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Visualizzazione dei post con l'etichetta Indian Writing in English

Intervista a Paritosh Uttam

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Breve riassunto delle puntate precedenti: Paritosh Uttam, che avevo conosciuto attraverso il suo interessantissimo blog sull'Indian Writing in English, ha appena pubblicato un romanzo per la collana Metro reads della Penguin Books India , dedicata a giovani lettori metropolitani (rimando al post sul suo libro , Dreams in Prussian Blu ). Oggi ci dedica molto gentilmente un'intervista. Io spero che il suo romanzo, oltre alle parole che corrono sul filo del web, possa anche arrivare fin qui anche in carne e ossa, o meglio, in carta e inchiostro.   Paritosh al parco che scrive   Ci puoi dire qualcosa su di te e di come sei arrivato a scrivere Dreams in Prussian Blu ? Ho 33 anni, sono sposato e abito a Pune, una città vicino a Mumbai. Lavoro come ingegnere informatico ma mi è sempre piaciuto leggere e scrivere.  Dreams in Prussian Blue è il mio primo romanzo a essere pubblicato, ma è il secondo che ho scritto: mentre cercavo di pubblicare il mio prim...

Kamala Das

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È da un po’ che volevo tornare dove per me tutto iniziò, in Kerala, e scrivere di Kamala Das, poetessa e scrittice in inglese e in malayalam. Volevo tornare in quella calda mattina all’università di Calicut, passata a parlare per ore con Sreeta, una dottoranda immersa nei suoi studi sui poeti contemporanei del Kerala. Ricordo che Sreeta mi disse: se ti potessi fare un solo nome, fra tutti i miei poeti, senza dubbio sarebbe quello di Kamala Das. Mi è giunta solo ora la notizia che la poetessa indiana è morta domenica scorsa, il 31 maggio, a 75 anni, in un ospedale di Pune. Nata in Kerala nel 1934 da una famiglia indù, Kamala Das venne data in sposa a 16 anni a cugino più anziano di lei con cui si trasferì a Calcutta. Personalità controversa e rivoluzionaria, descrive nei suoi racconti e nelle sue poesie le emozioni intime e intense di una donna indiana in una società in cui è difficile poter parlare dei propri sentimenti. Nel 1999 si è convertita all’Islam, fra critiche e scalpor...

Il buio non fa paura

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di Shashi Deshpande Mi è capitato più volte. In mezzo ai discorsi sull'autenticità dell' Indian writing in English , quando amici indiani mi storcono il naso di fronte ad Arundhati Roy o a Kiran Desai, chiedo di dirmi una scrittice a loro avviso più "autenticamente indiana" . Esce spesso il suo nome. Shashi Deshpande. "Lei scrive sì che per gli indiani, non per compiacere un pubblico occidentale e vincere premi internazionali" , dicono. Ho visto ora che è appena stato ripubblicato dalle edizioni e/o un suo romanzo del 1980, Dark holds no terror , che avevo letto nella vecchia edizione di Theoria presa in prestito dalla biblioteca, con il titolo Il buio non fa paura . Il romanzo è stato ora ritradotto con il titolo Il buio non nasconde paure . Di Shashi Deshpande si può dire che in realtà ha qualche annetto in più di Arundhati Roy e Kiran Desai (è del 1938, quindi se mai è della generazione della Desai madre, Anita) e che nei suoi romanzi ha ...

Crepuscolo a Delhi e la sua storia

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Provo ora a raccontare qualcosa della storia che sta dietro a Crepuscolo a Delhi di Ahmed Ali. La faccenda è complessa e attingo a piene mani (cioè scopiazzo come al solito) dall'introduzione dell'autore scritta nel 1993, più di 50 anni dopo la prima pubblicazione, e dalla postfazione di Vincenzo Mingiardi, autore della mirabile traduzione e curatore dell'edizione italiana. Intanto, due parole su Ahmed Ali. Nato nel 1910 a Delhi, fondò nel 1932 lo All India Progressive Writers's Movement insieme ad altri scrittori, fra cui Raja Rao e Mulk Raj Anand . Il movimento si proponeva di occuparsi delle questioni fondamentali (fame, povertà, arretratezza) per promuovere la trasformazione sociale di cui l'India aveva bisogno. Nel 1947, quando arrivò l'indipendenza e il subcontinente fu diviso in due, Ahmed Ali si trovava in Cina e gli fu negato il ritorno in patria, in quanto musulmano. Visse così da esule in Pakistan per il resto della sua vita. Nell'intr...

