande tristezza a cercare qualche parola fra i poeti pakistani che tanto ho amato, a sfogliare le pagine di libri ingialliti, pieni di amore e dolore.
Ho ritrovato questa poesia di Faiz Ahmad Faiz, poeta pakistano in lingua urdu, che posso solo trascrivere senza aggiungere altro.
(La traduzione è di Alessandro Bausani)

Incontro

Questa notte è un albero di dolore
un dolore grande, più di te, più di me,
più grande, e nei suoi rami
ci sono migliaia e migliaia di carovane
di stelle, con le fiaccole in pugno,
e attorno sperduti mille
chiari di luna: nell'ombra
tutta la luce loro hanno pianto. 

Questa notte è un albero di dolore
un dolore grande, più di me, più di te.

Ma dall'albero di questa notte 
son cadute, pallide foglie,
questi pochi attimi, che 
nelle tue trecce impigliati son fiori di melograno;
e, della sua rugiada, queste poche 
gocce di silenzio sulla tua fronte
sono piovute, candido file di perle.

E' molto nera questa notte,
ma qualcosa vi si scorge, il fiume,
il fiume di sangue ch'è la mia voce:
nell'ombra se c'è ancora una luce,
questa è l'onda del tuo sguardo.
Il dolore, che, ora,
nel giardino delle tue braccia si sta accendendo,
(dolore che ci ha donato questa notte),
se ancora un alito di febbre si aggiunga
al caldo dei tuoi sospiri, si farebbe scintilla.
Scoccate dall'arco d'ogni nerissimo ramo
si son spezzate tante frecce e
l'hanno artigliato, il cuore, e d'ognuna
ho fatto ascia che taglia.

Gli sventurati, gli attristati
non vedono albe, nel firmamento.
Il piccolo punto dove tu e io ora stiamo
è, questo, orizzonte luminoso d'aurora.
E' qui che le scintille del dolore sbocciate
han creato un roseo giardino d'alba.
E' qui che le asce dei tormenti che uccidono
si son cambiate in collane infocate
fatte di lunghe teorie di raggi.
La tristezza che questa notte ci ha dato
è ora certezza d'aurora,
certezza più generosa del dolore
alba forte e grande, più che la notte.

25 agosto 2014

Non solo India: 12 consigli di letture iraniane

Come forse vi sareti accorti, questo blog ha avuto una lunga pausa nei mesi iniziali di quest'anno, in cui in realtà ho letto più che altro in previsione del viaggio di aprile in Iran (posto meraviglioso).
A grande richiesta (!), ecco quindi nella categoria "Non solo India", qualche consiglio di lettura iraniano, fatto dei 12 titoli che si sono aggiunti alla mia libreria.

1.
Hafez, Canzoniere
(a cura di Stefano Pellò e Gianroberto Scarcia, Ariele, 2005)
Su un blog indiano, non posso non iniziare dal grande poeta persiano del quattordicesimo secolo, considerato il poeta classico per eccellenza di ghazal (che trasmigreranno poi nella poesia urdu).
Le sue poesie parlano di amore e vino e, se vi capiterà di andare in Iran, visitate la sua tomba a Shiraz: un bellissimo giardino, pieno di rose e musica, con famiglie iraniane che leggono le sue poesie sulla sua tomba, come i versi di un oracolo. In Iran la poesia è viva. 

2. 
Gialal ad-Din Rumi, Poesie mistiche  
(introduzione, traduzione, antologia critica e note di Alessandro Bausani, Rizzoli, 1988)
Altro grande poeta persiano di ghazal (e non solo), che prima ancora di Hafez ha riformato la poesia persiana, Rumi segue la via delle immagini e della fantasia rispetto a quella del rigoroso rispetto delle regole della metrica, riempiendola di un grido mistico che sembra esprimersi a passo di danza.

3.
Omar Khayyam, Quartine
(a cura di Alessandro Bausani, Einaudi, 1956)
E ancora prima di Rumi e Hafez, abbiamo Omar Khayyam, non solo poeta: matematico e astronomo. Nelle sue quartine troviamo l'amore per il vino e il coraggio dell'affronto a Dio nel chiedergli conto dell'impotenza dell'uomo di fronte alla comprensione del creato e alla morte.
Ricorderete che in suo onore si chiama così il protagonista del "romanzo pakistano" di Rushdie, La vergogna. 

4.
Antonino Pagliaro, Alessandro Bausani, La letteratura persiana 
(Sansoni-Accademia, 1968)
Ammetto che non l'ho letto tutto (solo la parte del periodo classico), ma se vi va di approfondire alcuni aspetti sulla letteratura persiana di qualsiasi epoca, saperne di più della metrica dei ghazal o anche solo leggere alcuni testi tradotti dei principali poeti e scrittori, questa è la Bibbia per eccellenza.

5.
Ryszard Kapuscinski, Shah-in-Shah
(traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, 2001)
Passiamo ora invece con un grande salto alla "Repubblica Islamica dell'Iran": Kapuscinski si trova a Teheran nel 1980 e ricostruisce, documento dopo documento come in un collage, le tappe che hanno portato alla rivoluzione islamica, che diventa non più un evento incomprensibile ma una logica conseguenza di tutti i fatti, i cambiamenti politici, i governi e le ingerenze straniere che fino ad allora si sono succeduti.

