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Visualizzazione dei post con l'etichetta Bengala

L'Isola dei fucili

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di Amitav Ghosh L'ultimo libro di Amitav Ghosh, L'Isola dei fucili , è la continuazione reale e ideale del romanzo Il paese delle maree del 2004. Reale, in quanto i personaggi sono proprio gli stessi, fotografati anni dopo la vicenda descritta nel Paese delle maree . I deale perché è la storia parte dai cambiamenti avvenuti nelle  Sundarban, l'enorme ecosistema alla foce del Gange che si sviluppa  in un labirinto di corsi d'acqua, isole, canali e foreste di mangrovie. (Non preoccupatevi però: anche se non avete letto il Paese delle maree , potete tranquillamente leggere L'Isola dei fucili senza che vi manchino dei pezzi.) Ma il nuovo romanzo è soprattutto il seguito ideale della Grande cecità , il saggio del 2016 in cui Ghosh rimprovera alla cultura di non saper parlare dei cambiamenti climatici e di non essere stata capace di costruire un immaginario forte su questo tema (anche se, a distanza di tre anni, l'immaginario è già molto cambiato). N...

La vita degli altri

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di Neel Mukherjee Le prime potentissime pagine di questo romanzo ci portano nel cuore della campagna bengalese degli anni Sessanta.  Per capire le dinamiche familiari, politiche e sociali dell'epoca, avremo altre 600 pagine, ma all'inizio ce ne bastano solo tre per entrare nel vivo della questione, con la storia di Nitai Das, un contadino che, letteralmente ridotto alla fame, decide di ammazzare se stesso e tutta la sua famiglia piuttosto di continuare a vivere nella sofferenza. La storia che Neel Mukherjee, scrittore indiano nato a Calcutta, racconta nel resto del libro non è però questa. Quella di Nitai Das è solo un prologo per introdurre la storia dei Ghosh, una ricca famiglia sulla via della decadenza nella Calcutta degli anni Sessanta, quando le rivolte di stampo maoista infiammavano la vita bengalese tranquilla e, fino ad allora, sempre uguale a se stessa. Chi già frequenta la letteratura indiana, conoscerà il tema dei naxaliti, i ribelli maoisti c...

Tree without roots (Lal Shalu)

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di Syed Waliullah Cerco ora di recuperare un po' e di parlare dei libri che ho letto nell'ultimo inverno che ancora non si sono guadagnati un loro post in queste pagine. Mi riattacco al discorso sulla letteratura del Bangladesh (se a qualcuno fosse sfuggito qualcosa dopo tutto questo tempo, vi ricordo la pappardella in due puntate qui e qui ): è ora giunta la volta di  Tree without roots di Syed Waliullah (1922-1971), che ha molto gentilmente spedito Mahmud Raman . Il libro è stato pubblicato in bengali nel 1948 con il titolo di Lal Shalu (stoffa rossa) e poi è stato tradotto in inglese nel 1967 dal suo stesso autore, che nel tradurlo l'ha anche un po' reinventato. La storia è quella di Majeed, che arriva come straniero in un piccolo villaggio bengalese. Majeed riesce a convincere abbastanza facilmente gli abitanti del villaggio che una vecchia tomba abbandonata subito fuori il centro abitato è il realtà il mausoleo di un santo, di cui si autoproclam...

Black ice (Kalo Barof)

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di Mahmudul Haque Parlare della Partizione senza parlarne Siamo subito trasportati dalle prime pagine, immediate, piacevoli e vivide, nel mondo dell'infanzia del protagonista. Un mondo dove il protagonista si succhia il pollice, si innamora di una ragazza che parla ai pesci e agli uccelli, non vuole andare a scuola, interagisce con i personaggi del vicinato: una vecchia a cui rubare la frutta, la madre credulona, gli amici dei genitori visti con la fantasia di un bambino. Ma presto capiamo che ora niente è più come prima.  Capiamo che è il nostro protagonista che sta scrivendo della sua infanzia, sollecitato da un amico, e che a ogni capitolo dedicato all'infanzia ne seguirà uno ambientato nel presente.  In questo intervallarsi di presente e passato, seguiamo così la storia di Abdul Khaleq, prima un bambino vivace e simpatico in un sobborgo di Calcutta, ora un insegnante in un college decadente in un villaggio di provincia del Bangladesh, un uomo poco espansi...