Mare di parole

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Non è un mistero che a me piacciono i libri linguisticamente densi, con tante parole, anche in lingue diverse, anche difficili, anche ricercate o inusuali, anche con il rischio del sovrabbondante, del barocco. Linearità e semplicità non fanno per me, almeno nelle letture di piacere. In questo senso Mare di papaveri mi ha soddisfatto parecchio. La prima cosa che avevo letto non appena l'ho comprato è la nota dei traduttori (che è alla fine del libro... ciò la dice lunga su come io legga i libri). In questa nota i traduttori (Anna Nadotti e Norman Gobetti) dicono che tradurre questo romanzo di Ghosh è stata una vera e propria sfida, perché ogni personaggio parla un inglese diverso, contaminato ora dal bengali, l'hindi e l'urdu, ora dal bhojpuri, ora dal cinese, ora dal francese, ora dal lascari, ora dal zubben , "la sfavillante lingua d'Oriente, solo una spruzzatina di parole negre mescolate con un po' di oscenità". Quando ho letto questo, volev...

Nessun dio in vista... che parli hindi

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Ovvero non scrivo quello che penso Visto che ho appena finito di parlare di Nessun dio in vista , ripesco questo articolo sui nuovi scrittori indiani, pubblicato sulla Repubblica delle Donne in aprile, che parla anche di Altaf Tyrewala. In breve, descrive i nuovi scrittori indiani in lingua inglese, i nipoti della mezzanotte , trentenni globalizzati con curriculum internazionale, che hanno vissuto a New York, che bloggano 24 ore su 24, ascoltano rock underground e fanno zapping sulla tv satellitare. Il tutto mi sembra un po' esagerato. O quantomeno generalizzante. Però mi sono sembrati interessanti alcuni passaggi a proposito dello scrivere in inglese invece che nelle lingue regionali. In uno di questi si accenna a quello di cui parlavo qualche post fa : l'ambiguità di far parlare i personaggi di un romanzo in una lingua che non parlerebbero mai (cioè in inglese), proprio quando la loro lingua "naturale" sarebbe la lingua madre dell'autore. Altaf Tyrewala dice: ...

Rao Raja e l'inglese

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Ovvero: se lo dice lui... Mentre qui sul blog mi dedicavo al "trio" (Anand, Narayan e Rao Raja), fra le quinte ho continuato la discussione con Paritosh sull'autenticità o meno dello scrivere in inglese. Io non sono particolarmente scandalizzata da una possibile mancanza di autenticità, per i motivi di cui ho già detto, ma capisco il suo punto vista quando dice che alcuni libri sono impacchettati apposta per un pubblico occidentale che si esalta se legge di spezie, sari e monsoni ma non capisce niente dell'India. Siamo arrivati a questo punto: un libro non è autentico se ciò che l'autore scrive è determinato dal lettore e non dalla penna dello scrittore (perché, l'autore, checché ne dica, ha sempre un lettore in testa...). Dopo essere arrivati a questa conclusione per email, ieri sera ho ripreso in mano Kanthapura di Rao Raja e ho riletto, ancora una volta, la prefazione scritta dall'autore. Mi ha colpito quello che dice sulla sua scelta di scr...

Un blog sull'Indian Writing in English

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Ovvero l'IWE indegnamente scopiazzato da un altro blog Eccomi allora qui con il riassunto del blog sull' Indian Writing in English . 1. Che cos'è l'IWE? "Qualsiasi testo di tipo letterario e non saggistico in lingua inglese scritto da un autore abbastanza indiano (sufficientemente famoso, non il racconto nel cassetto)." Su quell' abbastanza indiano nascono molti problemi: indiano che vive in India, che è nato in India, indiano di nazionalità, indiano di origini? Diciamo "culturalmente" indiano (e così il problema non solo è spostato, ma peggiorato). 2. Ha senso l'IWE? Ha senso discutere sul senso dell'IWE perché l'IWE potrebbe non avere senso. Chi sa scrivere in inglese in India è un'elite, lontanissima dalla vita del miliardo di indiani. Come può quindi pensare di rappresentare l'India, per esempio facendo parlare i propri personaggi in inglese quando loro parlerebbero in hindi o in tamil? Ma nella letteratura...

Indian Writing in English

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Ovvero come giustificarsi per il fatto che si scrive in inglese Sono ormai molti i siti e i libri cui si parla dell' Indian Writing in English , in sigla IWE. (Suppongo bisognerebbe pronunciarlo "ai-dabbliu-i", a me piace dire "ive".) Un po' ovunque si parla di questo particolare fenomeno: scrittori più o meno indiani che scrivono in inglese, in un'India dove il 90% non sa minimamante spiaccicare una parola nella lingua ereditata dal colonialismo britannico. Ho scovato or ora questo blog che si chiama proprio Indian Writin g in English . Ve lo segnalo fra tutti i vari siti, primo perché è un blog, secondo perché è scritto (in inglese, ovviamente!) da Paritosh Uttam , un ragazzo indiano che nella vita fa l'ingegnere... insomma, in qualche modo è la versione indiana di quello che sto facendo io. Tranne per il fatto (secondario) che lui sa di cosa parla e io no. E poi è interessante vedere il punto di vista di un indiano. Ora. Credo che i mi...