6.
Vanna Vannuccini, Rosa è il colore della Persia
(Feltrinelli, 2006)
Negli stereotipi del nostro immaginario sull'Iran, siamo abituati a vedere donne avvolte in chador tutti neri e a una vaga idea di un posto cupo e tetro. Ma l'Iran è il realtà il paese dei motivi floreali e dei colori accesi dei tappeti, delle rose, dei giardini e della poesia. 
L'autrice, corrispondente di Repubblica dall'Iran, ricostruisce la storia che ha ancora una volta al centro la rivoluzione islamica, con ampi capitoli che descrivono aspetti diversi della società e cultura iraniana.

7.
Farian Sabahi, Storia dell'Iran
(Mondadori, 2003)
E' la storia dell'Iran moderno che, anche qui, parte da fine Ottocento e ripercorre tutto il Novecento iraniano. Consigliato a chi si vuole documentare sulla storia iraniana in modo approfondito: ha un taglio accademico ed è molto puntuale ed esaustivo.

8.
Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran
(traduzione di Roberto Serrai, Adelphi, 2004)
Parlando con amici e conoscenti che non lo hanno letto (e forse non hanno letto Lolita), ho capito che tutti hanno frainteso il titolo: le ragazze del circolo semiclandestino di lettura di cui parla questo libro non leggono Lolita di Nabokov per trovarci storie erotiche e proibite. Lo leggono invece a un livello più alto e intellettuale, come metafora del totalitarismo che rende schiave e complici le sue vittime, proprio come Lolita era prigioniera di Humbert. 
In realtà, non leggono solo Lolita, ma anche altri classici della letteratura inglese e americana (James, Austin, Fitzgerald), proposti dall'autrice del libro, professoressa di letteratura in lingua inglese esplulsa dall'università di Teheran.
Un gran bel libro soprattutto per gli amanti della letteratura, per chi crede che i libri possano dare un senso alla propria vita e una chiave di lettura del mondo, anche quando viene a mancare la libertà.

9.
Shirin Ebadi,  La gabbia d'oro
(traduzione di Ella Mohammadi, Milano, Rizzoli, 2008)
Il romanzo dell'avvocatessa iraniana premio Nobel per la pace ripercorre la storia di una famiglia vicina a quella dell'autrice, che riassume tutte le contraddizioni dell'Iran con le scelte diverse di tre fratelli nei periodi più bui della storia iraniana: un convinto comunista, un monarchico fedele allo scià e un militante islamico che crede nella rivoluzione di Khomeini. 
Qua e là ho avuto qualche dubbio: la storia mi sembrava inverosimile, con tre fratelli ognuno in una fazione diversa, e con alcuni inserti di storia dell'Iran che mi sembravano troppo didascalici in un romanzo. Ma in realtà la storia è vera, gli inserti servono a capire e quindi sono funzionali alla storia stessa, che è molto toccante. E lo scopo del libro è anche civile: «Se non potete eliminare l'ingiustizia, almeno raccontatela a tutti».

10.
Hamid Ziarati, Il meccanico delle rose
(Einaudi, 2009)
Vale la pena di leggerlo solo per la sua struttura: il romanzo è fatto di tanti racconti diversi, ognuno racconta la storia di un personaggio. Solo procedendo nella lettura scopriamo che il vero protagonista è proprio il "meccanico delle rose", l'unico che non ha un racconto a suo nome e che compare di volta in volta nelle vite degli altri personaggi: di padri, di donne sofferenti e di figli illegittimi. 
Il protagonista quindi è, come tutti noi, solo una comparsa nelle vite degli altri. E sullo sfondo c'è l'Iran, dagli anni Venti ad oggi.
L'autore, iraniano, vive oggi in Italia ed è in italiano che ha scritto questo libro.

11.
Kader Abdolah, La casa della moschea
(traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, 2008)
La casa della moschea è quella di Aga Jan, commerciante di tappeti e portatore di un islam illuminato. Una casa di 35 stanze, dove c'è un posto per tutti e per tutto: malati, poeti, tappeti, corvi, libri.
A una prima parte del romanzo, fatta di magia, tradizioni e leggende, segue una seconda parte più drammatica, fra la modernizzazione forzata imposta dalla brutale polizia dello scià e l'integralismo religioso: un racconto dei tempi che cambiano, nel rimpianto di un passato che non c'è più.
L'autore, iraniano, vive oggi nei Paesi Bassi ed è in nederlandese che ha scritto questo libro.

12.
Marjane Satrapi, Persepolis
(traduzione di Gianluigi Gasparini, Agnes Nobecourt e Cristina Sparagana, Rizzoli Lizard, 2009)
Infine, non poteva mancare anche la più famosa graphic novel iraniana, da cui è stato tratto il film di animazione candidato all'Oscar.
Con un tratto deciso e con la semplicità del bianco e nero, Marjane Satrapi racconta la sua vita: la sua infanzia in una famiglia progressista, l'avvento della rivoluzione islamica, il periodo della guerra Iran-Iraq, gli anni trascorsi in Austria e il primo disastroso contatto con la società europea, il ritorno in un Iran che trova sempre più deprimente, fino alla partenza per la Francia, dove adesso vive.
Una storia che riesce a far sorridere e piangere insieme.