Per saperne un po' di più della letteratura del Bangladesh (seconda parte!)

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Eccomi qui a continuare il riassunto del talk di Mahmud Rahman sulla letteratura del Bangladesh. (La prima puntata è qui ). Era venuto il momento di parlare in particolare di tre scrittori, a loro modo rappresentativi, e quindi eccoli qua. ------------------------------------------------     Mahm udul Haque     Mahmud Rahman ha una vera e propria passione per Mahmudul Haque : inizialmente è stato affascinato da una sua intervista, poi dai suoi libri - divorati - e in fine anche dalla sua persona. Ha deciso così di tradurre un suo libro e di andarlo a conoscere. Il primo incontro, nella sua casa piena di mobili, è diventato una conversazione di cinque ore, solo la prima di molte altre. La biografia di Mahmudul Haque è quella di uno scrittore emerso nel periodo post-Partizione: tre anni dopo la Partizione , a 10 anni, si spostò con la famiglia dalla periferia di Calcutta a Dhaka. Da qui, una volta scappò da casa per tornare a Calcutta, delus...

Per saperne un po' di più sulla letteratura del Bangladesh

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In seguito al post su 1971 di  Humayun Ahmed , con mia grande gioia e sorpresa, mi ha scritto Mahmud Rahman , l'autore di Killing the water (ricordate, il bel libro di racconti dal Bangladesh), per consigliarmi molto gentilmente alcuni romanzi bangladesi recentemente usciti in traduzione inglese. Mi ha anche mandato il link a un suo talk tenuto ad Austin in Texas sulla letteratura bangladese contemporanea. Ho trovato il tutto utilissimo, visto che i libri di scrittori bangladesi qui da noi sono ancora molto rari e del Bangladesh si sa davvero poco. Qui potete vedere il suo talk " From war stories to pulp ", ma faccio anche io un riassuntino per chi preferisce leggere in italiano (adoro fare riassuntini, se non si fosse capito!), sperando possa invogliare nuove letture (e traduzioni?). ------------------------------------------------------------   Mahmud Raman è emigrato negli Stati Uniti dal Bangladesh. Parlando di influenze letterarie, prima di scri...

Intervista a Dhananjay

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Ancora storie bengalesi Tanto per restare in tema e continuare con altre storie bengalesi dopo avervi già abbondantemente annoiato con gli ultimi post su Tagore , qualche tempo fa avevo chiesto al mio amico Dhananjay di essere intervistato all'interno di un articoletto sulle letterature dell'India. L'articolo poi non è uscito del tutto, e allora ecco qui questa piccola intervista.  Dhananjay Ghosal è stata la mia guida "turistica" a Calcutta e nel Bengala, ma soprattutto è stato (ed è sempre di più) la mia guida spirituale in quello splendido e sconfinato territorio che è la letteratura bengalese.  Dhananjay ha scritto varie raccolte di poesie e romanzi in bengalese (ed è stato scelto come uno dei rappresentati della letteratura bengalese l'anno scorso al Salone del libro di Torino, dove ci siamo conosciuti). Se avete altre domande non esitate a chiedere! Parlaci di te: che cosa hai scritto e quali sono i tuoi temi preferiti? Scrivo poesie...

L'ufficiale postale, il vagabondo, Mashi e altre storie

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di Rabindranath Tagore " Quando il battello si mosse, e il fiume gonfio di piogge come una corrente di lacrime sgorgata dalla terra turbinò singhiozzando a prua, provò una specie di pena al cuore: il viso angosciato di una contadinella parve per lui il grande dolore inespresso che pervadeva la Madre Terra stessa. " È una storia di nostalgia e struggimento, di languore e abbandono, di solitudine e malinconia, sullo sfondo della bellezza di una natura che non consola. È la storia di un ufficiale postale che da Calcutta viene mandato in una zona rurale, nei pressi di una piantagione d'indaco e di uno stagno verde e limaccioso, nel bel mezzo di un folta vegetazione. L'ufficiale dall'animo metropolitano soffre intensamente di solitudine, ma alla sera trova la compagnia di Ratan, una orfanella che lo aiuta in cucina e a cui lui insegna a scrivere. La nostalgia della città e la vita in un posto insalubre indeboloscono l'ufficiale postale, che sceglie d...