18 luglio 2014

La morte di Mister Love

di Indra Sinha

Un capitolo della Città color zafferano, di cui parlavo nell'ultimo post, è dedicato al caso Nanavati, che fece molto scalpore in India alla fine degli anni Cinquanta e che finì con l'assoluzione di Kawas Manekshaw Nanavati, incriminato dell'omicidio dell'amante della moglie. 

Nella Città color zafferano non si parla tanto del caso in sé, ma più che altro di come la città di Bombay ha reagito e di come la stampa lo ha trattato, visto che è stato un caso che ha sconvolto e appassionato l'intera nazione.

E' così che mi è ritornato alla mente La morte di Mister Love, il primo romanzo di Indra Sinha, autore che ho tanto amato per Animal al punto che il povero Mr Love è finito un po' in secondo piano e non ha mai avuto un suo post.
Rimedio, anche perché quando l'ho letto (ormai molti anni fa), l'ho letteralmente divorato in una domenica di sole (in una domenica di pioggia sono capaci tutti...) ed è giusto rendergli giustizia, sperando di ricordarmi a sufficienza tutti i risvolti del romanzo.


Oltre alla scrittura elegante e raffinata, l'aspetto forse più riusciuto della Morte di Mister Love è l'abilità nell'intrecciare una trama complessa con grande equilibrio e senza perderne mai i fili, con personaggi che vivono in diversi decenni, da bambini e da adulti, fra l'Inghilterra dei cottage, dei cavalli e del tè e l'India, quella delle montagne un po' soprannaturale e quella sfavillante delle grandi metropoli.

Il protagonista del libro è Bhalu, un indiano che vive ormai da tempo in Inghilterra, dove conduce una vita tranquilla da libraio, con moglie e figlie inglesissime.

La morte della madre Maya, scrittice e sceneggiatrice molto famosa in India negli anni Cinquanta, però, scoperchia vecchi ricordi e misteri: Bhalu legge gli scritti lasciati dalla madre e al funerale ritrova Phoebe, compagna di giochi dell'infanzia vissuta in India e figlia di una cara amica di Maya.

Sarà Phoebe a consegnargli i diari di sua madre, in origine destinati a Maya: leggendo gli scritti delle due donne, il mistero avvolge la storia e Bhalu, un po' impacciato e incerto, andrà alla ricerca del passato, fra gli anfratti della storia di un omicidio, la cui versione ufficiale, già vistosamente bugiarda, nasconde intrecci più intricati, i cui fili (threads, in inglese) o minacce (threats, in questo gioco di parole) si diramano nel presente.

E l'India così ritorna in primo piano, l'India scintillante degli artisti e intellettuali degli anni Cinquanta e quella di oggi, e si annoda a tutte le azioni con le loro infinite conseguenze e inimmaginabili ripercussioni.
Si annoda alla vita di Bhalu, alla sua relazione con Phoebe, ai suoi fallimenti professionali e familiari, ai motivi per cui si è ritrovato a vivere in Inghilterra, al viaggio che servirà soprattutto a fare i conti con se stesso.

Come scrive la madre di Bhalu (che è poi una dichiarazione su questo stesso romanzo):
"Nell’opera di uno scrittore, le storie non sono mai veramente separate.
Cercano di raggiungersi. Si toccano, si mescolano, si separano. Scivolano una dentro l’altra”.

Ed è così che tutte queste storie, fra finzione e realtà storica, si mescolano e scivolano l'una dentro l'altra. Annodarne i fili spetta al protagonista del libro, e anche un po' a noi.


Indra Sinha, La morte di Mister Love, Neri Pozza 2003
Traduzione di Vincenzo Mingiardi
pp. 576, € 18,00

19 giugno 2014

La città color zafferano

Bombay fra metropoli e mito

di Gyan Prakash

Sono ormai rimasta indietro con il blog da mesi: chiedo umilmente perdono a tutti i lettori (se ancora ce ne sono!).
Cercherò di smaltire un po' di libri che aspettano un post da mesi, forse da anni. Cominciamo con quello che, poverino, ho lasciato più indietro, giusto per ritornare subito in uno dei luoghi del cuore: Bombay. 

La città color zafferano è una biografia di Bombay, scritta non da un suo cittadino ma da chi l'ha vissuta come città del mito e del sogno, come città dell'oro.


Gyan Prakash, oggi professore di storia a Princeton, racconta la storia di una metropoli con le radici nel colonialismo, nella modernità e nel capitalismo, che vive di cinema e letteratura, ma sempre con una doppia visione: quella cosmopolita dell'élite alla moda, che si esprime con architetture moderne e urbanistica all'avanguardia, e quella invece dei diseredati, dei poveri e dei lavoratori, che sono poi quelli che mantengono il capitalismo e l'industrializzazione, ammassati negli slum e nei chawl, l'opposto (ma anche lo specchio) dell'architettura più innovativa.

E allo stesso modo, in questo specchio capovolto che è Bombay, il cosmopolitismo si specchia nel suo opposto, nelle tensioni comunaliste che hanno portato la violenza religiosa nella città più internazionale dell'India. 

Nei vari capitoli Gyan Prakash ripercorre la storia di Bombay, dal tempo della dominazione inglese che ha portato il gotico coloniale negli edifici della città, per poi approfondire, arrivati agli anni Trenta, la storia della Progressive Writer Association, con scrittori come Saadat Hasan Manto (consiglio sempre di leggere i suoi racconti!) e Ismat Chughtai. 

Fino al primo cambiamento radicale dell'anima della città con l'indipendenza: una metropoli portuale e industriale, che una volta finita di essere colonia dell'impero inglese si deve reinventare come una città nazionale indiana.
E così, dopo la letteratura degli anni Trenta e le ferite della Partizione, sono il cinema di Bollywood e i film di Raj Kapoor a guidare i sogni di Bombay e di tutta l'India. 

A guidare questo passaggio da coloniale a post-coloniale è anche la "politica del popolo", o in altre parole, il populismo: Bombay diventa la città della cultura di massa, dei tabloid e poi, più tardi, la città che passa dalla sinistra al nazionalismo hindu.

Seguiamo quindi l'ascesa dello Shiv Sena, partito di destra e xenofobo, che cambia appunto il colore della città, dal rosso al giallo zafferano, colore del nazionalismo hindu. 
Per arrivare così alle violenze fra hindu e musulmani degli anni Novanta e al cambio del nome in Mumbai, un ri-battesimo che sancisce la sconfitta della vocazione cosmopolita.

Ed eccoci quindi a oggi, fra progetti urbanistici che si infrangono in una politica corrotta e negli scandali, con un susseguirsi di boom edilizi per cercare di cambiare una città sovrappopolata in un sogno che si può vendere facilmente alle multinazionali, fra slum ed edifici di lusso, in "una città magnifica all'esterno ma marcia dentro".
Fino agli ultimissimi sogni, quelli degli slum, dei tassisti immigrati, dell'antiquariato di Chor Bazar, che recuperano, forse, una dimensione meno disumana.

Gyan Prakash si muove con abilità non solo nella storia, ma anche e soprattutto nella cultura di massa di Bombay, quella del cinema, dei fumetti, dei tabloid e delle riviste scandalistiche, descrivendo tutti questi sogni che sedimentano nei diversi strati di Bombay: niente del passato viene mai veramente spazzato via, tutto confluisce in un intreccio di esperienze, di immaginari, di desideri diversi e contraddittori, di opportunità e di oppressione. 

Rispetto a Maximum City di Suketu Metha, l'altro grande libro che parla della città di Bombay, questo è un libro in cui la ricerca meticolosa, l'urbanistica, l'architettura e gli aspetti storici guidano il racconto.
Laggiù l'autore andava in giro per strada a cercare storie, qui invece c'è tantissima ricerca, storica e letteraria, tantissime citazioni e una lunga bibliografia su Bombay: ma non vuol dire che sia noioso, anzi...

Lo consiglio in modo particolare a chi vuole approfondire la sua relazione con Bombay, iniziata magari visitandola di persona o anche solo attraverso la sterminata letteratura su questa città dei sogni meravigliosa e terribile.

Gyan Prakash, La città color zafferano, Bruno Mondadori 2012
Traduzione di Gioia Guerzoni e Clara Nubile  (un caro saluto a entrambe!)
pp. 286, € 19,00


6 gennaio 2014

Giorni indiani in Italia

Le settimane sono passate veloci e io arrivo solo ora a raccontare i giorni passati con Rajeevan qui in Italia.

Sono stati momenti importantissimi, che mi hanno dato la gioia di ospitare un amico, poeta, scrittore ed editore indiano a casa mia e di ricambiare almeno una volta tutta l'ospitalità infinita che ho ricevuto in India. 
Insieme a lui c'era un medico congolese che faceva parte del suo stesso programma di studio qui in Italia: un'amicizia profonda fra India e Africa, nata sul lago di Como. 

Ma la cosa più bella è stato vedere con i suoi occhi tutta la bellezza che c'è in Italia, di cui sono ben consapevole ma di cui a volte non so più riconoscere la meraviglia. Perdersi fra le calli veneziane, camminare lungo l'Arno, passeggiare in Piazza Maggiore tutta illuminata per il Natale. 
Leggere nel suo, nel loro sguardo, l'esaltazione al sentir parlare di Brunelleschi, di Michelangelo, di Giotto, di Marco Polo, di tutta la storia e di tutta l'arte che avevano letto sui libri ma mai toccato con mano. 
Sentirmi privilegiata a poter essere la loro guida, un modo fin troppo facile per avere la loro riconoscenza.
Riconoscere, in persone provenienti da continenti diversi, lo stesso identico desiderio di viaggiare che a me ha portato in India o in Asia, e capire che la meraviglia della mia prima volta in cui ho visto un tempio indù o un monastero buddhista è esattemente la stessa che loro hanno provato nel vedere la Basilica di San Marco o il Palazzo Vecchio.