Le pietre maledette

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di Rabindranath Tagore Le pietre affamate che divorano storie umane Continuo con il mio revival tagoriano in preparazione al River to river . Dopo La casa e il mondo , ho riletto anche alcuni racconti, in particolare quelli della raccolta Le pietre maledette , in attesa di vedere il film di Tapan Sinha , tratto dal racconto che dà il nome alla raccolta ( Kshudita Pashgan in bengalese, The Hungry Stones nella traduzione inglese, che si può leggere qui ). Tagore, forse da noi conosciuto principalmente come poeta, fu un prolifico autore di racconti,  fin da molto giovane: scrisse il primo racconto a 16 anni e i suoi primi lavori furono pubblicati nella rivista per bambini Balak. Gli anni Novanta dell'Ottocento furono un periodo dorato per la sua produzione di racconti e Le pietre maledette sono di questo periodo, del 1897.   Il racconto in questione è una ghost story tutta indiana. Un narratore anonimo incontrato sul treno racconta la sua storia: ...

La casa e il mondo

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di Rabindranath Tagore Avete visto il programma del River to river , il festival di cinema indiano che ogni anno agli inizi di dicembre si tiene a Firenze? Quest'anno io ci sarò, anche perché c'è un interessante "focus su Tagore". Anche perché vorrei recuperare, visto che quest'anno mi sono persa tutti gli eventi a Calcutta per il 150esimo della nascita di Tagore, di cui però mi hanno prontamente mandato notizie e impressioni, riuscendo così a farmi impazzire dalla nostalgia. Uno dei film che saranno proiettati è di Satyajit Ray, girato nel 1984 e tratto da un romanzo di Tagore, Ghare Baire (La casa e il mondo) del 1915. Ho riletto il romanzo in questi giorni per l'occasione e quindi eccomi qui a consigliarvi di leggerlo (anche se non sarete al River to river !). Con una sola avvertenza: lo stile di Tagore, ai nostri occhi moderni, ha un ritmo lento, un sapore antico, fatto di sospiri e di discorsi sentimentali, molto poetico, totalmente ...

Days and nights in the forest (Aranyer Din Ratri)

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di Sunil Gangopadhyay Il film di Satyajit Ray Days and nights in the forest proiettato la scorsa settimana al River to River è capitato proprio a fagiolo, visto che ho appena finito il bel romanzo da cui è stato tratto. Days and nights in the forest ( Aranyer Din Ratri ), scritto in bengali nel 1968 e tradotto solo ora in inglese, è il secondo romanzo di Sunil Gangopadhyay, scrittore e poeta osannatissimo in Bengala ma poco conosciuto da queste parti. Sunil Gangopadhyay è nato nel 1934 in un villaggio che oggi sta in Bangladesh e vive a Calcutta. Ha iniziato soprattutto come poeta fondando la rivista letteraria Krittibas , ma ha scritto poi anche decine di romanzi, vincendo il Sahitya Akademi Award nel 1985 per il romanzo storico Those days ( Sei Samay ), e oggi è il presitente della Sahitya Akademi (la rinomata accademia letteraria indiana). Chi è stato al Salone del Libro di Torino, lo ricorderà a presentare le letterature in lingue indiane e a recitare le sue poesie. Recen...