Rajeevan ora è tornata a casa sua, a Calicut in Kerala, e mi ha lasciato due bellissimi regali: il suo primo romanzo scritto in inglese, Undying Echoes of Silence (già iniziato!), e le parole che mi ha scritto "cara Silvia, quelli passati in Italia sono stati i giorni più belli della mia vita".

5 dicembre 2013

10 anni dopo

Il tempo, i tempi.
Ci sono cose che hanno tempi diversi dai nostri, da quelli che ci aspettiamo, da quelli che vorremmo, dal nostro "tutto e subito".
I semi piantati crescono, a distanza di anni, o di decenni.
Anche quando ormai ci abbiamo rinunciato e abbiamo stabilito che ormai "non è più tempo". Ma alla fine il tempo non lo decidiamo noi.

Ho conosciuto Rajeevan 10 anni fa, a Calicut in Kerala, nel campus dell'università, a un pranzo in una capannetta di adivasi vicino a un fiume.
Lui era il direttore di una piccola casa editrice, Yeti books, un poeta in lingua malayalam e in inglese. 
Abbiamo parlato di letteratura, poesia, teatro, di India, di religione, di tante cose.

Lui ha provato a venire in Italia una volta che era in Croazia, ma gli hanno rifiutato il visto.
Ho fatto da garanzia per farlo venire qua, giurando per iscritto che se lui diventava un clandestino io andavo nei guai. Gli hanno respinto nuovamente il visto.
Ho provato a contattare tutti i festival di poesia in Italia per cercare di farlo invitare. Nessuno mi ha mai risposto.

Poi sono di nuovo andata a trovarlo a Calicut, questa volta nel suo appartamento in città. Abbiamo parlato tanto che alle sette di sera ci siamo resi conto che ci eravamo dimenticati di mangiare il pranzo.
Ci siamo scritti quando lui era a New York, in Polonia, in Israele, in giro per festival, e ovviamente a casa sua in Kerala.

Dopo tanti festival e workshop in giro per il mondo, finalmente è toccato il momento dell'Italia.
Dopo 10 anni dal nostro primo incontro, lui è arrivato su quel ramo del lago di Como, con il mano il suo romanzo pubblicato in inglese. E da domani saremo insieme saremo a Bologna, Firenze, Venezia.

Tutta la mia relazione con l'India è così. C'è un filo sottile, tanto sottile che a volte non si vede. Ci sono momenti di frenesia folle, e momenti di distacco e di riflessione, ma c'è sempre quell'onda che oscilla e che, quando meno te lo aspetti, raggiunge il suo massimo, come in un ciclo di rinascita.

Se la sua visita fosse avvenuta anni fa quando ci speravo, mi sarei messa a saltare e cantare per l'eccitazione. Ora che è arrivata che non ci speravo più, e quasi me ne ero dimenticata, sono semplicemente e profondamente felice.

Rajeev, benvenuto nel mio paese.
Spero sappia accoglierti allo stesso modo in cui il tuo ha accolto me.


19 novembre 2013

Come diventare ricchi sfondati nell'Asia emergente

di Mohsin Hamid

Amore o denaro? Che cosa conta di più nella vostra vita? E nell'Asia emergente?

Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente uno dei miei giorni passati ad Akanksha, un'associazione indiana che si occupa dell'istruzione dei bambini degli slum di Bombay e di Pune.
La storia è raccontata in questo vecchissimo post, ma in pratica la domanda dell'insegnante alla classe era: conta di più l'amore o il denaro? Le risposte dei bambini che vivono negli slum di Bombay, nel cuore pulsante dell'Asia emergente, sono state chiarissime: il denaro. Senza quello non si va da nessuna parte.

E così lo scrittore pakistano Mohsin Hamid, autore del Fondamentalista riluttante (a proposito: qualcuno ha visto il film tratto dal libro? io non ci sono ancora riuscita...), sulla scia di questa certezza, scrive un libro brillante e originale nello stile, con l'espediente di essere un libro di self-help, di autoaiuto, come quelli per smettere di fumare o riacquistare la fiducia in se stessi.

Come contenuti in realtà non aggiunge molto di nuovo per chi è abituato al filone che potremmo definire "della nuova India emergente e corrotta dallo sviluppo disumano", un po' in stile Tigre bianca (e chi non è abituato troverà il tutto molto interessante, in effetti lo è, per questo alla fine ho letto tanti libri!).
La storia è infatti quella un poveraccio senza nome nato in un villaggio senza nome dell'Asia emergente che si trasferisce in una città senza nome e da lì inizia la sua mirabolante ascesa economica, fino a diventare un imprenditore nel campo dell'imbottigliamento dell'acqua minerale.



I capitoli del libro esplicitano i dodici passi da compiere per raggiungere l'obiettivo più importante (diventare ricchi): trasferisciti in città, fatti una cultura, non innamorarti, evita gli idealisti, impara da un maestro, mettiti in proprio, tieniti pronto a ricorrere alla violenza ecc.

E con questi passi, sempre con spregiudicatezza nel corrompere e nell'allearsi con chi più conta (ma d'altra parte non si può fare altrimenti), seguiamo tutta la sua vita: infanzia, adolescenza, matrimonio, figli, vecchiaia.

Il "tu" persistente con cui l'autore si rivolge al suo protagonista è ben riuscito (se me lo avessero detto prima non ci avrei creduto) e ci coinvolge al massimo nella storia, nelle sue 150 pagine: un'intera vita in poche ore.
Il tutto ha un tono decisamente cinico, ironico, che gioca sugli stereotipi in modo intelligente, e che potete assaporare leggendo qui.

Ma venendo a noi... e l'amore?
Accanto a lui, come in una vita parallela, seguiamo decennio dopo decennio anche la storia della "bella ragazza", che riesce pure lei a diventare ricca partendo da zero (come farà? la modella, anche qui niente di nuovo): un amore possibile, ma ricordiamo che la regola numero tre è "non innamorarti".

E cosa rimane allora alla fine della storia? Una tristezza profonda, un'amarezza infinita che all'inizio non avresti detto per un libro dal tono così "smart". Ed è proprio in questa tristezza la forza del libro: ci chiediamo allora dove stia la felicità, nella vita.

Come diceva una ragazzina dello slum di Bombay, voce fuori dal coro di fronte alla domanda "amore o denaro?": una vita senza amore è una vita triste, e se è triste, che senso ha?


Mohsin Hamid, Come diventare ricchi sfondati nell'Asia emergente, Einaudi 2013  
Traduzione di Norman Gobetti 
pp. 160, € 17,50

22 ottobre 2013

Il sospiro lieve dei sensi

di Tarun J Tejpal

Un romanzo davvero forte e inquietante.

Nelle prime pagine il protagonista inizia a raccontare la sua storia a un registratore, ha poco tempo, perché fra poco arriveranno a ucciderlo. Capiamo che è fuggito da qualche posto e si è rifugiato a vivere insieme a una donna, in una vecchia casa in un villaggio indiano.

Ci racconta in modo dettagliato tutta la sua vita, affinché nella "farmacia delle storie del mondo" qualcuno possa trarre giovamento dalla sua: è vissuto all'interno di una grande comunità (o setta, ma questa parola non viene mai usata) che segue i dettami di Aum (letto "ohm", la lettera primordiale dell'universo), un guru-profeta che durante la sua vita ha fondato un nuovo modello di vita in una valle dell'Himalaya, lontano da tutte meschinità del nostro mondo: il possesso, l'ego, l'invidia, l'individualismo, la disuguaglianza.

La storia, al crescere del protagonista, che cresce non solo anagraficamente ma anche nella gerarchia del mondo di Aum (perché anche se tutti sono uguali anche qui c'è sempre chi è più uguale degli altri), è anche un crescendo di brutalità.

All'inizio si può forse anche apprezzare la struttura sociale nello sforzo di limitare l'ego e promuovere l'uguaglianza: i bambini non hanno una sola madre, ma più madri, ad allattarli ed accudirli, indipendentemente da chi sia la madre biologica, non dormono mai nello stesso letto per non avere un posto a cui legarsi, vengono fatti meditare ed educati collettivamente, quando diventano adolescenti gli viene messo "il volto", una maschera che li renderà tutti definitivamente uguali.
Ed è al "volto" che si rifà il titolo originale in inglese "The valley of masks" (anche qui non commento la resa in italiano...).

Ma a poco a poco capiamo che il fine della vita di ognuno è sempre la "fratellanza", l'ideale di una società perfetta di puri, a discapito dell'amore di ogni tipo (fra uomo e donna, fra genitori e figli, dell'amore anche solo per la musica), visto come fonte di attaccamento, e a discapito anche della vita umana.

La donne sono impiegate come madri, per partorire e allevare i neonati, oppure per soddisfare le esigenze sessuali degli uomini, nell'Harem dell'Effimera Felicità, perché i piaceri non vengono mai repressi, ma controllati (sì, in partica è un bordello...).
(E aggiungo che questo ruolo delle donne, insieme al punto di vista del protagonista, rende il romanzo molto "maschile".)

Tarun J Tejpal ha inventato con grande immaginazione un'intera mitologia di questa società, in cui si trovano richiami alle storie di tutti i grandi profeti: la nascita e la vita di Aum, la sua fuga e la lunga marcia per la libertà, i suoi stretti seguaci, i suoi insegnamenti ormai leggendari, le sue epiche lotte contro l'umanità corrotta.
E ha anche inventato una toponomastica molto particolare: il Mausoleo dell'Ego, il Cratere delle Resurrezioni, la Stanza delle Verità Interiori.