River to River 2010

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Anche quest'anno sarò per due giorni al River to river , il festival di cinema indiano che si tiene a Firenze dal 3 al 9 dicembre. Spero sia l'occasione per rivedere gli amici appassionati d'India che ho conosciuto negli ultimi due anni e per conoscerne nuovi. Il programma è sul sito del Festival e quest'anno la retrospettiva è su Satyajit Ray, il grande regista bengalese: scelta molto gradita, visto che ho ancora il Bengala nel cuore e che sto leggendo alcuni libri da cui i suoi film sono stati tratti. Dei film di Satyajit Ray proiettati a Firenze, per esempio, Aranyer Din Ratri ( Days and nights in the forest ) è tratto dal romanzo omonimo di Sunil Gangopadhyay, rinomatissimo autore bengalese che forse alcuni di voi hanno conosciuto al Salone di Torino. Jalsaghar ( The Music Room ) viene da un romanzo di Tarasankar Bandyopadhyay (1898-1971) e Charulata ( The lonely wife ) da Nashtaneer , un racconto di Tagore ora tradotto in inglese e in uscita in In...

Tagore e i Baul

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"Mi accadde un giorno di ascoltare il canto di un mendicante appartenente alla setta bengalese dei Baul. Ciò che mi colpì nel semplice canto di quel mendicante fu la religiosità che esprimeva, né grossolanamente concreta per l'eccesso di crudi dettagli realistici, né resa metafisica da una troppo rarefatta trascendenza.  Inoltre quel canto era vivo di una amicizia sincera. Esso parla dell'intenso desiderio del cuore per quanto di divino risiede nell'Uomo e non nel tempio, in scritture, immagini e simboli. Il credente rivolge il suo canto all'Uomo ideale dicendo: Templi e moschee ti sbarrano il cammino, ed io non posso udire il tuo richiamo, e non mi posso muovere, quando maestri e preti stanno rabbiosi tutti intorno a me. Egli non segue alcuna tradizione cerimoniale, piuttosto crede semplicemente all'amore. Secondo lui L'amore è pietra magica, che muta col suo tocco la brama in sacrificio. E prosegue: A causa dell'amore vuol far...

Omaggio a Mahasweta Devi

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Proprio nei giorni scorsi, a proposito di scrittori che scrivono in bengali, si parlava qui sul blog di Mahasweta Devi. Delle sue storie, dure e spietate, avevo raccontato anche qui qualche anno fa. Ricevo oggi quest'invito per un pomeriggio di fine ottobre a Roma con la grande scrittrice.  Purtroppo io non potrò andare, ma inoltro volentieri per tutti quelli che vorranno conoscere Mahasweta Devi e il mondo che lei racconta. Sabato 30 ottobre, alla Casa internazionale delle donne ore 16.30, Sala Tosi, Via della Lungara, 19 - Roma Mahasweta Devi, scrittrice e attivista sociale, da oltre mezzo secolo combatte, con l’attenzione, la trasmissione e il racconto, contro le violenze di cui sono oggetto soprattutto le donne delle popolazioni tribali dell’India, gli adivasi . Devi, di cui in Italia conosciamo La preda e altri racconti , La cattura , Invisibili e La trilogia del seno , usa la memoria e l’infinita ricchezza delle lingue del subcontinente per rendere v...

Il Bangladesh al di là del fiume

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Taki è una piccola città indiana sull'Ichamati, il fiume che segna il confine fra India e Bangladesh. In sé non ha vere e proprie attrazioni turistiche, ma visitarla con Pradeep, un pittore amico di Dhananjay, è stata un'esperienza memorabile, alla scoperta del busto di Chandra Ray (lo scienziato bengalese), del crematorio e dei chioschi di chai, della scuola dove tutti mi chiedono se per favore possiamo parlare per 5 minuti in inglese, delle barche di pescatori lungo il fiume. Per poi addentrarci nei dintorni: rurali, verdissimi e poveri, dove piccoli tempietti dedicati a Kali e a Durga spuntano come funghi sotto gli altalenanti scrosci del monsone, e dove gli uomini si lavano nella fitta ragnatela di ruscelli che imprigiona e nutre la vegetazione. Per chi l'ha visto, sembra di essere dentro Pather Panchali , lo splendido film di Satyajit Ray (e per chi non l'ha visto, consiglierei di farlo - intanto mi sto leggendo il libro). Per Pradeep quest...