La storia è ambientata sull'Himalaya e ci sono riferimenti al fatto che sia in India: i nomi possibili per i bambini, prima che abbandonino il loro nome e diventino un codice alfanumerico più anonimo, sono quelli dei cinque fratelli Pandava del Mahabharata, nel villaggio in cui il protagonista è scappato c'è l'India delle caste, dei matrimoni combinati, della musica e dei negozietti per le strade.
Ma a parte questi, che nella storia sono solo dettagli, il romanzo potrebbe essere ambientato ovunque: non ha alcuna importanza perché il mondo di Aum e la sua distorsione della realtà è universale, al di fuori della storia e della geografia.

Eppure, come scrive Tashi Tahoor in questo articolo, solo un indiano poteva scrivere un libro così, una distopia così forte e razionale, una metafora della società che sacrifica l'individuo a scapito di ideali più alti e puri. Di certo non sarà il primo romanzo di questo tipo nella storia della lettaratura, ma è scritto con grande originalità e immaginazione.

Alcune parti potranno sembrare eccessive, alcune descrizioni esageratamente crudeli o grottesche, alcune svolte della trame un po' forzate, ma tutto serve per raccontare l'alienazione prima e la presa di coscienza poi, per ribadire l'importanza di poter canticchiare, amare una donna, un gattino, una tazza di té, fino a realizzare che "il dubbio e la fede dovrebbero alternarsi come il giorno e la notte".


Tejpal Tarun, Il sospiro lieve dei sensi, Garzanti 2013
Traduzione dall'inglese di Silvia Ruta Sperti
pp. 364, € 18,80 

14 ottobre 2013

Imperi dell'Indo

La storia di un fiume

di Alice Albinia

È un viaggio che ho sognato anche io, un giorno sulle sponde dell'Indo ad Alchi, in Ladakh, quello di poter percorrere il fiume fino alla foce nel Mare Arabico, lasciandosi portar via dalla sua corrente impetuosa che dona angoli verdi di vegetazione in un deserto d'alta montagna.

Alice Albinia, giovane giornalista inglese, ha fatto invece questo viaggio a ritroso, controcorrente, dalla foce fino alle sorgenti dell'Indo. 

L'Indo è il fiume che ha dato il nome all'India e all'induismo, ma che oggi per la maggior parte scorre in Pakistan, un fiume che ha visto le prime città del mondo, che ha attratto conquistatori assetati e lungo cui sono passate le principali religioni e civiltà del subcontinente, un "fiume selvaggio e magnifico, moderno, storico e preistorico", anche se oggi viene continuamente messo in pericolo dall'incuria dell'uomo e dalle dighe.

Leggere Imperi dell'Indo, pubblicato in inglese nel 2008 e ultimamente tradotto in italiano, è davvero un viaggio, pieno di dettagli e di documentazione accuratissima, attraverso le varie genti che popolano le sponde di questo fiume.
Non è solo il resoconto di un viaggio, se pur enorme e avventuroso, ma un vero e proprio un viaggio nella storia, anche questo a ritroso: ogni capitolo è una tappa del viaggio dell'autrice e uno squarcio nella storia, sempre più indietro nel tempo.


Alice Albinia parte da Karachi e dai disordini della Partizione che in questa città sono arrivati un po' in ritardo, passando per il Sindh e la sua società feudale, i suoi monasteri sufi dove il sincretismo religioso rivela aspetti inattesi che sfociano in feste religiose catartiche.
A Hyderabad (la Hyderabad pakistana) conosce la comunità sheedi, i discendenti degli schiavi africani che ancora danzano al ritmo di musiche africane, divisi fra la conservazione delle loro tradizioni e il desiderio di integrarsi nella società pakistana.

L'autrice risale il Punjab pakistano per addentrarsi nelle storie dei sikh, per poi farsi ospitare a casa dei patshun e nelle zone tribali del nord, dove l'islam convive con tradizioni pre-islamiche.
Va sulle tracce del buddhismo nella valle dello Swat, dove le statue del Buddha sono state distrutte dai talebani, e poi ancora più a nord fra i monti dell'Himalaya, viaggiando a piedi tra la popolazione dei kalash, forse gli arii del Rig Veda, il più antico testo sanscrito, e poi, passando in India, tra il popolo dei dardi del Ladakh.

Fino alle sorgenti dell'Indo, sconosciute quasi a tutti e difficili da raggiungere, in un Tibet in cui i cinesi costruiscono dighe senza rispetto per questo fiume così ricco di storia.

L'autrice compie qualche deviazione dal corso del fiume: in India sulle tracce di Guru Nanak, il fondatore della religione sikh, e in Afghanistan sulle tracce di Mahmud di Ghazni, uno dei più decisi invasori musulmani dell'India.

In questo viaggio nella storia percorriamo così le orme di esloratori britannici del colonialismo ottocentesco, di sovrani Moghul, dell'imperatore Ashoka, di Alessandro Magno.
Sempre più indietro nel tempo, percorrendo tutte le tappe principali di questa vasta regione, fino all'età della pietra, e ancora prima: verso la parte finale del viaggio la storiografia diventa archeologia fra i petroglifi del Ladakh, per diventare poi geologia, e ripercorrere la nascita stessa del fiume con la formazione della catena himalayana.

Nelle pagine di Imperi dell'Indo, tutto è approfondito, documentato, non c'è niente di superficiale.
La ricchissima conoscenza della storia, della lingua, delle popolazioni e della politica riesce a dare un affresco di una realtà molto sfaccettata, di un Pakistan tutt'altro che monolitico, ma che ha invece un'enorme diversità etnica e religiosa, e migliaia di anni di storia. 

Alice Albinia è veramente brava a descrivere con empatia tutta questa affascinante e problematica diversità, senza mai cedere a sentimentalismo, orientalismo o quant'altro: sa sempre tirarsi indietro al momento giusto per far sì che siano le storie e la storia dell'Indo a essere sempre in primo piano, e non se stessa, anche quando racconta delle sue avventure più "estreme" (tipo passare il confine con l'Afghanistan attraverso i passi più pericolosi, farsi ospitare e camminare a piedi nelle aree tribali o in Tibet).

A parte le dovute e illuminanti eccezioni, in generale non sono una gran lettrice di libri di viaggio, ma qui mi sono davvero entusiasmata, quasi più che con un romanzo, perché di fronte a tanta sapienza tanto ben esposta non ho potuto far altro che continuare a leggere avidamente capitolo dopo capitolo.

Alla fine, il viaggio che avrei voluto fare lungo l'Indo mi è sembrato di averlo fatto davvero e non riesco a provare neanche una punta di invidia nei confronti dell'autrice (come spesso mi accade invece leggendo resoconti di viaggi che mai potrò fare), ma solo una profonda ammirazione: Imperi dell'Indo è il libro più interessante che ho letto negli ultimi anni.


Alice Albinia, Imperi dell'Indo - La storia di un fiume, Adelphi 2013
Traduzione di Laura Noulian 
pp. 493, € 30

15 settembre 2013

Il suono del respiro e della preghiera

di Tahmima Anam 
  
Di Tahmima Anam, scrittice originaria del Bangladesh emigrata in Inghilterra, avevo letto I giorni dell'amore e della guerra, ambientato durante la guerra di indipendenza del 1971.
Il libro mi era piaciuto, anche se non mi aveva convinto fino in fondo.

Ora mi è arrivato direttamente dal Bangladesh, da due miei carissimi amici viaggiatori (grazie!), il secondo romanzo della scrittice, The good muslim che è poi la continuazione del primo. In realtà si può anche leggere in modo indipendente e sta perfettamente in piedi da solo, ma se li volete leggere entrambi, iniziate senza dubbio dai Giorni dell'amore e della guerra.
Solo una precisazione sui titoli italiani: qui The good muslim originale è diventato Il suono del respiro e della preghiera. Non dico altro...



Questo secondo romanzo, che poi dovrebbe essere seguito da un terzo, mi è piaciuto più del precendente.
Mentre nei Giorni dell'amore e della guerra si parlava del grande idealismo che aveva mosso la guerra di indipendenza contro il Pakistan, delle lotte degli studenti, delle promesse di un paese libero, anche se in mezzo a una guerra atroce e cruenta, in A good muslim si parla delle disillusioni postbelliche, dei tempi e degli animi cambiati, di tutto un mondo andato in frantumi.

Il punto di vista è sempre quello della stessa famiglia: la vedova Rehana con i suoi due figli, Maya e Sohail.
La narrazione è costruita alternando due momenti storici, in modo da lasciare sempre un po' di suspense e di interrogativi nell'animo del lettore: l'anno successivo alla fine della guerra, il 1972, e tredici anni dopo la guerra, nel 1984, quando Maya, la protagonista del romanzo ritorna a casa dalla madre per la morte della cognata, dopo aver lavorato come ostretica in un villaggio del nord.

Tornando a casa Maya trova un mondo che non riconosce più e che sembra aver dimenticato tutti i vecchi ideali: gli amici che avevano combattutto per l'indipendenza ora danno party e feste alla moda, i criminali di guerra sono tranquillamente in libertà, un dittatore governa il paese intrattenendosi con gli ex-nemici, le donne vittime di stupro durante la guerra sono state dimenticate e lasciate a loro stesse. 

Ma soprattutto a esser cambiato è il fratello Sohail: ha bruciato tutti i libri tranne il Corano ed è diventato un integralista, perso fra sermoni, incontri religiosi e preghiere collettive. Suo figlio è la vittima principale di questo suo fanatismo: un bambino sempre sporco, senza istruzione, trascurato e dimenticato, che Maya cercherà di salvare.
Capiamo a poco a cosa ha portato a tutto ciò, perché Maya se ne è andata di casa, perché è tornata, perché i rapporti fra i due fratelli sono ora impossibili, e alla fine, anche il perché della scelta di Sohail.

Nel romanzo la tensione rimane sempre alta e, con la sua prosa intensa e scorrevole, si legge tutto di un fiato. Alcuni passaggi sono un po' melodrammatici per i miei gusti (notoriamente da persona acida e cinica...), ma la storia è ben orchestrata, i personaggi sono affascinanti e la descrizione della disillusione della post-indipendenza è davvero toccante.

Tahmima Anam, Il suono del respiro e della preghiera, Garzanti 2011
Traduzione di Alba Mantovani
pp. 312 , € 17.60